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Kenya, l’ondata terroristica e i suoi perché Dopo Mombasa, colpita Thika Road domenica scorsa: 3 morti e 60 feriti. E i motivi sono chiari

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Kenya terrorismo

Kampala – L’attentato terroristico avvenuto a Thika Road (Nairobi) domenica 4 maggio ha provocato 3 morti e 60 feriti, secondo il bilancio provvisorio fornito dalle autorità. Due le bombe esplose alle 17:29: la prima in una stazione di autobus in Garden City e la seconda presso l’hotel Homeland Inn. La scelta del posto non è stata casuale. Questa stazione, ubicata all’inizio di un’autostrada che collega la capitale alle città del centro del Paese, è quotidianamente frequentata da migliaia di persone in arrivo o in partenza per le cittadine e villaggi. Qui arriva parte dei prodotti alimentari freschi per la capitale. Il Homeland Inn hotel è frequentato dai passaggeri che si fermano per la notte prima di intraprendere il viaggio all’interno. La prima bomba era collocata all’interno di un autobus della compagnia di trasporti Mwizacco in attesa di partire.

L’attacco è stato preceduto da quello avvenuto a Mombasa il giorno precedente presso la stazione degli autobus Mwembe Tayari. Bilancio provvisorio delle vittime: 4 morti e 28 feriti. Il 2 maggio la polizia ha sventato per un soffio un attentato alla principale centrale elettrica del nordest del Paese gestita dalla Kenya Power and Lighting Company, ubicata tra le cittadine di Mandera e Wajir. Il 23 aprile si è verificato un attentato presso la stazione di polizia di Pangani a Nairobi. La polizia aveva appena aperto il fuoco contro una autobomba che stava cercando di sfondare il posto di blocco all’entrata della stazione di polizia quando una seconda bomba collocata in una auto parcheggiata nelle strette vicinanze è esplosa. Il bilancio fornito dalle autorità è di 4 morti, due poliziotti e due terroristi.

Nessuno ha rivendicato questa ondata di attacchi anche se il sospettato numero uno rimane il gruppo terroristico somalo Al-Shabaab. L’escalation terroristica in Kenya presenta sostanziali e mortali differenze rispetto il clamoroso attentato avvenuto il 21 settembre 2013 presso il centro commerciale Westgate a Nairobi. Gli obiettivi dei terroristi non sono più centri commerciali e grandi Hotel frequentati da turisti, espatriati ed alta borghesia keniota, ma posti comuni frequentati da gente comune, stazioni di polizia e centrali elettriche. L’obiettivo è chiaro: creare il maggior numero di morti possibile e un clima di insicurezza e terrore diffuso tra la popolazione. Il tentativo avvenuto nella zona tra Mandera e Wajir dimostra la capacità dei terroristi di colpire ogni parte del territorio nazionale e non più i due centri nevralgici: la capitale e Mombasa.

Fonti del Intelligence britannica che collaborano con la polizia kenyota affermano che presto l’ondata terroristica colpirà i principali centri turistici primo tra tutti la famosa città di Malindi dove una variopinta comunità italiana controlla legalmente e spesso illegalmente l’economia del turismo. Migliaia di italiani ogni anno si recano a Malindi per godersi le meravigliose spiagge e per altri scopi meno nobili: turismo sessuale e pedofilia. É solo questione di tempo, assicurano gli esperti, che rimangono scettici sulla capacità delle forze del ordine di tener lontano il pericolo terroristico da Malindi. Un altro target è il Moi International Airoport a Mombasa. L’obiettivo è di rendere il Kenya il Paese più insicuro e mortale per i turisti regionali ed internazionali.

Ministro degli interni e polizia affermano che Al-Shabaab sta utilizzando sofisticati mezzi tecnologici per compiere gli attentati, affermando che gli autori sono stranieri: guerriglieri somali inviati da Al-Shabaab che entrano in Kenya camuffati da rifugiati per confondersi successivamente tra la comunità mussulmana di Nairobi e Mombasa. Come reazione il Governo ha decretato una lotta senza quartiere contro i rifugiati somali presenti nel Paese, arrestando centinaia di sospetti in piena violazione dei diritti dei rifugiati sanciti dalla Convenzione Internazionale per la Protezione dei Rifugiati delle Nazioni Uniti firmata anche dal Kenya. Sono già iniziate le espulsioni forzate di rifugiati somali nei campi di Daab e Kakuma, vicino alla frontiera con la Somalia I rifugiati deportati dall’inizio di aprile ammontano a 1.218 e sono previste altre 314 deportazioni entro la fine di maggio.

Queste deportazioni sono solo il preludio del rimpatrio forzato di tutti i rifugiati presenti presso il campo di Daab:  circa 500.000 persone. Le autorità hanno decretato la sua chiusura nonostante le vive proteste del Alto Comissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e delle Ong internazionali. Un rimpatrio che, se attuato, sarà ricordato come uno tra i più grandi crimini contro l’umanità del Kenya dopo le violenze post-elettorali del 2007 provocate per calcoli politici anche dal Presidente Kenyatta di cui ora deve rispondere presso la Corte Penale Internazionale. Ancora incerta la sorte del campo di Kakuma, 800.000 persone.

Ogni centro di registrazione rifugiati presente nel Paese è stato chiuso. Il numero di rifugiati somali arrestati nelle varie città keniote è di 412 nonostante che questi arresti siano in palese violazione delle decisioni prese dalla Alta Corte Costituzionale nel 2012 e nel 2013 che sanciscono il diritto per i rifugiati di qualsiasi nazionalità di vivere dove ritengono più opportuno all’interno del Kenya, come fa notare L. Muthoni Wanyeki, Direttrice Regionale di Amnesty International per l’Africa Orientale ed opinionista per il settimanale The East African’. Gli immigrati clandestini somali arrestati e deportati sono 2.432. La polizia, per difendersi dalle accuse rivoltegli dalle associazioni in difesa dei diritti umani di attuate una persecuzione etnica, informano che tra i deportati ci sono due occidentali: un tedesco e un inglese. Gli immigrati clandestini prima di essere deportati vengono rinchiusi in veri e propri lager, vietati ai media, alle associazioni in difesa dei diritti umani e persino alla Croce Rossa kenyota.

Rifugiati e immigrati clandestini somali non solo le uniche vittime della polizia. Anche i cittadini kenioti di origine somala o di fede mussulmana sono presi di mira sia a Nairobi, specialmente nel quartiere mussulmano di Islii, che a Mombasa e in altre città della costa. Rastrellamenti notturni, arresti arbitrari per oltre 72 ore senza possibilità di accedere ad un avvocato difensore o informare le famiglie ed esecuzioni extragiudiziarie di mullah sospettati di essere legati ad Al-Shabaab o al Al-Qaeda Magreb, spesso effettuate da squadroni della morte e bande paramilitari all’interno delle moschee, sono divenute la norma quotidiana.

Queste illogiche operazioni antiterroristiche non riescono a prevenire gli attentati né a smantellare le cellule terroristiche che sarebbero composte da stranieri, secondo quanto affermato dalle autorità. La logica imposta dall’Amministrazione Kenyatta di rispondere al terrore con il terrore sta aumentando l’odio della comunità mussulmana verso il Governo centrale e le forze dell’ordine impedendo, la necessaria collaborazione della popolazione per individuare le cellule clandestine terroristiche e rafforzando la popolarità dell’ideologia estremista islamica e di Al-Shabaab. La comunitá mussulmana in Kenya si sente accerchiata, minacciata, in guerra e reagisce di conseguenza. Ne va delle loro vite, diritti civili e libertà.

Quello che il governo keniota rifiuta di riconoscereè che gli attentati sono compiuti da un network di cellule terroristiche composte esclusivamente da cittadini kenioti addestrati non più in Somalia ma in remote aeree del Paese. Al-Shabaab ricopre solo i ruoli di organizzazione e finanziamento. Le cause che rafforzano l’adesione ideologica sono note ma divenute tabù per il Governo: povertà, disoccupazione, discriminazioni socio-economiche. A causa della schizofrenica risposta governativa queste cellule terroristiche stanno conoscendo un boom di arruolamenti, talmente consistente che la maggioranza dei volontari viene dirottata in Somalia per raggiungere la guerra santa contro le truppe degli infedeli africani tra cui anche l’esercito keniota.

In soccorso al Governo Keniota arrivano gli esperti del FBI e i reparti antiterrorismo di Gran Bretagna e Giappone. Collaborazione sancita il 11 aprile scorso durante un incontro a porte chiuse tra il Presidente Uhuru Kenyatta e 19 diplomatici basati a Nairobi. I Donors internazionali tra cui Stati Uniti e Unione Europea stanno individuando la portata esatta del loro impegno finanziario per aiutare il Governo nella lotta contro il terrorismo. Ditte specializzate nella vendita di attrezzature di sicurezza e metal detector occidentali si stanno precipitando in Kenya attratte dalle inaspettate opportunità di grossi affari. Putroppo l’orientamento degli esperti di antiterrorismo americani, inglesi e giapponesi supporta l’attuale politica repressiva del governo: per risolvere l’emergenza terroristica occore aumentare la pressione contro le comunitá somala e mussulmana.

Unica voce fuori dal coro è Pechino, uno dei principali partner economici del Kenya, che ha avvertito il Presidente Kenyatta che un inasprimento della repressione porterà solo ad una escalation terroristica incontrollabile. Secondo i consiglieri economici cinesi l’unica via di uscita è di raddrizzare le cause che portano parte dei cittadini kenioti a sostenere Al-Shabaab, aumentando gli investimenti produttivi, le possibilitá di impiego tra i giovani e gli spazi di partecipazione alla vita politica del Paese. Il mondo alla rovescia direbbe qualcuno…

Una domanda è doverosa: perché solo il Kenya è preso di mira da Al-Shabaab e non gli altri Paesi che hanno le loro truppe di occupazione in Somalia: Burundi, Djibuti, Etiopia e Uganda? Al-Shabaab da diverso tempo sta tentando di attuare attentati in questi quattro Paesi ma specifiche caratteristiche locali rendono l’operazione difficilissima. Il Burundi è un piccolo Paese monoetnico dove è facile individuare ed indagare su ogni straniero, anche africano, presente.  L’Etiopia oltre ad avere anch’essa una popolazione quasi monoetnica possiede uno dei piú terribili apparati di sicurezza e di Intelligence del Continente che risale agli anni della dittatura di  Mengistu Aile Mariam, addestrato all’epoca da Sovietici e Nord Coreani e ora dal MOSSAD. Ogni operazione terroristica a Djibuti é impensabile vista l’alta concentrazione di soldati americani e francesi nel paese. L’Uganda ha un appartato di sicurezza e servizi segreti famosi per la loro preparazione ed efficacia mentre il governo ha avuto il merito di apprendere le necessarie lezioni dopo il terribile attentato avvenuto a Kampala durante la finale dei campionati del mondo nel 2010. Dal gennaio 2014 la polizia ugandese ha scoperto e distrutto cinque cellule clandestine che si erano formate presso la comunitá mussulmana del paese. L’ultimo blitz risale a due giorni fa quando la polizia ha arrestato un mullah ugandese in possesso di esplosivi e detonatori.

Lunedì 5 maggio il Presidente Yoweri Museveni ha decretato una nuova serie di misure di sicurezza tra cui la presenza massiccia di esercito e squadre speciali anti sommossa denominate Black Mamba nei mercati e nelle stazioni di autobus di tutte le città e la presenza di soldati e polizia all’interno degli autobus di linea utilizzati per i lunghi tragitti. A differenza del Kenya, il governo ugandese si è ben guardato di colpevolizzare la comunità mussulmana nonostante che tutte le cellule terroristiche scoperte sia originate in quel ambiente. I rari tentativi dei media di fomentare la fobia contro  l’Islam sono stati severamente puniti. La comunitá mussulmana é inotre uno dei principali alleati e fonte di voti per il Presidente Museveni.

Governo, forze dell’ordine e sistema giudiziario kenioti sono in grado di rispondere adeguatamente alla minaccia terroristica? La risposta, purtroppo é no. Nonostante la vergognosa gestione della crisi avvenuta il 21 settembre 2013 al centro commerciale di Westgate a Nairobi, dove i quattro terroristi tutti di nazionalità keniota (secondo le recenti indagini del FBI) hanno lasciato il luogo del massacro il primo giorno camuffati da superstiti, e soldati e poliziotti si sono abbandonati per due giorni ad un orgia di saccheggi all’interno del centro commerciale lontani dagli occhi indiscreti dei media nazionali ed internazionali tenuti a debita distanza; il governo non ha migliorato le sue difese. Esercito e polizia sono totalmente impreparati, mancano di adeguata formazione e di mezzi. Non esiste alcuna coordinazione tra i vari reparti. I servizi segreti sono inetti e gli ufficiali dell’immigrazione hanno raggiunto livelli di corruzione inimmaginabili, vendendo ora anche i passaporti a chiunque possa pagarli in dollari.

Il sistema giudiziario manca dei fondi necessari per fare il proprio lavoro e il suo personale non è formato. Il dipartimento investigativo manca addirittura di laboratori per le indagini scientifiche. Il Consiglio Nazionale della Giustizia ha ricevuto solo 230.000 dollari durante il budget luglio 2013 – giugno 2014 rispetto ai 78 milioni di dollari richiesti per garantire il normale funzionamento della giustizia e delle indagini nel paese. Gli ispettori incaricati delle indagini ricevono in un anno 57 dollari per le spese di carburante dei loro veicoli. Queste accuse non provengono dall’opposizione di Raila Odinga nè dal organizzatissimo network della società civile rafforzato dal sapiente uso del social network quali Facebook o Twitter, ma dal Direttore della Pubblica Accusa Keriako Tobiko e dal Capo della Giustizia Willy Mutunga.

Gli effetti collaterali sull’economia sono  altrettanto devastanti delle bombe fornite da Al-Shabaab ai terroristi kenioti. La fiducia degli investitori internazionali è scesa di 28 punti di percentuale dallo scorso anno. Il Ministero del Turismo afferma che la presenza di turisti  è scesa del 7% causando un danno per mancate entrate di 800 milioni di dollari sul totale annuale stimato a 5,4 miliardi di dollari. Esperti regionali considerano le stime fornite semplicemente ridicole. Secondo i loro calcoli si asisterebbe ad un catastrofico crollo delle presenze dei turisti: pari al 30%. Il Kenya Tourism Board ha parzialmente confermato  i dati di questi esperti attirandosi le ire del Governo.

«La lotta contro il terrorismo in Kenya è condotta dal governo a forza di bugie e disinformanzioni. Nessuno conosce la reale entitá degli arresti arbitrari di cittadini sospettati di terrorismo in quanto le forze dell’ordine continuano a ripetere il ritornello: le indagini sono in corso. Un  responsabile dell’Unitá Anti Terrorismo ha chiaramente espresso ad un giornalista tutta la sua frustrazione nel compiere atti repressivi contro la popolazione che non hanno nulla a che fare con la lotta contro il terrorismo». Spiega Muthoni Wanyeki di Amnesty International in un suo editoriale: “La lotta contro il terrorismo sta frantumando la società keniota”, pubblicato sul settimanale The East African il 19 aprile scorso.

In realtà il Governo del Kenya non sta lottando contro Al-Shabaab ma contro la propria popolazione, rifiutando allo stesso tempo di riconoscere che il problema è interno e non esterno. Un problema che si basa su profonde ingiustizie socio economiche che le comunità somala e mussulmana subiscono quotidianamente.  Tra la popolazione esiste un ragionevole dubbio che gli esperti internazionali possano risolvere il problema. Al contrario vi é il timore che contribuiscano ad aumentare la repressione interna e la negazione dei diritti civili di una parte dei cittadini ormai sospettati esclusivamente per le loro convinzioni religiose.

Nel frattempo Al-Shabaab sta aumentando i suoi appelli ai mussulmani del Kenya, invitandoli a resistere e ad unirsi alla guerra santa contro il Governo di Nairobi, facendo inappropriati ma efficaci paralleli con le pulizie etniche contro la comunità mussulmana in corso nella Repubblica Centroafricana sotto l’occhio indifferente se non la complicità delle truppe francesi”. Il Kenya rischia non solo di rimanere il Paese preferito per gli attacchi terroristi, ma di diventare il miglior campo di addestramento dei estremisti islamici coordinati da Al-Shabaab con l’obiettivo di migliorare le loro capacità militari in attesa che si presentino le occasioni giuste per  poter compiere attacchi altrettanto mortali in Burundi, Etiopia e Uganda. 

 

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