sabato, Settembre 25

Kenya: la diaspora inglese contro Kenyatta L'iniziativa è nata a seguito di un articolo di denuncia pubblicato dalla associazione americana Human Right Watch

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Uhuru Kenyatta

Kampala – Sayidali Mohamed, cittadino keniota e attivista per i diritti umani residente a Londra ha lanciato su Change.Org una petizione rivolta alla Corte Penale Internazionale affinché apra una inchiesta sul Presidente Uhuru Kenyatta, il Ministro degli Interni Joseph Ole Lenku e l’Ispettore Generale della Polizia David Kimaiyo, sospettati di aver architettato una persecuzione etnica della comunità somala in Kenya. L’iniziativa è nata a seguito di un articolo di denuncia pubblicato dalla associazione americana Human Right Watch : “Il Kenya criticato per gli arresti di somali nella lotta contro il terrorismo”.

La persecuzione della comunità somala nel Paese è un fatto reale, spesso trascurato dai media internazionali. Dopo l’attacco del 21 settembre 2013 al centro commerciale Westgate a Nairobi si è assistito ad una escalation di violenze, arresti arbitrari e torture di cittadini kenioti di origine somala. Dal gennaio 2014 migliaia di cittadini kenioti sono stati arrestati con l’accusa di appoggiare il gruppo terroristico somalo Al Shabaab. I sospetti vengono normalmente formulati non sulla base di inchieste ma sulla origine etnica somala di questi cittadini.

L’apogeo della repressione contro la comunità somala è avvenuto con l’operazione Usalama Watch, iniziata il 4 aprile scorso. Fino ad ora si registrano oltre 3.000 arresti e la deportazione di 82 rifugiati somali. I sospettati sono detenuti presso lo Stadio Kasarani a Mombasa in condizioni deplorevoli secondo quanto denunciato dal quotidiano keniotaThe People’. La polizia fino ad ora ha impedito ai media e alle associazioni per i diritti umani di entrare nello stadio, trasformato in lager, per verificare le reali condizioni dei detenuti. L’8 aprile 447 rifugiati somali sono stati arrestati senza accuse per oltre 24 ore per sottoporli ad interrogatori su attività criminali compiute nel regione ai confini con la Somalia, dove si trova il campo di Dabaab. Tra essi 69 sono stati imprigionati con accuse di terrorismo, infrangendo la protezione dei rifugiati stabilita dalle convenzioni internazionali a cui il Kenya aderisce.

L’ondata di xenofobia rivolta ai cittadini kenioti di origine somala e ai rifugiati somali ha radici precedenti all’attacco al centro commerciale di Nairobi. Nel luglio 2013 l’Alta Corte del Kenya aveva dichiarato illegale ogni movimento di rifugiati all’interno del Paese. Dal febbraio 2013 il Governo aveva espresso la volontà di chiudere il campo profughi di Dabaab, accusando i rifugiati di ospitare all’interno del campo cellule terroristiche di Al-Shabaab. Lo scorso marzo, dopo quasi un anno di conflittualità con le agenzie umanitarie ONU e le Ong internazionali, il Governo di Nairobi ha decretato la chiusura dei campi profughi somali e il ritorno forzato dei rifugiati in Somalia, nonostante che nel paese non esistano ancora le condizioni ideali per il loro reinserimento socio economico e per la loro sicurezza. Attualmente in Kenya si registrano 550.980 rifugiati tra cui 50.800 somali, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite.

La Commissione Nazionale del Kenya per i Diritti Umani ha svolto una serie di indagini da cui sono trapelate gravi violazioni commesse dalla polizia contro la comunità somala tra cui: estorsione, abusi sessuali, furto e saccheggio di proprietà. Human Rights Watch (HRW) è riuscita a visitare una prigione dove sono detenuti i somali sospettati di terrorismo. Il constato é stato orrendo: celle sovrappopolate, senza sanitari. Detenuti costretti a vivere tra le loro urine ed escrementi con razioni alimentari di pessima qualità e scarse. «Combattere il terrorismo utilizzando il terrorismo sulla propria popolazione e rifugiati serve solo a fomentare odio, rafforzare il radicalismo islamico e offrire la giustificazione ideologica per futuri attentati. Il Governo sta trasformando la comunità somala in un capro espiatorio. Il Kenya ha il diritto di combattere il terrorismo ma non tramite arresti arbitrari e trattamenti disumani», afferma Leslie Lefkow responsabile di HRW in Kenya.

Il Ministro degli Interni Jospeh Ole Lenku, contattato dai media sull’argomento, ha rifiutato ogni commento. Le autorità keniote hanno giustificato l’operazione della polizia Usalama Watch come una misura preventiva per impedire altri attacchi terroristici dopo l’attacco alla chiesa cattolica vicino a Mombasa avvenuto il 23 marzo scorso e il successivo attentato al Sheraton Caffé a Nairobi. Il Presidente Kenyatta il 27 marzo scorso aveva promesso nuovi  fondi per rafforzare la sicurezza del paese prevedendo l’arruolamento di nuovi agenti di polizia e misure di detenzione preventiva.

La strategia antiterroristica adottata dal Governo Kenyatta non sembra dare i risultati sperati. Il Kenya rimane il Paese privilegiato dai terroristi di Al-Shabaab per compiere attentati con l’obiettivo di convincere gli eserciti burundese, keniota e ugandese a ritirarsi dalla Somalia. Le cause della estrema facilità di compiere attentati nel Paese sono da ricercare nella scarsa preparazione delle forze dell’ordine, nell’incapacità dei servizi segreti e nella corruzione di alti funzionari statali. La gestione della crisi al Westgate è stata emblematica. I quattro terroristi sono riusciti a scappare durante il primo giorno dell’attacco. I restanti due giorni sono stati sfruttati da polizia ed esercito per scheggiare i negozi del centro commerciale per un valore di oltre 800.000 dollari. I negozianti vittime di questo saccheggio non sono stati risarciti e il numero esatto delle vittime dell’attacco terroristico rimane ancora un mistero. Le autorità si sono fermate a 67 casualità e continuano ad ignorare oltre 50 denunce di persone disperse all’interno del Westgate durante l’assalto.

Pesanti ombre gravano sul Governo riguardo l’emergenza terroristica. Sempre più si fa strada tra i media kenioti l’ipotesi che il Presidente Kenyatta e il Vice Presidente William Ruto (entrambi sotto processo presso la Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità) stiano permettendo gli attacchi terroristici in Kenya per rafforzare la loro posizione di “vittime” a livello internazionale ed evitarsi una condanna al tribunale dell’Aia. La mancata collaborazione con i servizi segreti Americani, Britannici e Ugandesi e l’inspiegabile sottovalutazione dei rapporti forniti da queste agenzie di Intelligence rafforzano l’ipotesi.

Alla repressione della comunità somala si affiancano varie esecuzione extra giudiziarie di esponenti religiosi mussulmani a Mombasa e Malindi. Esecuzioni attuate da veri e propri squadroni della morte che hanno come unico effetto l’aumento della radicalizzazione dei giovani mussulmani delle due città e l’escalation di disordini sociali. Il principale partito di opposizione, Orange Democratic Movement, la scorsa settimana ha richiesto al Governo una vera indagine sull’attacco al Westgate, giudicando l’attuale in corso come una farsa. Ha inoltre richiesto il ritiro dei 4.000 soldati kenioti impegnati nei combattimenti contro Al-Shabaab in Somalia.

L’errore principale della strategia antiterroristica decisa dal Presidente risiede nel connotare il problema terrorismo come una aggressione di un nemico esterno, Al-Shabaab. Evidenze dimostrano il contrario. Come fu nel caso dell’attentato a Kampala del 2010, Al-Shabaab sembra non essere implicata nell’esecuzione materiale degli attacchi, affidata a gruppi estremisti islamici kenioti. Al-Shabaab è la mente, non il braccio, che sfrutta problemi già esistenti all’interno della società keniota. Il proliferare e il rafforzarsi di questi gruppi estremisti è la diretta conseguenza della discriminazione sociale ed economica rivolta contro i giovani cittadini musulmani.

Di grande importanza è l’adesione alla petizione proposta da Sayidali Mohamed e supportata dai giornalisti Sarah McGregor e Nasreen Seria, essendo un valido mezzo per sensibilizzare l’opinione pubblica keniota e internazionale sugli abusi e violazioni commessi dal Governo. Purtroppo scarse sono le possibilità che la Corte Penale Internazionale decida di imputare al Presidente Kenyatta un’altra accusa oltre a quella già oggetto di processo e di iniziare una inchiesta giudiziaria contro il Ministro degli Interni e l’Ispettore Generale della Polizia. Le pressioni dell’Unione Africana e le paure di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia di compromettere i propri interessi petroliferi nel Paese, stanno creando serie difficoltà alla Corte Penale Internazionale che sembra orientarsi verso un compromesso politico dove la giustizia sarà la prima vittima.

 

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