giovedì, Luglio 29

Kenya: Kenyatta vincitore tra questioni etniche e interessi internazionali Sono ormai lontani i tempi i cui ci si preoccupava della legittimità dell’operato della Commissione elettorale indipendente (IEBC)

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Le elezioni presidenziali 2017 in Kenya sembrerebbero finalmente essersi concluse con un Habemus presidentum, ‘abbiamo un presidente’. La Corte Suprema keniota ha infatti respinto all’unanimità i ricorsi presentati per contestare la legittimità delle votazioni e ha quindi confermato, lunedì 20 novembre, la vittoria del presidente uscente Uhuru Kenyatta, eletto lo scorso 26 ottobre.

Si trattava in realtà del secondo appuntamento elettorale organizzato in Kenya dopo la decisione della stessa Corte di annullare, per irregolarità, le precedenti votazioni tenutesi l’8 agosto. Anche in quell’occasione era uscito vincente il presidente Kenyatta.

Il provvedimento non può che essere favorevole alla democrazia keniota che difficilmente avrebbe potuto reggere, soprattutto economicamente – le elezioni di agosto hanno quasi raggiunto il costo di un miliardo di dollari – un altro appuntamento elettorale da tenersi entro 60 giorni e quindi il terzo nel giro di solo 4 mesi.
Il giuramento di Kenyatta si terrà martedì 28 novembre, ma è molto probabile che non metterà la parola fine alla crisi politica del Kenya.

Continuano infatti le proteste in molte zone del Paese e la coalizione National Super Alliance (NASA), cui fa capo il leader dell’opposizione Raila Odinga, ha organizzato, lo stesso giorno del giuramento, un raduno presso il parco di Uhyru a Nairobi. La zona è stata già interdetta agli esponenti della NASA. Quello che è certo è che ormai lo scontro politico è a due, tra Kenyatta e il partito al governo Jubilee e Odinga con la coalizione NASA. I due contendenti si erano già sfidati nel 2013, continuando una ‘battaglia’ famgliare nata negli anni Sessanta. Kenyatta è infatti il figlio del primo leader del Kenya indipendente mentre Odinga è figlio del primo vicepresidente keniano.

Sono ormai lontani i tempi i cui ci si preoccupava della legittimità dell’operato della Commissione elettorale indipendente (IEBC), della morte, ad una settimana dalle elezioni di agosto, di Chris Msando, manager del sistema informatico elettorale, della deficienza del sistema elettronico di invio dei dati ed infine del reale coinvolgimento della società britannica Cambridge Analytica, che ha seguito la campagna di Kenyatta, nel processo elettorale.

Si parla spesso di ingerenze internazionali nelle questioni africane, ma sembrerebbero essere in questo caso i candidati stessi a cercare appoggi all’estero. Kenyatta dopo essere stato accusato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) delle violenze post-elettorali che, tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008, provocarono oltre 1.000 morti e 600 mila profughi – accuse archiviate nel 2014 per insufficienza di prove e in parte per la sparizione o morte dei testimoni – ha rivolto la sua attenzione e ha tessuto relazioni importanti con l’Oriente ed in particolare con la Cina che sta investendo ingenti somme di denaro in infrastrutture, costruzioni e telecomunicazioni. Questa scelta era stata determinata dalla paura di eventuali sanzioni dell’Occidente e della Gran Bretagna che aveva dichiarato di non volere avere contatti, anche minimi, con chiunque fosse incriminato dal CPI. Una nota inviata dall’Alto Commissario britannico in Kenya, Christian Turner, al ministro degli affari esteri William Hague e a Justine Greening, ministro dello sviluppo regionale, e divulgata da Afrika.com avrebbe confermata un coinvolgimento della Gran Bretagna nelle elezioni del 2013 a sfavore di Kenyatta, coinvolgimento tuttavia negato dallo stesso governo.

Mentre Kenyatta guarda all’Oriente, Odinga si rivolge all’Occidente. Dopo avere deciso di ritirarsi dalla seconda tornata elettorale di ottobre, il leader della NASA si è recato, non sembrerebbe a caso, in Gran Bretagna per parlare della situazione del Kenya.

È stata poi la volta degli Stati Uniti, il 9 novembre, quando ha incontrato vari esponenti del governo. Non ci è dato sapere cosa sia stato discusso in quelle occasioni. Lo stesso Odinga ha dichiarato in un’intervista televisiva che ‘nulla può essere rivelato’.

È risaputo come gli Stati Uniti siano molto attenti ai risvolti delle elezioni in Kenya. Lo ha dichiarato pubblicamente l’ambasciatore in Kenya Robert F. Godec in una comunicazione il 30 ottobre. Il Kenya è infatti la porta verso il mercato dell’Africa orientale e un alleato fondamentale nella lotta al terrorismo e per la stabilizzazione della regione, dalla Somalia, all’Etiopia al Sud Sudan. Un’attenzione internazionale non può quindi venir meno.

Quello che rimane di 4 mesi di scontri sul fronte delle presidenziali keniote è uno scontro frontale tra i due rivali Kenyatta e Odinga in cui s’insinuano contrasti etnici, rappresentando ognuno di loro un’etnia diversa, e interessi internazionali per la sicurezza ma anche per il controllo dell’economia dell’Africa orientale.

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