martedì, Ottobre 26

Kenya, il punto dai campi di Kakuma e Dadaab field_506ffb1d3dbe2

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Dadaab Kenya

Amman – «Tutti i rifugiati che risiedono al di fuori dei campi profughi designati di Kakuma e Dadaab sono invitati a tornare ai loro rispettivi campi con effetto immediato». Con questo comunicato, fatto pervenire alla stampa ed alla popolazione dall’ufficio portavoce del Ministro dell’Interno keniota Joseph Ole Lenku, si è risvegliato, questa mattina, il Kenya. I profughi cui il Ministro fa riferimento, sono il milione di somali che, a seguito dei combattimenti fra le fazioni ribelli nel paese, hanno varcato i confini a sud del Paese alla ricerca di asilo politico.

La decisione dicasteriale arriva a seguito delle escalation di violenza avvenute nel Paese e documentate da Al Jazeera, secondo cui, la scorsa domenica, un gruppo di uomini armati avrebbe aperto il fuoco contro un gruppo di fedeli nel piazzale di fronte una chiesa, in una cittadina costiera vicino Mombasa. Nello scontro a fuoco sei cittadini kenioti sarebbero deceduti e nonostante il raid si sia verificato in un luogo sensibilmente distante dalle aree di stanziamento dei profughi, nell’estremo sud del Paese, le autorità di sicurezza ritengono sia parte di una rete di attentati pianificati da gruppi armati che prima sfrutterebbero i campi come zone di preparazione e, in seguito, si mescolerebbero con la popolazione urbana per metterli in atto.

Il riferimento è chiaramente diretto al Movimento di Resistenza Popolare nella Terra delle Due Migrazioni, meglio noto come Al-Shabab, cioè il braccio somalo di al-Qaeda, inizialmente attivo solo negli scontri di Mogadiscio, ma recentemente responsabile del famoso attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi. L’ attacco, particolarmente cruento, durò per alcuni giorni, fino a quando le forze speciali decisero di intervenire. Il pubblico occidentale, a seguito della diffusione delle immagini delle telecamere di sorveglianza, rimase particolarmente scosso per l’accaduto e, nel paese, il crollo degli arrivi turistici fu immediato.

In totale, nell’attacco al Westgate, morirono 67, fra clienti, personale del mall ed attentatori. La decisione di rinchiudere i profughi all’interno dei campi presenta, comunque, una serie di difficoltà: innanzitutto perché la capienza degli stessi campi non è sufficiente per accogliere tutti i rifugiati contemporaneamente e la spiegazione, è piuttosto logica. I flussi di rifugiati si sono susseguiti nell’arco dell’ultimo ventennio, portando la popolazione somala in Kenya fino a 1.1 milioni di persone, va da se che nel corso del tempo molti di loro hanno trovato un lavoro trasferendosi così nelle aree sub urbane e lasciando il posto nei campi ai nuovi arrivati. Molti somali hanno quindi maturato il diritto di richiedere documenti kenioti e, molti kenioti, hanno origine somale.

Il comunicato emesso in mattinata prevede che «ogni rifugiato che violerà la direttiva verrà trattato in conformità con i termini di legge», l’interpretazione e l’attuazione della circolare odierna, si teme anticipatamente, presenterà seri problemi di messa in opera.

Le Organizzazioni per i Diritti Umani, a lungo impegnate a monitorare la situazione in Somalia, Kenya e Sud Sudan, hanno più volte redarguito il governo keniano sulle condizioni precarie in ambito di igiene e densità di popolazione negli enormi campi di Kakuma e Dadaab e temono che la situazione, imponendo il rientro coatto a tutti i somali presenti nel Paese, possa collassare. Il 9, novembre dello scorso anno, Kenya, Somalia e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) hanno firmato un accordo per il rimpatrio dei profughi su base volontaria. Medici Senza Frontiere, in una ricerca resa nota dal suo direttore Charles Gaudry, ha fatto sapere che oltre 4 su 5 profughi, fra i rifugiati in Kenya, non ha intenzione di far ritorno in Somalia. Questo, nonostante i casi registrati di problemi di salute connessi alla vita nei campi siano in aumento e le porzioni di cibo ridotte del 20% a causa della diminuzione dei fondi stanziati.

Nel novembre 2012, in previsione del piano di limitazione degli ingressi dei rifugiati somali, scoppiarono forti scontri fra kenioti e somali, nel quartiere a maggioranza somala di Eastleigh, nella zona nord di Nairobi denominata Little Mogadiscio. La reazione di al-Shabab non si fece attendere ed un minibus carico di esplosivo venne fatto deflagrare in città uccidendo sette persone. A seguito dell’attentato, il gruppo, minacciò di proseguire nella sua opera se le truppe keniote, impegnate a Mogadiscio nell’operazione di competenza dell’ Unione Africana, non avessero cessato l’ingerenza in territorio somalo.

 

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