mercoledì, Dicembre 1

Kenya: al voto con rischio crisi e violenze Il Paese ripete il voto domani, correndo il rischio di piombare in una crisi politica e costituzionale senza precedenti

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Domani, giovedì 26 ottobre, il Kenya torna alle urne. Ma sulle nuove elezioni presidenziali pesa un clima di alta tensione e un rischio altissimo di implosione della democrazia. Il Paese, secondo un intervento di queste ore dello IAI (Istituto Affari Internazionali), rischia di piombare in una crisi politica e costituzionale senza precedenti. «I toni del dibattito politico sono sempre più violenti e la maggior parte dei kenioti in questo momento ha paura: tutti sanno che se giovedì si terranno le elezioni ci saranno delle proteste e dei morti», spiega James, un tassista di 60 anni che vive nella città costiera di Malindi, a Francesca Caruso, esperta di Africa e Medio Oriente dello IAI, autorice di questo  Commentary dello IAI. «Stanno tutti implorando Kenyatta di cambiare il giorno del voto, ma il Governo ha detto che le elezioni ci saranno senza sé e senza ma». Non solo: la settimana scorsa, in una dichiarazione ufficiale, Kenyatta ha dichiarato che «chiunque cercherà di impedire lo svolgimento dello scrutinio e di attaccare gli agenti della commissione elettorale sarà punito duramente».

Il fragile sistema politico del Paese africano è stato messo a dura prova negli ultimi due mesi e mezzo dopo il voto dell’8 agosto (che avevano riconfermato il Presidente Uhuru Kenyatta con il 54% dei suffragi) e dopo il successivo annullamento delle elezioni, il primo settembre, da parte della Corte Suprema, per irregolarità sul processo elettorale.

Mentre il Governo del Presidente uscente Uhuru Kenyatta insiste sulla ripetizione del voto, nonostante il suo principale sfidante e storico oppositore, il 72enne Raila Odinga, abbia annunciato il proprio ritiro dalla tornata elettorale, in molti ammoniscono sul fatto che l’esito del voto non sarà credibile. Ciò potrebbe portare a proteste di massa e spargimenti di sangue -per non parlare di una grande battuta d’arresto per la democrazia africana.

Proteste e manifestazioni per boicottare la giornata di voto sono state annunciate, infatti, da Odinga che, secondo media locali, scioglierà realmente la riserva sulla sua rinuncia ufficiale solo a ridosso del voto, in queste ore, dal momento che per ora l’ha solo comunicata in maniera ufficiosa, nonostante continui a dire che non riconoscerà il valore delle elezioni.

Da parte sua, il Presidente Kenyatta va avanti e ha chiesto alle forze dell’ordine di sorvegliare affinché nessuno impedisca con la forza o con altri metodi illegittimi ai cittadini di recarsi ai seggi. «Le forze di sicurezza kenyote sono pronte a vigilare sulle elezioni presidenziali del 26 ottobre, affinchè il voto si svolga regolarmente e senza violenza», ha assicurato ieri il Ministro dell’Interno del Kenya, Fred Matiangi, chiedendo agli agenti di dare prova di fermezza e moderazione.

A chiedere elezioni regolari e pacifiche sono stati anche 20 ambasciatori stranieri, tra i quali anche il rappresentante italiano a Nairobi, Mauro Massoni, firmatari di un documento, letto dal diplomatico statunitense Robert Godec. In particolare, il comunicato chiede al leader dell’opposizione Odinga e al suo vice Kalonzo Musyoka di presentarsi come candidati alla ripetizione delle elezioni per le quali loro stessi avevano chiesto (ed ottenuto) l’annullamento. «La Corte Suprema del Kenya ha invalidato il voto dell’otto agosto e, come prevede la Costituzione, ha convocato nuove elezioni entro 60 giorni dalla sentenza», è scritto nel comunicato degli Ambasciatori, «la Commissione Elettorale IEBC ha fatto tutto il possibile per rendere la prossima tornata elettorale credibile e cristallina, compreso il cambio di alcuni membri dello staff e i sistemi alternativi di conteggio delle schede. Ora sta ai politici rispettare la volontà del popolo». Le venti sedi diplomatiche (oltre agli Usa e all’Italia ci sono Francia, Danimarca, Svezia, Regno Unito, Norvegia, Germania Svizzera, Finlandia, Olanda, Belgio, Austria, Spagna, Polonia, Australia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Irlanda e Portogallo) hanno anche criticato la richiesta del partito di Governo di cambiare la legge elettorale. «I politici di questa Nazione stanno rischiando di portare il loro Paese nel baratro», ha detto Godec, «non possono rovinare in pochi mesi tutte le cose buone che hanno fatto negli ultimi anni per far crescere il Kenya e la sua gente».

Secondo il ‘Washington Post’, quanto accaduto in Kenya ha rappresentato a più riprese un’occasione mancata di democrazia, perchè anche le elezioni svoltesi pacificamente e l’annullamento, avrebbero potuto rafforzare le istituzioni del Paese, se Kenyatta e Odinga non avessero avuto, entrambi, un atteggiamento distruttivo.

Sotto la pressione dei governi occidentali, Kenyatta ha accettato la decisione della Corte Suprema, ma poi ha fatto tutto il possibile per annullarla. I suoi sostenitori in Parlamento hanno spinto una nuova legge che rende più difficile per la Corte invalidare le elezioni. Nel frattempo, i suoi sostenitori nella Commissione elettorale hanno bloccato le proposte per riformare le procedure e rimuovere i funzionari coinvolti nelle precedenti irregolarità. La settimana scorsa, un membro della Commissione elettorale è fuggito a New York, sostenendo di aver ricevuto minacce di morte, mentre il Presidente della Commissione ha affermato che i suoi tentativi di correggere le lacune citate dalla Corte Suprema sono stati bloccati e che «in tali condizioni è difficile garantire un’elezione libera, giusta e credibile».

Odinga intanto, dopo l’annuncio del suo ritiro dalla nuova elezione, ha cominicato a invocare manifestazioni di piazza e boicottaggi, atteggiamento già tenuto senza troppo successo in agosto quando aveva contestato il risultato elettorale. Una tattica molto pericolosa, vista la storia del Kenya – osserva il ‘Washington Post’ in un editoriale – nel 2007 circa 1.500 persone furono uccise nei gravissimi scontri scoppiati dopo le contestate elezioni presidenziali, in cui Odinga fu sconfitto. Il risultato da allora sono stati importanti cambiamenti costituzionali volti a garantire elezioni eque e ad eliminare conflitti. Ora queste garanzie istituzionali vengono demolite, secondo gli osservatori internazionali.

Kenyatta domani è praticamente certo vincerà, e per questo il Presidente insiste per il voto di giovedì, invece di ritardarlo e incoraggiare le riforme, si sottolinea da parte degli osservatori. Quello di Kenyatta, però, sarà un mandato interno indebolito con zero credibilità internazionale. La lettera delle 20 rappresentanze diplomatiche dice chiaramente che l’Occidente gli rema contro. Occidente, per altro, sul quale Odinga nelle ultime settimane ha lavorato per trovare appoggi in vista di una svolta della situazione nel Paese che in tempi più o meno lunghi veda l’uscita di scena di Kenyatta.

Odinga, secondo gli osservatori locali, non accetterà mai la sconfitta, giusta o ingiusta che sia, senza combatterla. Il suo atteggiamento e la conseguente dura risposta del Governo rischiano di far scoppiare un nuovo conflitto post-elettorale in Kenya. Un conflitto su base etnica, in un Paese, sottolinea IAI, dove ci sono più di 40 tribù, e dove il dibattito politico continua ad articolarsi unicamente intorno all’appartenenza tribale. Kenyatta è infatti appoggiato dai Kikuyu, che oltre ad essere la sua tribù sono i più numerosi del Paese, dai Kalengeni e dai bianchi. I cosidetti ‘muzungu’ avrebbero, infatti, paura che Raila Odinga possa confiscare loro le terre o comportarsi come Idi Amin, l’ex Presidente dell’Uganda, che nel 1972 espulse tutta la minoranza asiatica dal Paese, dandole un preavviso di 90 giorni.

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