mercoledì, Maggio 12

Karamoja, il nuovo Eldorado regionale Da zona inospitale e arretrata a moderna. E ora arrivano le industrie minerarie

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Karamoja

Per due secoli il Karamoja ha rappresentato l’inferno nel cuore dell’Africa nera. Terra inospitale, semi arida, con scarse piogge e abitata da tribù nomadi, ferocissime, primitive e incontrollabili. Anche l’Impero di Sua Maestà e la Campania delle Indie decisero di non addentrarsi in questo territorio da “cuore di tenebra”, nonostante fosse ufficialmente sotto il dominio inglese dell’Africa Orientale. Dopo l’indipendenza i principali governi ugandesi che si sono succeduti, Obote, Idi Amin e Museveni, hanno attuato una politica di contenimento della regione, abbandonandola a se stessa. Generazioni di Karamojini sono cresciute non con i giocattoli o i sillabari ma con il AK-47 in mano, la versione cinese, quella indirizzata ai bambini soldato africani. Un fucile d’assalto tra i piú micidiali con un peso ridotto ad arma giocattolo. Anche nell’assistenza umanitaria il Karamoja è stato discriminato. Agenzie ONU e Ong internazionali si sono concentrate per anni nel nord Uganda, dove divampava la guerra civile contro il Lord Resistence Army (LRA), trascurando questa regione che è rimasta allo stato primitivo. Solo recentemente alcuni programmi di sviluppo sono stati attuati.

Il Karamoja e i suoi abitanti, i Karamojini (1,2 milioni), rappresenta un tuffo nel passato. Uno degli ultimi posti rimasti nel continente che mostrano la vita africana di mille anni fa. Niente strade asfaltate, elettricità e acqua corrente. Le case in muratura sono estremamente rare Per oltre 650 anni i Karamojini hanno combattuto una guerra di cui nessuno si ricorda motivi e origini, superando di gran misura l’assurda guerra europea dei Cento Anni, combattuta tra Francia e Inghilterra. Una guerra contro la tribù gemella del Kenya, della regione frontaliera del Turkana basata su razzie di bestiame e donne, vendette claniche e odi familiari. I rispettivi Paesi hanno reagito diversamente senza un piano comune. Il Kenya ha semplicemente trasformato il Turkana in un problema di ordine pubblico aumentando la presenza di esercito e polizia. L’Uganda ha adottato la politica del bastone e della carota, iniziata nel 2006, due anni dopo la sconfitta definitiva del LRA al nord, trasformando il Karamoja in una priorità nazionale.

Nel 2009 stato creato un ministero apposito, Ministry of Karamoja Affairs, sotto la guida della First Lady Janet Museveni e rappresentante della carota. Nonostante alcuni scandali finanziari che hanno coinvolto direttamente la First Lady che nutre ambizioni presidenziali, il bilancio delle attività del ministero nei cinque anni di esistenza è in complesso positivo. È stata quasi raggiunta la sicurezza alimentare riducendo drasticamente la malnutrizione infantile e adulta, attraverso la meccanizzazione dell’agricoltura, la creazione di moderne fattorie e l’accesso ai mercati regionali, Turkana compreso. Ora si sta pensando di aprire le prime industrie agroalimentari della provincia. È aumentata la distribuzione e l’accesso all’acqua potabile grazie alla costruzioni di acquedotti pubblici nei principali insediamenti urbani, migliorate le tecniche di allevamento aumentando il reddito pro-capite familiare, e aumentata la frequenza all’educazione di base.

Anche le istituzioni hanno subito un drastico cambiamento: da lontane istituzioni di un governo centrale totalmente aliene alla cultura dei Karamojini, sono divenute strumenti pubblici per la popolazione locale, attraverso una purga di staliniana memoria di funzionari inetti e corrotti. I progetti di sviluppo del Karamoja del ministero guidato da Janet Museveni possono contare su un robusto pacchetto di finanziamenti sia governativi che provenienti da istituzioni internazionali quali UNDP, le cooperazioni bilaterali americana, italiana e tedesca, la Banca Africana per lo Sviluppo, Banca Islamica per lo Sviluppo, fondi della Comunità Economica del Est Africa (EAC) e di varie Ong internazionali. Se il Ministero per il Karamoja rappresenta la carota, il UPDF, l’esercito ugandese, ha ovviamente svolto il ruolo del bastone. Dal 2010 è stato varato una sistematica operazione di disarmo dei clan che ha raggiunto al 100% gli obiettivi prefissati. Fin da allora il Karamoja deteneva il triste primato continentale della piú alta concentrazione di armi automatiche tra la popolazione: 4 Kalasnikov per persona.

Il AK-47 era divenuto parte integrante della cultura locale, inserito persino nella lista dei regali per i matrimoni. Il UPDF ha aperto diverse caserme nella provincia, soprattutto nelle zone di confine con il Kenya stazionando un’intera divisione mista, fanteria e motorizzata, con il preciso compito di difendere le popolazioni ugandesi dagli attacchi e scorribande effettuate dalle tribù nomadi del Turkana. Una volta assicurata la protezione il UPDF ha reso obbligatoria la consegna delle armi attuando un metodo assai originale e pratico. Il governo ugandese ha comprato le armi del Karamoja, pagandole a prezzo di mercato: 42 dollari per il fucile d’assalto Kalasnikov e 20 dollari per ogni round di munizioni. Il vero business delle industrie di armamenti russe e cinesi non risiede nella vendita del AK-47 ma nella vendita delle sue munizioni. La politica “Weapon for money” (Armi in cambio di denaro) è stata affiancata da una politica di tolleranza zero sul possesso delle armi automatiche.

Ogni cittadino che non consegnava l’arma veniva arrestato e imprigionato. Nonostante la presenza di alcune documentate violazioni dei diritti umani, il progetto di disarmo del Karamoja è divenuto una succes story e oggetto di studi internazionali per apprendere i segreti che hanno reso possibile il raggiungimento dell’obiettivo. Tre i principali settori produttivi individuati per lo sviluppo regionale (non provinciale) del Karamoja: agricoltura, materie prime edili e minerali.  Dopo i progetti di miglioramento agricolo attuati dal Ministero della First Lady, ora si sta passando alla fase dell’agroindustria cercando di attirare investimenti continentali e internazionali. Particolarmente interessate multinazionali agroalimentari danesi, nigeriane, sud africane e tedesche. Nel settore materie prime per l’edilizia il governo ha deciso di industrializzare e modernizzare l’estrazione del marmo e di una particolare e rara pietra calcarea bianca particolarmente adatta alla fabbricazione del cemento di ottima qualità.

Nuove cave, al momento artigianali, stanno sorgendo come funghi e le multinazionali iniziano a fare i primi studi di fattibilità commerciale con l’intento di cominciare le attività estrattive su vasta scala. La prima ditta che ha iniziato le attività è il gigante edile ugandese, Tororo Cement. Alcune ditte ugandesi di famiglie di immigrati indiani di sesta generazione, si stanno indirizzando sulle cave di marmo, materiale normalmente importato dall’India e in percentuale minore dall’Italia (marmo di Carrara per il settore edile VIP). Ma il piú importante dei settori che garantiranno il salto dalla preistoria agli anni Duemila nel Karamoja, è rappresentato dall’industria mineraria. La provincia è ricca di oro, fosfato, gemme preziose, coltan, zinco e rame. Il governo sta stanziando ingenti fondi per attuare studi geologici e la mappatura dei giacimenti per ogni minerale. Gli attuali dati si riferiscono agli studi geologici fatti dall’impero britannico negli anni Cinquanta.

Il potenziale minerario del Karamoja è praticamente infinito. La zona è tra le piú antiche formazioni geologiche che, assieme al est del Congo, arriva a rappresentare uno scandalo geologico. Praticamente i piú rari minerali sulla terra sono presenti nel Karamoja”, ci spiega Peter Dokeris, Ministro di Stato per lo sviluppo dei minerali e dell’energia. “Necessitiamo di investitori seri e preparati che intendano impegnarsi in questo nuova frontiera economica tutta da sfruttare”, informa il ministro, assicurando che il governo sta studiando un pacchetto di facilitazioni economiche e fiscali per gli investimenti nella provincia. Sviluppo economico e investimenti stranieri rappresentano una opportunità ma anche una seria minaccia per la regione. Il governo è estremamente consapevole che una penetrazione economica non pianificata che crei diseguaglianze sociali e non diminuisca il tasso di disoccupazione della provincia, ha alte possibilità di entrare in conflitto con i Karamojini che, qualora si sentissero emarginati, adotterebbero l’unica risposta a loro conoscenza per rivendicare i loro diritti: le armi.

Assicurare sviluppo è di gran lunga preferibile e piú economico che affrontare una guerra per debellare rivolte claniche e movimenti guerriglieri difficili da combattere causa la porosità con il confine keniota. Per prevenire questo rischio il governo ha imposto che gli investitori stranieri conducano le loro attività in partenariato con imprenditori locali. Questa sembra una misura obbligatoria in quanto l’attuale sfruttamento delle risorse minerarie del Karamoja è per il 80% in mano a piccoli proprietari di mine. All’interno del governo stanno sorgendo i primi embrioni di iniziative tese a organizzare questo esercito di piccoli produttori raggruppandoli in cooperative “Syndicate” come si usa dire da queste parti. Un progetto che avrà bisogno della cooperazione di ditte di consulenza aziendale continentali, occidentali e asiatiche. Al momento la realtà piú significativa riguarda lo sfruttamento dell’oro. La Jan Mangle Gold ha iniziato il primo sfruttamento a larga scala dei giacimenti auriferi della provincia. Numerose sono le ditte nazionali interessate tra le quali la Uganda Metal Recycling Ltd, ditta ugandese specializzata nel riciclaggio e fusione dei metalli, di proprietà di Mahesh Ajudiya, ugandese di origini indiane.

Per obbligare gli investitori stranieri a seguire il progetto politico governativo,  è stata rafforzata la legge 234 del 2000 che obbliga le imprese ad associare le loro attività produttive con lo sviluppo socio-economico delle comunità locali. In parole povere le imprese che non sviluppano le comunità del Karamoja possono essere a rischio di grossi problemi con le autorità centrali e oggetto di pubblica denuncia da parte dei media nazionali. Per avviare il processo di boom produttivo economico nei tre settori occorre un ingente impegno nella realizzazione delle infrastrutture. Il Karamoja ha solo il 8% delle strade asfaltate. Totalmente assente la rete elettrica pubblica. Nel novembre 2013 Museveni ha inaugurato il primo importante tratto stradale asfaltato che collega la provincia con la capitale: Kampala, con l’obiettivo di migliorare l’accesso al mercato nazionale. In progetto vi sono strade che colleghino il Karamoja con Kenya e Sud Sudan. Un progetto vitale per il commercio regionale in quanto l’esistenza di strade asfaltate nel Karamoja permetterebbe di utilizzare questa provincia come punto strategico del passaggio delle merci dal Kenya al Sud Sudan e viceversa via Turkana.

La prima illuminazione elettrica in Karamoja è stata assicurata nel giungo 2013 presso la città piú importante: Moroto. In programma un piano di espansione della rete elettrica pubblica per uso domestico ed industriale. «Il governo sta individuato come priorità dotare la provincia di una copertura al 100% della rete elettrica pubblica come contributo al processo di sviluppo economico. Inizieremo con l’elettricità nei maggior centri urbani e nelle località produttive minerarie. Progressivamente estenderemo la rete all’intero territorio della provincia» informa Peter Wotunya, un responsabile dell’ente elettrico pubblico ugandese. L’unico settore in declino è quello degli aiuti umanitari. Finita la pacchia del Karamoja. Si sbaracca! Un declino salutato positivamente dalla popolazione visto i milioni di euro gettati al vento sopratutto nel settore agricolo e protezione minorile. Prima dell’intervento del governo l’agricoltura era pressoché inesistente e le strade di Kampala infestate da bambini mendicanti e giovani prostitute minorenni provenienti dal Karamoja.

Solo qualche interessante attività umanitaria tesa allo sviluppo è destinata a rimanere a condizione che affianchi i suoi interventi con gli sforzi del governo e degli imprenditori privati, riuscendo a creare una dinamica sinergia. Tra le Ong che rimarranno nel Karamoja vi è Insieme Si Può per l’Africa, una piccola ma efficace Ong del nord Italia, che in Uganda è sotto la direzione di un ex imprenditore italiano. Le principali aree di intervento sono: agricoltura (supporto ai contadini per migliorare la produzione agricola, introduzione delle attività agro forestali, Banca dei cereali, supporto all’agricoltura urbana, con particolare attenzione alle donne e ai giovani per diminuire il flusso immigratorio verso Kampala destinato ad ingrossare le fila della prostituzione, vagabondaggio e piccola criminalità); educazione (supporto a 1.380 bambini per l’accesso alle scuole materne ed elementari); capacity building (rafforzamento della formazione artigianale e commerciale in collaborazione con le missioni Comboniane); sanità (progetti nutrizionali e di riabilitazione dei disabili, prevenzione della malaria, costruzione di infrastrutture quali il reparto pediatrico del ospedale St. Kizito); ambiente (promozione di energie pulite rinnovabili e acqua potabile). Secondo le informazioni ricevute direttamente dai beneficiari contattati durante questi mesi, la piccola Ong italiana gode della fama di efficienza e creazione di reale benessere economico, doti estremamente rare nel parassitario mondo dell’umanitario comunemente denominato in Africa “L’inganno dei Bianchi”.

Il governo, una volta terminata la fase di promozione ed istallazione di realtà produttive industriali, intende agganciare lo sviluppo del Karamoja allo sviluppo regionale, in particolar modo con la regione confinante keniota del Turkana dove recentemente sono stati scoperti ingenti pozzi di petrolio e gas naturale.  Le possibilità di investimento per gli imprenditori italiani sono enormi non solo sui settori minerario e agricolo ma anche quello edile (si prevede un boom dell’edilizia urbana) avvantaggiato dalla presenza delle materie prime in loco e quello delle energie rinnovabili, sopratutto l’energia solare.  Queste opportunità di investimento rischiano di venir ostacolate dalla nota e storica difficoltà di comprendere il mercato da parte della nostra imprenditoria e dalla difficoltà di individuare partner locali affidabili. Per risolvere questi ostacoli sono state costituite due entità di supporto economico: una pubblica e l’altra privata. La Camera di Commercio dell’Ambasciata Italiana, capitanata da Micael Anzon responsabile del Business Club Italia offre consulenza istituzionale mentre la Jack’s Holding Ltd, azienda privata di consulenze, si occupa principalmente dell’individuazione di partner locali affidabili e concreti ed assistenza tecnico-legale per la fase di start up aziendale. Per chi volesse godersi le migliori foto di questa magica terra del Karamoja si invita a visitare il sito del fotoreporter italiano Damiano Rossi.

Per contattati ed informazioni rivolgersi a: Micael Anzon Ufficio Commerciale Ambasciata d’Italia in Uganda: commerciale.kampala@esteri.it  e al direttore della Jack’s Holding Ltd: ceo@jacksholding.com

 

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