giovedì, Settembre 23

Karachi, la megalopoli nel caos field_506ffb1d3dbe2

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Per buona parte dei pakistani era la City of lights”. Durante la dominazione coloniale britannica ed i primi 20 anni di indipendenza, Karachi non fu solo la capitale economica, culturale e sociale del Pakistan, ma anche quella politica. Una preponderanza tale da ingelosire l’establishment del Punjab, il quale premette, ed ottenne, che venisse costruita ex-novo un’altra città dove spostare almeno la sede del Governo. Fu così che nel 1959-66 venne edificata Islamabad, che divenne capitale dopo che la sede del governo era giù stata spostata nel 1958, a Rawalpindi.

La centralità di Karachi per la società e l’economia nazionale non venne sul momento scalfita, anzi. La chiusura con l’India ad Est,  l’URSS a Nord e l’Iran ad Ovest, durante la Guerra Fredda ne fecero lo snodo di quasi tutto il commercio del Paese con il resto del mondo. Tra la fine degli anni ’60 ed i ’70, Karachi fu il centro propulsore delle passioni politiche e sociali del Paese. La città rimase il principale motore dell’economia industriale, con una borghesia fiorente e dinamica. Nelle grandi fabbriche della città sorsero e si svilupparono i primi movimenti operai e sindacali. Nelle sue strade le donne pakistane scoprirono la prima emancipazione femminile, in un Paese musulmano ferocemente conservatore. Cinema e teatri proliferavano ovunque. Sullo sfondo del meglio di quanto lasciato dalla architettura coloniale britannica, la pianificazione dell’espansione urbana di Karachi degli anni ’50 e ‘60 era additata come un modello in tutti i Paesi in via di sviluppo. Nel 1961 il regime sud-coreano di Park Chung-Hee adottò la metropoli come punto di riferimento per lo sviluppo urbanistico di Seoul.

Molto di questo splendore, oggi, non esiste semplicemente più. Karachi brucia, insanguinata dal riprodursi, nel suo ristretto spazio urbano, di tutta la conflittualità politica, settaria e religiosa, che devasta il resto del Pakistan in sedi più o meno separate.

Quella di Karachi è una storia di profughi, fin dal suo primo boom demografico del secondo dopo-guerra. Nel 1947-77 la popolazione della città passò da 700mila a 5 milioni di abitanti a causa dell’enorme afflusso di musulmani in fuga dall’India dopo l’Indipendenza dei due Paesi. Il secondo  boom fu quello degli afghani, iniziato nel 1979 con l’invasione sovietica del loro Paese e mai fermatosi, a causa del perenne stato di guerra imperante oltre frontiera. Questa circostanza ha trasformato la capitale del Sindh nella sede di una delle comunità di etnia Pashtun più estese al mondo (3 milioni di abitanti).

Le quattro guerre secessioniste del Belucistan e la povertà estrema della provincia, distante poche decine di chilometri dalla metropoli, hanno fatto di Karachi la vuotatrice demografica anche di quella disgraziata provincia. Il collasso dell’autorità statuale nel nord-ovest del Paese a partire dagli anni ’80, con l’esplosione del tribalismo e del fondamentalismo islamico, ha spinto nella città anche un ondata di migranti dalle regioni più povere e culturalmente arretrate del Paese. L’ultima ondata migratoria è avvenuta dopo il 2010, con la catastrofe delle alluvioni che hanno colpito il nord del Pakistan e provocato quasi 10 milioni di senzatetto e profughi. Oggi, la popolazione di Karachi è stimata tra i 15 ed i 18 milioni di persone.

Fu proprio questo epocale ribaltamento etnico a provocare, alla fine degli anni ’80, la prima esplosione di violenza settaria. La comunità indù, sentendosi emarginata dalle élites economiche autoctone e assediata dai Pashtun, si organizzò in un violento movimento politico-militare, il Mohajir Qaumi Movement, che dette inizio ad una lunga stagione di guerriglia urbana, che provocò l’intervento dell’esercito per chetare i disordini in città. Nel 1993 la conflittualità venne azzerata consentendo al Movimento di trasformarsi in un partito politico legale a livello locale, ma l’aura di oasi di benessere cittadina venne sfatata per sempre. Da quel momento, al contrario, l’utilizzo di gruppi criminali per colpire con la violenza gli avversari, divenne uno strumento progressivamente accettato dalla politica cittadina.

Con le crisi economiche degli anni ’90 finì anche la stagione della prosperità. La ricchezza iniziò a spostarsi nel Punjab, teatro della “Green devolution” agricola e regione di origine delle elites non solo imprenditoriali, ma anche militari del Paese. Fu però con la dittatura di Pervez Musharraf, che la megalopoli precipitò definitivamente nel marasma, colpita tanto nella sua economia dai militari, quanto dai fondamentalisti nella sua anima laica e progressista.

Bastione elettorale del Partito del Popolo Pakistano della famiglia Bhutto, particolarmente inviso ai generali, la città è stata fatta oggetto dal regime di un vero e proprio declassamento industriale. Le pseudo-privatizzazioni in grande stile delle ex- imprese di Stato, vennero utilizzate da Musharraf per o arricchire gli stessi militari, regalando alle famiglie dei medesimi imprese a prezzo di saldo e accentrando il centro del potere economico nella capitale politica e nel Punjab. Una delle vittime più illustri di tale pratica è stata proprio l’azienda elettrica municipale di Karachi, protagonista nel febbraio scorso di un black-out di massa che ha bloccato per giorni le attività economiche cittadine. Gli effetti di questa politica sulle diseguaglianze economiche interne sono oggi particolarmente pesanti. Dal 1973, nonostante il vertiginoso aumento della popolazione di Karachi, la provincia del Sindh ha visto decrescere la sua quota di ricchezza dal 31 al 29% del PIL nazionale, con una crescita economica media annuale di appena il 2%. Il Punjab, ha visto invece aumentare la sua dal 50 al 54%.

A colpire però più duramente l’anima e la vitalità di Karachi è stato il trasferimento, assieme all’immigrazione interna, anche dei conflitti settari interni. Già negli anni ’90, la violenza degli integralisti sunniti contro la minoranza sciita fece di alcuni quartieri della città dei ghetti auto-referenziali, tagliando le ali alla vitalità commerciale che aveva sempre contraddistinto quella comunità. La presenza anche a Karachi delle cellule talebane è venuta violentemente alla ribalta nel dicembre 2007, quando la ex- Premier e candidata alle elezioni contro Musharraf, Benazir Bhutto, fu uccisa da un kamikaze durante un comizio in una delle piazze principali della città. La ripresa degli scontri tra separatisti del vicino Belucistan ed esercito, e la fuga dei suoi abitanti verso la città, ha infine fatto della metropoli anche la seconda linea di questo ennesimo conflitto. Anche nei sobborghi di Karachi, le unità anti-terrorismo dei militari perseguono la loro “dirty war” contro la minoranza, fatta di incursioni e sequestri notturni ed omicidi nascosti.

Le cifre di questo crogiuolo inestricabile di violenza sono impressionanti. Le stime ufficiali del Governo parlano di 8000 morti solo negli ultimi cinque anni, di cui 1250 nella sola prima metà del 2012. E si parla solo delle stime ufficiali, visto che molti delitti non vengono nemmeno denunciati, coperti da protezioni politiche, o avvengono in aree della metropoli del tutto fuori controllo da parte della polizia locale.

Come già accennato, alla violenza settaria e confessionale si aggiunge anche quella puramente criminale. Oltre 200 gruppi mafiosi e gang si spartiscono il lucroso mercato della manodopera in nero, continuamente gonfiato dai profughi. E Karachi, un tempo porta del Pakistan sull’Oceano, è oggi un crocevia internazionale dei colossali traffici di eroina ed armi da e per l’Asia Centrale e l’Afghanistan.

 

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