domenica, Maggio 16

Kabila difende i terroristi ruandesi Il leader del Congo stupisce la comunità internazionale

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Kampala – A grande sorpresa il Presidente congolese Joseph Kabila ha rifiutato di apporre la firma sul documento che autorizza l’offensiva militare contro il gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR) durante la conferenza dei Ministri della Difesa degli Stati membri del ICGLR (Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi) svoltasi a Luanda (Angola) il 14 agosto 2014. La notizia è stata tenuta nascosta dai media africani seppur chiaramente spiegata su sito web del ICGLR per paura di esasperare le già tesa situazione nella regione. Solo dei siti di informazioni collegati alle società civile e a Ong regionali hanno diffuso la notizia, confermata successivamente da una fonte all’interno del governo Ugandese protetta da anonimato causa il delicato argomento. Le FDLR sono la naturale mutazione  del ex esercito del Presidente Juvenal Habyrimana e dalle milizie Interhamwe rifugiatesi nel 1994 nello Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo) grazie all’intervento militare francese contro la ribellione del Fronte Patriottico Ruandese (Operazione Tourquoise). 

La presenza delle FDLR all’est del Paese ha contribuito a vent’anni di instabilità e conflitti, costringendo gli Stati Uniti ad inserirle nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali. Al  nucleo forte dei suoi combattenti (circa 4.500 uomini) nel 2013 si sono aggiunti altri 7.500 miliziani, per la maggioranza reclutati tra il residuo di rifugiati ruandesi ancora presenti all’est del Congo e tra giovani disoccupati congolesi. Le nuove reclute non rappresenterebbero una seria minaccia militare per il Rwanda. Seppur addestrati da esperti militari francesi presenti a Goma la maggioranza di essi non ha esperienza di combattimento. Manca anche la forza ideologica presente nel nocciolo duro delle FDLR e la ferma volontà di reinstallare in Rwanda il regime razial nazista Hutu Power. Le FDLR controllano vaste zone nel Sud e Nord Kivu costringendo le popolazioni locali a pagare tributi e a lavorare come mano d’opera gratuita nelle miniere clandestine di oro, coltan e altri metalli rari gestite assieme al fratello del Presidente congolese: Zoe Kabila, incaricato di gestire il complesso network mafioso che la Famiglia Kabila ha creato per controllare il commercio illegale dei minerali. Un commercio che supera di 4 volte il volume d’affari dei minerali congolesi esportati legalmente.

La presenza delle FDLR è servita al Rwanda come pretesto per compiere due invasioni (1996 e 1998) e finanziare due ribellioni Banyarwanda (etnia tutsi congolese): quella di Laurent Nkunda nel 2009 e quella di Bosco Ntaganda (Terminator) e Sultani Makenga nel 2012. Ribellioni spesso rafforzate da truppe ruandesi e ugandesi che combattono al loro fianco in incognita. Nel giugno luglio 2012 le FDLR hanno stretto accordi militari con il governo di Kinshasa e la missione di pace ONU in Congo: MONUSCO per combattere la ribellione del M23, ricevendo un ingente arsenale militare dall’esercito congolese (FARDC) con la complicità dei caschi blu delle Nazioni Unite. Dopo la ritirata strategica del M23 in Uganda, le FDLR si sono concentrate nei preparativi militari per invadere il Rwanda e deporre l’attuale regime. Due le invasioni tentate: l’Operazione Abacunguzi nel settembre 2013 e l’Operazione Umudendezo tra l’aprile e il maggio 2014.  

Fu proprio durante il secondo tentativo di invasione del Rwanda che il Presidente ad interim delle FDLR Victor Byiringiro informò il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon, il Presidente Joseph Kabila, la MONUSCO e vari altri attori regionali della decisione di abbandonare la lotta armata per trasformarsi in un partito e partecipare alla vita democratica del loro Paese di origine. Volontà riconfermata a metà maggio quando l’Operazione Umudendezo fallì a causa del mancato sostegno della popolazione ruandese di origine hutu. Un sostegno essenziale per la strategia militare delle FDRL dove l’invasione dal est del Congo è infatti il supporto dato da una rivolta generale degli hutu contro i tutsi e da un secondo genocidio per avere il successo sperato. Il mancato supporto della popolazione hutu ruandese alle FDLR sembra sancire la volontà dei ruandesi di non ripetere gli orrori del 1994.

Il governo ruandese si è dimostrato fin dall’inizio scettico sulla reale volontà di resa delle FDLR, dubbi confermati dal mancato rispetto della data limite fissata in comune accordo per il disarmo totale: 31 maggio 2014. Durante un meeting congiunto tra ICGLR e la Comunità Economica dell’Africa del Sud (SADC), avvenuto a Luanda il 02 luglio scorso, la posizione del Rwanda (disarmo forzato tramite offensiva militare) fu messa in minoranza a favore di una posizione piú moderata e aperta al dialogo. Gli Stati membri decisero di concedere alle FDLR  sei mesi di tempo ( fino al dicembre 2014) per arrendersi. In caso di mancato disarmo ICGLR e SADC autorizzerebbero l’uso della forza contro questo gruppo terroristico. La decisione presa è stata preceduta dal tentativo orchestrato dalla Comunità di Sant’Egidio, un movimento laico di ispirazione cattolica impegnato in vari negoziati di pace in Africa.

E’ accusato peró di avere la tendenza a supportare le ideologie Hutu Power nella regione dei Grandi Laghi come ampiamente dimostrano gli accordi di pace per porre fine alla guerra civile burundese che portarono al potere il Presidente Pierre Nkurunziza e il gruppo genocidario hutu CNDD-FDD che attualmente sta tentando di imporre una regime razial nazista in Burundi. Il tentativo della Comunità di Sant’Egidio era di supportare la trasformazione delle FDLR in un partito politico ed attivare negoziati di pace con il governo ruandese in previsione di una condivisione del potere. Una riunione segreta fu organizzata il 26 giugno scorso a Roma Trastevere con la presenza dell’inviato speciale dell’Unione Europea Koen Vervachke, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la regione dei Grandi Laghi Mary Robinson, il responsabile della MONUSCO Martin Kobler e alcuni esponenti delle FDLR tra cui il Generale Gaston Iyamuremye, vice presidente del gruppo terroristico su cui pende un mandato di arresto internazionale per genocidio emesso dalla Corte Penale Internazionale.

Grazie a delle fughe di notizie interne Radio France International fu il primo media a denunciare la riunione segreta. In un comunicato stampa la Comunità di Sant’Egidio ha smentito l’intento di supportare le FDLR affermando il suo sostegno al governo ruandese e negando la presenza del Generale Jyamuremye. Una smentita che ha perso di credibilità causa il rifiuto della Comunità di Sant’Egidio di rivelare alla stampa i nomi dei rappresentanti FDLR presenti alla riunione. L’iniziativa non richiesta evidentemente a favore delle FDLR ha fatto perdere la credibilità internazionale della Comunità di Sant’Egidio rafforzando presso la Comunità Internazionale la convinzione che l’unica soluzione possibile sia quella militare. Una convinzione rafforzata anche dal documentata farsa del disarmo orchestrata dalle stesse FDLR. Circa 200 rifugiati ruandesi si sono arresi durante questi mesi, consegnando armi appartenenti alla Seconda Guerra Mondiale. La maggioranza di essi è composta da vecchi miliziani e le loro famiglie.

La prima reazione ufficiale è stata chiaramente espressa dagli Stati Uniti durante il recente USA- Africa Summit. La Casa Bianca ha chiesto l’immediato disarmo e l’annientazione militare delle FDLR, esprimendo parere negativo sul tentativo anti costituzionale del Presidente Kabila di ripresentarsi alle elezioni del 2015 per ottenere il terzo mandato presidenziale. Secondo Washington il Presidente Kabila si dovrebbe ritirare dalla scena politica nazionale per favorire il rafforzamento della democrazia e stato di diritto in Congo. Le posizioni americane sono state sostenute dalla maggioranza dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, compreso Cina e Russia obbligando il capo della MONUSCO, Martin Kobler ad abbandonare la politica di difesa delle FDLR cementata da accordi non ufficiali di collaborazione militare per combattere il M23. La scorsa settimana un comunicato ufficiale MONUSCO chiarisce la nuova linea di Kobler.

«Le FDLR hanno interpretato la decisione di concedere sei mesi di tempo per arrendersi come una parziale vittoria e stanno rallentando il processo di disarmo. Questo atteggiamento è rafforzato dall’assenza del deterrente militare. A questo proposito tengo a precisare che la MONUSCO, forte di 22.000 soldati, è pronta a lanciare un’offensiva militare risolutrice contro le FDLR in collaborazione con il governo congolese nel caso di mancata collaborazione delle FDLR al disarmo programmato», recita il comunicato stampa. Un cambiamento strategico obbligatorio per Kobler dopo organizzato false campagne militari contro le FDLR nel marzo 2014. ICGLR, SADC, Sud Africa, Angola, Uganda, Kenya, Stati Uniti e Nazioni Unite sembrano propensi a promuovere una politica priva di compromessi neutralizzando gli sforzi della Comunità di Sant’Egidio, Francia e Martin Kobler.

Le FDLR sono un gruppo terroristico che si deve arrendere o venire annientato. Nessuna possibilità di dialogo con il governo del Rwanda in quanto le FDLR sono responsabili del genocidio del 1994. Arresto dei quadri politici militari su cui gravano accuse di crimini contro l’umanità. Anche la data limite per il disarmo è stata aggiornata. La milizia hutu avrà tempo fino ad ottobre 2014 (e non dicembre) per completare il disarmo. Dopo di che verrà attaccata. Il boicottaggio alle operazioni militari attuato dal Presidente Kabila sembra incomprensibile e contraddittorio. Il presidente congolese, sempre piú isolato sulle scena politica continentale e mondiale, non è certamente nella posizione di contrastare le decisioni ONU e dei principali attori internazionali su un punto estremamente delicato: la lotta contro le forze terroristiche e genocidarie per portare pace nella regione. La decisione di Kabila contraddice le precedenti posizioni assunte dal governo di Kinshasa, firmatario degli accordi di pace del febbraio 2013 che prevedevano l’annientamento di tutti i 40 gruppi armati presenti nel paese (FDLR e M23 compresi).

Contraddice anche la presentazione di un piano di disarmo delle FDLR sottoposta alla comunità internazionale da Kinshasa lo scorso maggio in cui si prevede anche l’opzione militare. Infine la recente dichiarazione del Ministro degli Affari Esteri Raymond Tshibanda pronunciata dinnanzi al Consiglio di Sicurezza ONU in cui si prevede l’opzione militare in caso di fallito disarmo. Quali sono le ragioni che hanno spinto ad una decisione così controversa? Le principali ragioni sono di natura economica, politica e militare. La Famiglia Kabila gestisce milioni di dollari nella vendita illegale di minerali estratti dalle miniere dell’est del paese controllate dalle FDLR. Un loro annientamento aprirebbe le possibilità di sfruttamento delle miniere da parte di compagnie minerarie legalmente riconosciute riducendo sensibilmente il traffico illegale e ponendo fine a questo lucroso affare personale. A livello militare, nonostante il rafforzamento della Guardia Presidenziale, il Congo non ha un esercito capace di contrastare né invasioni né rivolte popolari interne. Considerando che il M23 è stato riorganizzato e riarmato dall’Uganda, il Presidente Kabila non può smantellare l’unica forza capace di contrapporsi militarmente ad una nuova ribellione dei tutsi congolesi: le FDLR giustappunto.

Non è assolutamente casuale che il rifiuto di firmare l’offensiva militare contro il gruppo terroristico ruandese sia stata accompagnata dalla richiesta rivolta a Uganda e Rwanda di non sostenere il M23 e di consegnare alla giustizia congolese i quadri della ribellione Banyarwanda protetti a Kampala e a Kigali. La ragione politica, al momento allo stadio di ipotesi, vedrebbe la necessità del Presidente Kabila di un conflitto con il Rwanda che gli permetterebbe di rimanere al potere. Secondo notizie non confermate Kabila spera di ripetere la situazione militare creatasi durante la seconda guerra Pan Africana (1998 – 2004) in cui il paese era diviso in due grazie all’intervento di alcuni paesi africani in sostegno del Presidente Désiré Kabila, il padre. Fu proprio questo stallo militare che permise al giovane Kabila di ereditare la presidenza dopo l’assassinio del padre avvenuto nel gennaio 2001 e di mantenersi al potere. L’ipotesi è sostenuta da Stephanie Wolters, direttrice della divisione prevenzione conflitti del Istituto per gli Studi di Sicurezza di Pretoria, Sud Africa.

La Wolters condivide lo scetticismo del governo ruandese e avverte che, nonostante la propaganda di disarmo, le FDLR stanno continuando il reclutamento di uomini, il loro addestramento e i piani di invasione del Rwanda (genocidio compreso). L’allarme lanciato dalla Wolters è stato recentemente confermato da una missione di esperti inviata dalle Nazioni Unite e da varie fonti di informazione del Nord e del Sud Kivu. La mancata collaborazione del governo congolese sembra bloccare ogni spazio di manovra dei caschi blu della MONUSCO che non possono intraprendere azioni militari contro le FDLR senza il consenso politico di Kinshasa e la collaborazione dell’esercito FARDC. La diplomazia regionale ed internazionale si è immediatamente attivata per convincere il Presidente Kabila a collaborare per ristabilire la pace nella regione ma, secondo Wolters, la posta in gioco è troppo alta per una collaborazione: i destini delle FDLR e di Kabila sarebbero strettamente collegati.

Una fonte governativa ugandese protetta da anonimato informa che i governi ruandese e ugandese starebbero analizzando due possibilità. Attuare un cambiamento di regime a Kinshasa come fu fatto nel 1996 contro il Presidente Joseph Désiré Mobutu Sese Seko o una guerra di indipendenza dell’est del Congo creando così la Repubblica del Kivu. Entrambe le possibilità prevedono l’impegno militare del M23. L’informazione è stata categoricamente smentita dal governo ugandese che si dichiara preoccupato sugli avvenimenti del vicino Congo ma garantisce il rispetto della sovranità nazionale e il principio di non interferenza. Assicurazioni che risultano poco credibili visto che l’Uganda sta proteggendo e riarmando la maggioranza dei miliziani del M23 e la ventennale rapina delle risorse naturali dell’est del Congo che ha permesso a Rwanda e Uganda di diventare paesi emergenti a livello continentale. Nessuna indicazione o indiscrezione giungono dal governo di Kigali.

Purtroppo la storia recente dei Grandi Laghi dimostra che il governo ruandese ha sempre attuato la politica americana di prevenzione invadendo il Congo o alimentando ribellioni al sorgere di seri dubbi sulla sicurezza nazionale. Incerta la sorte dei rifugiati ruandesi ancora presenti in Congo, circa 240.000 persone. La MONUSCO è propensa al loro rimpatrio volontario grazie alle assicurazioni fatte dal governo ruandese che i rifugiati saranno reinseriti nella società senza alcun provvedimento giudiziario ad esclusione di comprovati quadri militari che coordinarono le attività durante il 1994. L’ex Primo Ministro ruandese Faustin Twagiramungu, attuale oppositore politico e alleato delle FDLR, dichiara che i rifugiati ruandesi non possono rientrare in Rwanda causa l’attuale regime che nega la democrazia e i diritti dell’uomo.

Probabilmente la maggioranza di questi rifugiati non rientrerà in Rwanda e verrà naturalizzata con la cittadinanza dal governo di Kinshasa come è avvenuto per altri 300.000 rifugiati ruandesi tra il 1998 e il 2006. Parte di questi rifugiati ruandesi naturalizzati congolesi fanno parte della attiva diaspora europea (Italia compresa) impegnata nella propaganda etnica contro i tutsi e il Rwanda supportata da settori reazionari del mondo cattolico di cui una maggior attenzione sul loro operato sarebbe opportuna da parte del Santo Padre. La propaganda viene camuffata da progetti di promozioni della pace teoricamente promossi da immigrati congolesi.  Notare che questi 540.000 rifugiati ruandesi sani e vegeti, rientrano nella lista delle vittime dell’aggressione attuata da Burundi, Rwanda e Uganda nel 1998 secondo i fautori della teoria del doppio genocidio, principalmente ex quadri del regime razziale di Habyrimana in esilio in Francia e Belgio, e una minoranza agguerrita del mondo cattolico italiano.

Teoria ripresa dalla televisione pubblica italiana in uno speciale di RAI 1 “Rwanda…….” trasmesso il …… Un documentario che è risultato una operazione di revisionismo storico che non ha fatto altrettanto scalpore come nei casi del revisionismo dell’Olocausto in quanto la comunità ruandese in Italia non è piazzata ai vertici del potere come quella ebraica. RAI 1 ha anche trasmesso nel dicembre 2013 il reality show MISSION realizzato da UNHCR e Intersos definito dall’associazionismo italiano “pornografia umanitaria”. La trasmissione registrò un clamoroso fiasco di audience e fu registrata la perdita di 1,8 milioni di euro causata dall’abbandono dei sponsor e disdette dei contratti per la pubblicità durante la trasmissione.  «Per la pace nei Grandi Laghi è imperativo il disarmo reale sia delle FDLR che del M23 in quanto gli altri gruppi armati presenti all’est del Congo non hanno una reale consistenza. Il disarmo dei principali attori dell’instabilità regionale deve essere accompagnato da un processo di rafforzamento della democrazia e di integrazione economica regionale» afferma Stephanie Wolters.

 

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