martedì, Settembre 21

Jurij Gagarin, il primo navigatore dello spazio

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Dopo il faticoso lancio, tormentato dalle tremende sollecitazioni della partenza, inizialmente la capsula seguì la rotta della Siberia; quindi sorvolò l’oceano Pacifico e oltre per spingersi nella straordinaria avventura che viene riportata in tante sue frasi: «La terra è bellissima, azzurra e non ci sono confini o frontiere». Sarà stata sua quella dichiarazione di poesia? Jurij era un ragazzo ancora lontano dai 30 anni con una voglia straordinaria di avventura e una verosimile dose di incoscienza. Ma pure, le sfinestrature della sua capsula non così ampie da permettersi l’osservazione del panorama. Bene. Nel 2009 gli scienziati dell’Università di Calgary hanno effettuato misurazioni con uno strumento che rileva la direzione e la velocità degli ioni che ha permesso loro di stabilire che lo spazio inizia a 118 km sopra la Terra. Il limite rappresenta il punto medio, su una distanza di decine di chilometri, di una transizione graduale dai venti ai flussi più violenti di particelle cariche nello spazio. Una nota opportuna che riconosce scientificamente il primato di Gagarin.

Dopo 78 minuti di volo assai intensi, quando si trovava sopra l’Africa, si accesero automaticamente i retrorazzi che frenarono la corsa della Vostok e la navicella fu portata sulla traiettoria del rientro. I sovietici sostennero che il primo uomo lanciato nello spazio rimase sempre all’interno della capsula e al momento della discesa finale, la parabola protettiva del paracadute frenò drasticamente l’impatto al suolo; secondo fonti americane, invece, Gagarin fu catapultato a 7.000 metri di altezza nell’aria gelida della Russia occidentale e completò la sua discesa con il paracadute agganciato direttamente alla sua schiena. Quello che sappiamo è che alle 10:25 il modulo di servizio accese i retrorazzi per 42 secondi, ma poi fallì il distacco dalla capsula in cui si trovava il pilota. L’inconveniente modificò l’assetto della navicella che iniziò a roteare su se stessa fino a quando il calore dovuto all’entrata in atmosfera non sciolse i lacci che legavano i due moduli. E gli osservatori hanno ritenuto che per questo inconveniente la capsula espulse il sedile con il prezioso carico umano. Ma l’atterraggio si svolse senza traumi e Gagarin toccò la terra di un kolchoz di Smielkova, nella provincia di Saratov. Le prime persone che incontrò una volta atterrato furono Anna Taktatova e sua figlia: due contadine che stavano badando ad un vitellino e che corsero via terrorizzate. E’ lo stesso Gagarin che ha riportato la storia in una sua biografia: «Quando mi videro con la mia tuta spaziale trascinando il paracadute, iniziarono ad indietreggiare impaurite. Dissi loro di non spaventarsi, che ero un sovietico come loro, tornato dallo spazio e che dovevo trovare un telefono per chiamare Mosca». Anche qui la storia è tutta da interpretare. Alcune cronache sostengono che qualcuno, dopo averlo liberato dall’imbracatura di volo gli avesse posto domande trascendenti. E Gagarin prontamente avrebbe risposto: «Sono stato in cielo e Dio non l’ho visto» suscitando l’ira dei teocratici occidentali. Il fatto è palesemente singolare perché un uomo che dopo l’avvitamento in alta quota aveva avuto la consapevolezza della sua fine imminente, difficilmente poteva avere la lucidità di una risposta così polemica. Lo scrittore Umberto Cavallaro dà la sua spiegazione. Al Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il premier Nikita Chruščëv, sfruttando abilmente la notorietà e la popolarità del cosmonauta, ebbe a dire: «E perché mai aggrapparsi a Dio? Gagarin ha volato nello spazio, ma non ha trovato nessun Dio». Gli organi di stampa immediatamente attribuirono la frase a Gagarin, benché il cosmonauta coltivasse, sulla questione, idee molto diverse. La polemica però importa poco.

Quello a bordo del Vostok fu l’unico viaggio di Gagarin nello spazio. Non si sa se le motivazioni di una sua esclusione dalle missioni successive sia stata di natura politica o sanitaria e forse qualche spiegazione potrebbe essere utile più alla scienza che alla curiosità umana. Gagarin muore prematuramente a soli trentaquattro anni, il 27 marzo 1968, a bordo di un Mig 15 in addestramento. Il caccia aveva a bordo anche Vladimir Sergeyevich Seryogin, un pilota collaudatore molto esperto. Anche in questo caso il mistero sulla sua fine è fitto. Varie sono le spiegazioni avanzate ufficiali e ufficiose. Sembra che il Mig abbia perso il controllo dopo essere entrato in scia con un altro addestratore per un’avaria all’altimetro. E per non uscire dalle nebbie della fantasia si è anche ipotizzato l’omicidio ordinato dal Cremlino, dove Leonìd Brèžnev aveva preso il posto di Chruščëv, per togliere di mezzo un personaggio che stava diventando ingombrante e poco gestibile.

A Jurij Gagarin è stato dedicato in Russia il centro di addestramento dove si preparano i cosmonauti prescelti per le varie missioni spaziali e in suo onore nel 1980 è stato eretto a Mosca un monumento in titanio alto 40 metri.

 

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