lunedì, Maggio 10

Juno ha portato la tecnologia dell’Italia su Giove field_506ffbaa4a8d4

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Lo scorso 5 luglio Juno è arrivata nell’orbita polare di Giove ed è previsto che concluda la sua missione nel febbraio 2018. Juno è una missione della Nasa concepita per le indagini del grande pianeta che quando è allineato alla Terra ci dista circa 628 milioni di chilometri e 778 milioni dal Sole e la sua missione è principalmente finalizzato allo studio del campo magnetico attraverso una sonda. Il suo viaggio è iniziato il 5 agosto 2011 a bordo di un razzo Atlas V dalla Cape Canaveral Air Force Station, situata in in Florida. Si tratta come è immaginabile, di una grande missione sviluppata nell’ambito del Programma New Frontiers, che prevede la realizzazione di missioni spaziali altamente specializzate e a medio costo, ovvero di budget non superiori ai 700 milioni di dollari e la sua innovazione più eclatante è nell’uso di pannelli solari invece di generatori termoelettrici a radioisotopi. Questa scelta è stata resa possibile dal significativo miglioramento dell’efficienza delle celle e quindi una riduzione delle dimensioni minime necessarie perché un pannello possa sviluppare sufficiente potenza per l’alimentazione di una sonda ad una tale distanza dal Sole. Utilizzando queste tecniche si sono evitate le proteste di ambientalisti e sedicenti esperti che negli anni passati hanno accompagnato il lancio di sonde alimentate da generatori termoelettrici più complessi.

Facile auspicare che dietro questa novità così complessa vi possano essere speranze di un impiego assai più razionale delle fonti energetiche. E cioè, se è indubbiamente impensabile immaginare l’uso delle stesse celle solari per far funzionare una sonda e un’autovettura, siamo certi che le ricerche dell’ente americano potranno essere un patrimonio da condividere con molti altri settori per ridurre le dipendenza da un solo canale energetico (il fossile) abbattendo anche altri inconvenienti dovuti alla combustione. La domanda che ci si pone però è quanta volontà c’è realmente nella transazione di un business di così alto valore e dove l’avidità farà posto alla razionalità.

Quanto a Juno, la sua traiettoria è stata studiata per giungere fino a Giove sfruttando l’effetto gravitazionale per fornire l’incremento di velocità necessaria a raggiungere una distanza così importante del sistema solare. In meccanica orbitale si chiama fionda gravitazionale una tecnica di volo necessariamente spaziale che utilizza la gravità di un pianeta per alterare il percorso e la velocità di un veicolo e è usata per i voli indirizzati verso i pianeti esterni il cui arrivo a destinazione sarebbe altrimenti proibitivo se non addirittura impossibile, essenzialmente per un motivo di costi e per i tempi troppo lunghi. Per ottenere l’effetto fionda, il veicolo spaziale deve effettuare un sorvolo ravvicinato del pianeta. Quando la sonda si avvicina, la gravità del pianeta l’attrae aumentando la sua velocità. Dopo aver passato il pianeta, la gravità continua ad attrarre il veicolo, rallentandolo. L’effetto sulla velocità, se il pianeta fosse fermo, sarebbe nullo come deve essere dalla legge di conservazione dell’energia, mentre cambierebbe la direzione del veicolo. Tenendo conto, però, che i pianeti si muovono nelle loro orbite attorno al Sole, la velocità non cambia se misurata in riferimento a essi, mentre è differente se la si misura rispetto a un sistema riferimento solidale. La spiegazione può apparire complessa a primo acchito ma è semplicemente un effetto della naturale convivenza che esiste nel sistema solare tra tutti i pianeti: un equilibrio straordinario che la mente umana cerca di disincagliare dalle credenza del passato e dalle logiche tradizionali. E onestamente, vista in quest’ottica la ricerca spaziale deve risuonare come un poderoso accompagnamento non solo tecnologico dell’esistenza, ma anche una più sottile esistenza di una meccanica ancora da scoprire e piena di incognite temporali.

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