sabato, ottobre 20

Juncker: ‘A dicembre si parlerà della riforma del sistema di Dublino’ Francia, il ministro dell'Interno Gérard Collomb vuole lasciare. Giappone, rimpasto di governo

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«Al Consiglio di dicembre ci sono delle priorità assolute, parliamo della riforma del sistema di Dublino, della protezione delle frontiere esterne, ma sono sorpreso del fatto che chi reclamava una migliore protezione delle frontiere esterne in passato ora sembra un po’ esitante dinanzi a questa soluzione integrale che la Commissione ha proposto all’attenzione del Consiglio». A dirlo il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker alla Plenaria a Strasburgo. «Per quanto riguarda l’unione della sicurezza c’è un ampio accordo tra i Paesi membri per le proposte della Commissione e vorrei che entro la fine dell’anno ci fosse un accordo per la riforma del sistema di Dublino, una riforma che non può più attendere. E’ necessario avere un accordo sul contenuto esatto per la protezione delle frontiere esterne», ha invece detto Juncker.

Chiaro anche il messaggio lanciato dal il vicepresidente della commissione Ue Frans Timmermans:  «Non possiamo lasciare da soli alcuni Paesi vicini per motivi geografici alla fonte migratoria ad affrontare la crisi dei migranti; o capiamo questo o ci condanniamo al reinserimento delle frontiere interne nell’Ue, ed è per questo che la Commissione crede nella revisione del sistema di Dublino. Possiamo affrontare il problema solamente con un’ampia solidarietà europea. Il nostro continente fratello, l’Africa, è al cuore del problema ma deve essere anche la soluzione. Penso che la sfida che stiamo affrontando creando un ponte nel Mediterraneo è paragonabile alla sfida dei nostri nonni che hanno superato il Reno dopo la Seconda Guerra mondiale o quello che abbiamo affrontato noi, superando l’Elba dopo il muro di Berlino. Non basta e non può andare una soluzione basata sui muri o sulla protezione delle frontiere esterne».

In Gran Bretagna, la premier Theresa May ha difeso il nuovo sistema preannunciato giorni fa dal governo conservatore britannico per equiparare dal 2021, dopo la Brexit e dopo il periodo di transizione, i migranti dai Paesi Ue a quelli del resto del mondo riservando visti facilitati solo a lavoratori qualificati senza distinguere da dove provengano. «Si tratta di una misura che permetterà di abbassare l’immigrazione a bassa specializzazione e che porrà il Regno Unito nelle condizioni di ridurre il flusso migratorio complessivo a un livello sostenibile», ha detto la May, che intanto ha anche annunciato una legge consentirà anche alle coppie eterosessuali l’accesso alle unioni civili come una sorta di matrimonio ‘light’ rispetto a quello tradizionale. Mentre l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson ha detto no ad un secondo referendum sull’uscita dall’Europa.

Passiamo alla Spagna, con il premier Pedro Sanchez, che ha parlato il giorno dopo l’assedio dei radicali secessionisti alla sede della Generalitat e della prefettura di Barcellona, nel primo anniversario del referendum illegale indipendentista del 1 ottobre 2017: «La violenza non è la strada. La politica catalana deve tornare al Parlament», ha detto su Twitter. «Il presidente Torra deve assumersi le sue responsabilità e non mettere a rischio la normalizzazione politica istigando gli estremisti all’assedio delle istituzioni che rappresentano tutti i catalani, ha poi ammonito.

Al Consiglio europeo di ottobre «dobbiamo difendere i nostri valori, in Europa gli illiberali sono in ascesa e non possiamo restare in silenzio» di fronte alla Polonia e all’Ungheria: così il leader dell’Alde (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa), Guy Verhofstadt. «Il governo di Kaczynski in Polonia sta abusando del sistema di informazione di Schengen per fermare gli attivisti democratici», ha detto, mentre il presidente dell’Ungheria Viktor Orban «ha utilizzato i fondi europei per finanziarie una campagna contro il Parlamento europeo».

In Francia, il ministro dell’Interno Gérard Collomb mantiene la sua proposta di dimettersi dal governo, nonostante sia stata respinta ieri dal presidente Emmanuel Macron. Citato da ‘Le Figaro’, Collomb ha ammesso di voler lasciare l’esecutivo il più presto possibile. Intanto undici persone sono state fermate questa mattina nel quadro di una vasta operazione antiterrorismo a Grande-Synthe, nel nord del Paese. Oggetto della retata l’associazione ‘Centre Zahra France‘, sospettata di aver fornito il suo sostegno a diverse organizzazioni terroristiche.

La Russia deve interrompere lo sviluppo di nuovi missili che possono portare testate nucleari, in violazione del trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces, che abolisce i missili nucleari a raggio intermedio), avvertendo che gli Usa potrebbero ricorrere a contromisure come l’eliminazione dei missili che Mosca sta sviluppando. A confermarlo l’ambasciatrice Usa presso la Nato Kay Bailey Hutchison, in una conferenza stampa alla vigilia della ministeriale Nato difesa.

Andiamo in Iraq, perché il parlamento si è riunito nuovamente per l’elezione del presidente della Repubblica, dopo il fallimento della prima votazione ieri a causa del mancato raggiungimento del quorum. La Costituzione impone che il capo dello Stato sia eletto entro 30 giorni dalla prima seduta della nuova legislatura, e i 30 giorni scadono oggi. I due principali candidati sono Fuad Hussein, candidato del Partito democratico del Kurdistan e sostenuto dalla coalizione sciita Fath e da altri gruppi politici sunniti; dall’altra Barham Salih, candidato dell’Unione patriottica del Kurdistan sostenuto dall’alleanza di due coalizioni sciite, quella di Sayirun e di Nasr.

A Gerusalemme, diverse centinaia di ebrei ortodossi hanno attaccato passanti palestinesi, danneggiando inoltre alcuni negozi ed automobili in sosta. La televisione statale israeliana ha mostrato le immagini degli incidenti in cui alcuni arabi sono rimasti contusi, ed uno è stato ricoverato in ospedale.

In Somalia, nove estremisti di Al Shabaab sono morti e uno è rimasto ferito ieri durante un raid aereo degli Stati Uniti condotto a circa 40 chilometri dalla città portuale di Kismayo.

In Giappone, pronto il rimpasto di governo del premier Shinzo Abe. Dopo aver ottenuto il terzo mandato lo scorso mese, Abe ha rinnovato le deleghe ai ministeri chiave degli Esteri, quello dell’Economia, al responsabile del Commercio e al capo di Gabinetto, mentre ha nominato 12 nuovi ministri, tra i quali il nuovo numero uno della Difesa.

In Brasile, nuovo cambio di rotta del presidente dell’ Alta corte, Antonio Días Toffoli, che ha vietato che l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva sia intervistato dai giornalisti nel comando di polizia di Curitiba, dove sconta una pena di 12 anni per corruzione dallo scorso aprile.

Chiudiamo con il Venezuela, che ha ufficializzato il lancio del ‘petro’, la criptomoneta sostenuta dalle riserve petrolifere e minerarie nazionali, come nuovo strumento delle attività commerciali venezuelane, nazionali ed internazionali. Il presidente Nicolás Maduro ha indicato che la criptomoneta ha un piano di sviluppo di dieci anni a sostegno degli interscambi commerciali venezuelani.

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