venerdì, Maggio 14

Juan Abreu: 'Vorrei una Cuba libera e democratica'

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Juan Abreu (L’Avana, 1952) ha lasciato Cuba nel corso del triste esodo del Mariel (1980) per stabilirsi prima negli Stati Uniti e infine a Barcellona, dove ancora oggi risiede. Il suo romanzo di esordio è El libro de las exhortaciones (1985), interessante Habanera fue (1998), sui ricordi della vita cubana. In Italia lo conosciamo per Garbageland (2001), romanzo di fantapolitica edito da Mondadori, ma il seguito – Orlán Veinticinco (2003) – non è mai uscito nel nostro paese. Ha pubblicato Gimnasio (2002), Accidentye (2004), Cinco Cervezas (2005), Diosa (2007) Una educacion sexual (2012), El reto (2013) e il libro per ragazzi El gigante Tragaceibas y el niño que quiso ser excremento (2008). Viene tradotto in italiano, tedesco, francese e catalano. Stanno uscendo per Editores Argentinos (aprile 2016) due libri importanti che in Italia nessuno si sogna di tradurre: A la sombra del mar – jornadas cubanas con Reinaldo Arenas e Debajo de la mesa – Memorias. Zoé Valdés dice di lui: “Non esiste nella letteratura contemporanea uno scrittore più audace, più poetico e politicamente scorretto, più acido e al tempo stesso più tenero di Juan Abreu”. Abbiamo avvicinato lo scrittore per porre qualche domanda.

 

Lei vive in Europa. Cosa può dirci su quel che è accaduto in Francia? Che cosa pensa del fenomeno ISIS?

Una tragedia provocata dalla religione. Fino a quando gli esseri umani non metteranno da parte il pensiero magico religioso, continueranno ad accadere cose simili. È certo che non tutte le religioni commettono omicidi né vogliono imporre i loro deliri con la forza, ma in ogni caso sono un elemento di arretratezza culturale che i paesi civilizzati dovrebbero lasciarsi alle spalle. L’ISIS è l’esempio perfetto di quel che può accadere all’uomo e alla società umana quando lascia da parte la ragione e il pensiero scientifico.

Può dirci la sua opinione sul processo di cambiamento che sembra in atto a Cuba?

Non credo che ci sia nessun cambiamento a Cuba. I Castro sono ancora lì. Il cambiamento che vorrei è soltanto quello verso una società aperta, libera e democratica. Non vedo accadere niente di tutto questo sull’Isola.

Può parlarci della vita di un esiliato? Nel caso specifico, della sua vita in Spagna, a Barcellona.

Credo che siano esagerati i racconti delle sfortune di un esiliato. Per me uscire dal mio Paese e andare in esilio è stato stupendo. Ho progredito culturalmente e materialmente, ho avuto la possibilità di crescere, di imparare e soprattutto di vivere in libertà. Per me niente di tutto questo sarebbe stato possibile sotto la dittatura dei Castro. Per questo sono grato all’esilio e credo che la mia attuale condizione di vita sia molto positiva. Barcellona è una città magnifica, qui vivo e ho vissuto giorni felici, anche se negli ultimi tempi il nazionalismo catalano minaccia la convivenza, creando un clima di fanatismo e di xenofobia che rende la vita meno libera e piacevole rispetto ad alcuni anni fa.

Come vede il futuro di Cuba?

Sono poco ottimista riguardo al futuro di Cuba. Credo che i Castro abbiano trasformato l’Isola in una specie di fattoria di famiglia. Penso che alla morte dei due fratelli prenderanno il potere altri Castro più giovani. Il controllo sui cittadini dell’Isola e sui mezzi di produzione è ferreo, per questo sono poche le possibilità per i movimenti dissidenti. Non capisco perché non si dica mai che Cuba è una dittatura militare, che i militari controllano e reprimono duramente la popolazione. Dovranno passare diverse generazioni perché sorga una speranza di cambio reale e di libertà a Cuba.

Come ti spieghi il cambio di rapporti tra Cuba e Stati Uniti?

La politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba è sempre stata sbagliata e non è mai stata davvero interessata alla libertà dei cubani. Ai governi degli Stati Uniti interessa soltanto il loro paese, cosa di per sè logica, e per motivi strategici, già da molto tempo hanno deciso di abbandonare i cubani alla loro sorte. Uno dei maggiori errori dei nemici di Castro è stato quello di attendersi aiuti dai governi nordamericani.

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