mercoledì, Ottobre 20

Johnson e Stein, gli outsider che concorrono per la Casa Bianca

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Mentre i riflettori rimangono rigorosamente puntati su Donald Trump ed Hillary Clinton, due candidati cosiddetti ‘minori’ stanno raccogliendo consensi sorprendenti. Si tratta del libertario Gary Johnson e della verde Jill Stein.

Secondo i sondaggi più accreditati, il candidato del Libertarian Party godrebbe del 6% circa di consensi, a fronte del 2,5% della leader dei Green. Il primo ha 63 anni e riuscì a farsi strada come imprenditore edile, prima di entrare nella produzione di marijuana del Nevada con l’impresa Cannabis Sativa. Come membro del Partito Repubblicano, Johnson riuscì ad essere eletto governatore del New Mexico nel 1995 e nel 1999. La sua ricetta è un classico del libertarismo: drastica riduzione delle tasse, ridimensionamento del ruolo dello Stato, promozione dei diritti individuali e della libera iniziativa, ritiro di qualsiasi contingente statunitense dall’estero in nome di un riscoperto insularismo e di una sostanziale indifferenza/ignoranza per ciò che accade al di fuori degli Usa – interpellato da ‘Msnbc’ sulla crisi siriana, affermò con grande candore di non sapere cosa fosse Aleppo. Nello specifico, l’idea di Johnson è quella di tagliare la spesa federale di qualcosa come il 43% per ciascuna voce di bilancio. Secondo le sue previsioni, dalle pesanti sforbiciate a sanità, istruzione, infrastrutture e spese militari si potrebbero ricavare i fondi necessari a ridurre sensibilmente il debito pubblico e creare le condizioni per un rilancio dello spirito imprenditoriale statunitense. Abolendo i servizi pubblici, si aprirebbero infatti nuovi mercati e nuove opportunità per le aziende, con benefiche ricadute sull’occupazione e in termini di valorizzazione del capitale umano. Non dovendo più pagare le tasse, i cittadini Usa sarebbero nelle condizioni di permettersi di pagare questi servizi. La deregulation, in altre parole, è una delle parole d’ordine dei del leader libertario, che in compenso si è espresso favorevolmente all’aborto, al diritto di possedere e portare armi, all’eliminazione dei limiti di età per il consumo di alcoolici e allo smantellamento dell’elefantiaco apparato anti-terrorismo edificato dall’amministrazione Bush e consolidato da quella guidata da Barack Obama. Ciò rende la sua visione difficilmente classificabile secondo le tradizionali categorie di destra e sinistra, perché è allo stesso tempo più a destra dei repubblicani (in materia di economia) e più a sinistra dei democratici (in materia sociale), ma trova comunque un certo seguito in un Paese come gli Stati Uniti, dove la tradizione libertaria è molto radicata.

Jill Stein, di converso, è un medico di 66 anni con laurea ad Harvard, prestigiosissima università del Massachusetts in cui ha anche lavorato come docente. Il suo programma politico è, come ci si aspettava, completamente orientato a minimizzare l’impatto del modello economico Usa sull’ambiente. Fervente sostenitrice della ricerca per le fonti rinnovabili, la Stein promette di stanziare alla ricerca per lo sviluppo di tecnologie in grado di produrre energia pulita una quota di bilancio molto più significativa di quella attualmente profusa. Propone di bloccare l’estrazione di uranio dalle miniere del nord-ovest e di sospendere sia le perforazioni petrolifere in mare aperto che il fracking, ritenuto responsabile delle ondate sismiche che hanno sconvolto il sud degli Usa e dell’inquinamento delle falde acquifere. Ha anche ripudiato gli Ogm ed applaudito al veto posto da Barack Obama sul Keystone Xl, l’oleodotto concepito per allacciare i giacimenti bituminosi della regione canadese dell’Alberta allo snodo di Steele City, in Nebraska, da dove si dirama  il ramo meridionale del condotto che raggiunge le raffinerie del Texas. Secondo il Green Party, questa colossale infrastruttura che avrebbe tagliato in due il Paese da nord a sud correndo per quasi 2.000 km avrebbe fatto schizzare verso l’alto la produzione di CO2 e devastato le aree individuate per ospitarla. Il tutto rientra nel cosiddetto Green New Deal, un ambizioso piano economico mirante a trasformare gli Usa in un’economia completamente verde entro il 2030 allo scopo di preservare la biodiversità, la purezza dell’acqua e l’equilibrio armonico tra uomo e ambiente. Sotto l’aspetto socio-economico, la Stein, che si dichiara orgogliosamente agnostica (qualcosa di inconcepibile in un Paese come gli Stati Uniti), trae palesemente ispirazione dal vecchio socialismo scandinavo personificato da politici come Olof Palme, dal momento che il suo programma prevede il lancio di programmi contro la povertà atti a garantire una vita dignitosa a ciascun cittadino statunitense e la riforma radicale del sistema finanziario, con l’istituzione di banche pubbliche fortemente radicate sul territorio e la nazionalizzazione della Federal Reserve. La candidata dei verdi propone inoltre di ridimensionare lo strapotere della Nsa, porre fine a guerre segrete ed omicidi mirati in giro per il mondo gestiti dalla Cia, rivedere radicalmente il controverso Patriot Act e chiudere Guantanamo.

In materia di politica estera, argomento tradizionalmente snobbato durante le campagne elettorali Usa, il medico di Harvard  si è mostrato particolarmente attivo, sostenendo la necessità di dimezzare le spese militari e di chiudere centinaia di basi all’estero; sospendendo gli aiuti economici a Israele finché non si ritirerà definitivamente dai territori occupati e schierandosi a favore di una collaborazione con la Russia riguardo alle crisi in Siria ed Ucraina. Durante un’intervista, è arrivata a dichiarare che «pensando a Hillary Clinton presidente, non riesco a dormire la notte. Le posizioni politiche di Hillary sono molto più spaventose di quelle di Donald Trump».

I media prestano pochissima attenzione a Johnson e alla Stein perché le loro chance di ottenere la Casa Bianca sono pressoché nulle, dal momento che il sistema politico statunitense è concepito in maniera tale da favorire un sistema bipartitico. Una inclinazione che emerge dalla dimensione dei collegi, dalle norme che regolano le elezioni primarie, presidenziali e per il Congresso e, soprattutto, dal modello maggioritario (ribattezzato winner-takes-all) che, oltre a segare le gambe agli sconfitti, «compromette qualsiasi possibilità di gareggiare per le elezioni presidenziali a terze forze grazie alle alte percentuali necessarie per accedere ai ballottaggi», come spiega la professoressa Beatriz Cuertas.

Il risultati più evidente di questo sbilanciamento è che da oltre 150 anni è in atto un continuo avvicendarsi di presidenti rigorosamente democratici e repubblicani. Quello più indiretto consiste invece nell’indurre anche candidati in possesso di tutte le credenziali, per popolarità, carisma o per prestigio, necessarie ad ottenere la vittoria ad affiliarsi ai due maggiori partiti nella consapevolezza di non avere alternative per conseguire il medesimo risultato. La motivazione di ciò è strettamente legata alla continua lievitazione dei costi che richiede il fare politica negli Stati Uniti, dove le somme spese per avere le carte in regola con la gigantesca macchina burocratica Usa (negli Usa ciascun aspirante presidente è obbligato a presentare la propria candidatura in ciascuno dei 50 Stati, fornendo ogni volta una ragguardevole mole di documenti) e sostenere le campagne elettorali bruciano un record dietro l’altro. Come spiega ancora la Cuertas, «l’abilità di un candidato di raccogliere fondi è diventato un requisito fondamentale per conquistare il supporto necessario a diventare presidente. Di conseguenza, la raccolta fondi si è trasformata in una vera e propria competizione tra i candidati il cui vincitore ha sempre, statisticamente parlando, le chance migliori di insediarsi alla Casa Bianca. Fondi maggiori assicurano più spot televisivi, manifesti pubblicitari, volantini, promozioni sui social media che alla fine si rivelano fondamentali per garantire il successo».

Nonostante tali handicap neghino ai partiti minori qualsiasi prospettiva di successo, i ‘terzi candidati’ hanno modo di rivelarsi determinanti in occasione di tornate elettorali particolarmente incerte, come accaduto nel 1992 e nel 2000. Nel primo caso, il leader del Reform Party, il magnate dell’informatica Ross Perot, riuscì ad ottenere il 19% dei voti strappando al candidato repubblicano, il presidente uscente George Bush sr., una fetta cruciale di elettorato conservatore e spianando in tal modo la strada verso la Casa Bianca al governatore democratico dell’Arkansas Bill Clinton. Nel secondo caso, Ralph Nader, candidato del Green Party (lo stesso di Jill Stein), compromise l’elezione di Al Gore aggiudicandosi un modesto 2,7% che si sarebbe tuttavia rivelato fondamentale a permettere all’ex vicepresidente di sconfiggere George Bush jr. All’epoca, Nader riuscì a conquistare il voto dei Millennial, un gruppo piuttosto numeroso di giovani che nutre una forte ostilità nei confronti dell’establishment e che in occasione delle primarie democratiche si è schierato a favore di Bernie Sanders. A differenza di Barack Obama, è molto difficile che una candidata come Hillary Clinton, esponente di punta del ‘sistema’, riesca ad ingraziarsi il favore di questa compagine. Nonostante i sondaggi diano la Clinton per favorita, le reiterate esortazioni al ‘voto utile’ da parte dei democratici sono indice di un certo timore di fondo, dovuto alla consapevolezza che le condizioni per aspettarsi qualche brutto scherzo dalla Stein e/o da Johnson ci sono tutte.

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