lunedì, Maggio 10

John Kasich e la sfida per il ‘centro’ americano

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L’esito delle primarie statunitensi appare in larga misura segnato.
Sul fronte democratico, il meccanismo deisuperdelegatisembra assegnare, in modo pressoché matematico, la nomination a Hillary Clinton, nonostante i risultati più che soddisfacenti conseguiti dallo sfidante Bernie Sanders.
Sul fronte repubblicano, il ritiro di Marco Rubio dopo la dura sconfitta subita in Florida (15 marzo), Stato di cui è Senatore, ha tolto dalla via di Donald Trump un altro rivale potenzialmente pericoloso, rendendo più concreta la possibilità di una sua investitura alla convention nazionale di Cleveland del prossimo luglio. Dopo quello di Jeb Bush, a fine febbraio, quello di Rubio è il secondo ritiro di un uomodi sistemadi fronte alla retorica anti-establishment del magnate di New York. Ora, le residue (flebili) speranze dei Repubblicani mainstream di contrastare la marcia di un outsider, mai realmente amato dalla ‘macchina’ del partito, si appuntano su John Kasich, che sinora ha ben figurato oltre che nell’Ohio  -Stato di cui è Governatore e dove ha raccolto il 46,8% del voto popolare- nel Distretto di Columbia (35,5%), in Vermont (30,4), in Michigan (24,3), in Illinois (19,7), in Massachusetts (18), in New Hampshire (15,8) e nel North Carolina (12,7).

Quali sono, tuttavia, le reali possibilità di Kasich di uscire vincitore da un testa a testa contro Trump?
Sinora, quest’ultimo ha beneficiato largamente dei contrasti che hanno separato i suoi rivali, contrasti cui lo stesso Kasich ha contribuito, sottraendo consenso al più accreditato Rubio e in misura minore a Ted Cruz, il cui bacino elettorale appare, tuttavia, più prossimo agli ambienti evangelici e a quelli ‘neocon’. Da questo punto di vista, una semplificazione del panorama dei candidati potrebbe favorire il Governatore dell’Ohio, anche alla luce delle affinità esistenti nelle proposte politiche dei suoi rivali. Anche una più precisa definizione dell’offerta politica potrebbe giocare a vantaggio di Kasich, sul quale pesa lo scotto di un profilo poco definito e dello scollamento esistente fra la sua postura conservatrice in materia di politica interna ed economica e quella più moderata sui temi ideologici e internazionali. La capacità di sbarazzarsi della fama diprimo fra i piccolisarà essenziale, nelle prossime settimane, per capire se e quanto la sua figura potrà proporsi come punto d’aggregazione di una constituency moderata che non si identifica con la piattaforma democratica ma che, al contempo, si sente a disagio nell’aderire alle posizioni più radicali di un Trump o di un Cruz.

Resta l’interrogativo di fondo rispetto all’estensione di questocentro conservatoredel quale Kasich dovrebbe intercettare il voto.
L’esplodere del fenomeno Trump, così come i successi conseguiti da Cruz nelle primarie di nove Stati (Iowa, Texas, Alaska, Kansas, Maine, Oklahoma, Idaho, Utah e Wyoming), appaiono, infatti, prodotto di cambiamenti di lungo periodo della scena politica statunitense.
Lo ‘sdoganamento dell’evangelismo politico negli anni della prima Amministrazione di Ronald Reagan (1981-85) e l’emergere  -nello stesso periodo- dell’ideologia dello Stato minimo come contraltare alla ‘freedom from want’ rooseveltiana, si saldano, negli anni successivi, all’interno di un quadro politico-ideologico articolato che, sulla spinta degli eventi dell’11 settembre (2001), incontra le ambizioni palingenetiche di un movimento neoconservatore peraltro legato a esperienze storiche e culturali assai diverse. E’ dentro questo brodo di coltura che, anche in risposta alle riforme della prima Amministrazione di Barack Obama (soprattutto alla sua contestata riforma sanitaria), nasce e si struttura la realtà del Tea Party; una realtà che  -come accaduto poi con il fenomeno Trump- è stata seguita con timore dagli stessi vertici repubblicani, che sono stati spesso i primi bersagli dei suoi attacchi.

Il successo del Tea Party fra la middle class americana è, in larga misura, al cuore delle attuali difficoltà del repubblicanesimo mainstrem.
La polarizzazione della vita politica americana rispecchia, infatti, una crescente polarizzazione sociale, che ha messo in crisi proprio la classe media, da sempre bacino di riferimento del Grand Old Party. I risultati ottenuti in campo economico dall’Amministrazione Obama non sono bastati per influire su questo processo. Al contrario, proprio gli interventi che hanno contribuito a portare gli Stati Uniti fuori dalla crisi del 2008 hanno determinato un aumento dei differenziali di reddito che ha colpito soprattutto la middle class. In questo senso, i successi di Trump (ma un discorso simile vale anche nel caso di Bernie Sanders) poggiano in primo luogo sull’insoddisfazione e sull’irrequietezza di un ‘centro’ politico che fatica a ritrovarsi nei suoi referenti tradizionali. Non stupisce, dunque, il peso assunto, nel dibattito elettorale, dai temi dello Stato sociale e della sua estensione. Al di là della loro portata immediata, intorno a questi temi ruota quello che appare ormai uno scontro per la definizione della nuova ‘anima americana’ e del profilo sociale che il Paese verrà ad assumere negli anni a venire.

 

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