giovedì, Maggio 13

John Fitzgerald Kennedy: fra la Verità e le verità Il Governo USA rivelerà documenti segreti sull'omicidio più famoso della storia politica americana

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È notizia di qualche giorno fa, ma da allora non si parla di altro: con un tweet del 21 ottobre, il Presidente Donald Trump ha annunciato che permetterà il rilascio di documenti segreti riguardanti l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, uno dei casi più controversi del Novecento e della storia americana in generale. Un carico di decine o centinaia di migliaia di pagine tenute segrete per anni verranno dunque portate alla luce, per essere lette, studiate e analizzate da chi si prefigge da anni di cercare la Verità, o una sua plausibile approssimazione, entro la scadenza fissata venticinque anni fa, nel 1992, quando George Bush sr. istituì una commissione, la ‘American Record Review Board’, finalizzata alla raccolta e al controllo dei documenti delle agenzie governative relative al caso Kennedy, resasi necessaria a causa della psicosi che il discusso regista Oliver Stone aveva causato con il suo film ‘JFK’, in cui metteva in luce alcuni passaggi poco chiari della vicenda e suggeriva un coinvolgimento da parte del governo. E tutto questo, non più tardi di questo giovedì.

 

Ma in che cosa consiste questa documentazione? Si parla di una mole di documenti composta da 3000 file mai letti prima, più altri 30000 già pubblicati in precedenza in forma censurata o ridotta e verranno pubblicati in un’unica tranche, causando, prevedibilmente, non pochi problemi di navigazione sulle pagine degli archivi governativi, così come avvenne nel luglio scorso, quando, a sorpresa, venne pubblicata, a scaglioni, una piccola parte di questi file. Il risultato? Server presi d’assalto, come prevedibile, anche se forse non in queste dimensioni.

Se non ci sono dubbi sull’importanza, perlomeno simbolica, dell’evento in sé, non c’è sicurezza su quello che effettivamente si potrebbe trovare in questi documenti. C’è chi afferma che potrebbe trovarsi qualche chiarimento circa un viaggio che colui che è passato alla storia come l’assassino del trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti ha effettuato qualche settimana prima di quel tragico 22 novembre 1963 texano: Lee Harvey Oswald, infatti, sarebbe stato a Città del Messico, presso le sedi delle ambasciate cubane e sovietiche. Erano anni difficili quelli: siamo nel pieno della Guerra Fredda, in uno dei periodi più tesi di anni già di  per sé difficili, quando gli Stati Uniti si trovarono a fare i conti con un avamposto comunista, Cuba, alle porte di casa propria. L’isola caraibica era stata sempre considerata strategica dagli USA, come dimostrano gli anni precedenti, in cui gli americani appoggiavano i governi di discutibili figure dittatoriali (come fu con Fulgencio Batista) o tentavano di rovesciare il governo di Fidel Castro alimentando rivolte o progettando invasioni (come fu con la fallita invasione alla ‘baia dei porci’ nel 1961). La cosiddetta ‘crisi missilistica di Cuba’ del ‘62, quando aerei americani in ricognizione fotografarono testate missilistiche sovietiche puntate in direzione degli Stati Uniti, portò il mondo sull’orlo di una guerra termonucleare, che solo un fine lavoro delle diplomazie internazionali riuscì a scongiurare, e da allora si iniziò giustamente a parlare di ‘equilibrio del terrore nucleare’. Equilibrio che, benché fondato su un solido terrore, era troppo labile per poter permettere alle superpotenze e ai loro alleati di non prendere contromisure a un suo eventuale deflagrare, come dimostra la corsa agli armamenti. Dunque, così come gli Stati Uniti hanno tentato più volte di detronizzare violentemente Fidel Castro, è altrettanto possibile che i comunisti abbiano tentato di fare altrettanto con Kennedy, e il viaggio di Oswald a Città del Messico può essere letto in quest’ottica.

Altri osservatori, invece, dicono che in questi file potremmo trovare qualcosa di imbarazzante per le agenzie governative americane: Robert Whalen, professore presso la Boston University, in un suo intervento presso la stazione radiofonica ‘wbur 90.9’ non esclude l’ipotesi per cui l’attentato di Oswald al Presidente Kennedy sia stato favorito dalla mancanza di comunicazioni fra le agenzie governative, che, non integrando le notizie in proprio possesso, non essendo reciprocamente informate sugli sviluppi delle indagini, non sono riuscite a ricostruire e a prevedere ciò che di grosso sarebbe capitato di lì a poco: l’omicidio del Presidente. Inoltre, non sarebbe stata la prima volta, essendo accaduto qualcosa di simile anche a Pearl Harbor, e non sarebbe stata l’ultima, come si dice essere accaduto anche nel famigerato 11/9. Non una bella figura per una delle migliori intelligence del mondo.

Tuttavia, gli esperti sono pressoché unanimemente concordi nell’affermare che quanto uscirà con il rilascio dei documenti non sarà decisivo nel modificare ciò che noi sappiamo sulla vicenda Kennedy. Larry Sabato, analista politico, e Philip Shenon, autore di numerose pubblicazioni sull’argomento, in un loro intervento presso le pagine virtuali di ‘Politico’ parlano apertamente di fiasco annunciato e ne spiegano i motivi: l’enorme mole di documenti, i linguaggi in codice e i gerghi comprensibili solo agli specialisti necessitano di una grande quantità di tempo, di pazienza e di capacità per essere vagliati e analizzati sconosciuti al frenetico mondo dei media, che rischiano, per la fretta di fornire notizie ai propri lettori, di mal interpretare parti più o meno ampie di documenti, andando ad aggiungere confusione ad una situazione e a una comprensione del caso già caotica, infoltendo magari le già vaste fila delle teorie del complotto. Queste sono sempre esistite, ma da quando si è diffuso l’uso di Internet hanno ottenuto una visibilità e una vitalità prima sconosciute, se pensiamo che anche il Presidente Trump si è dimostrato nel tempo un suo accanito sostenitore. Non più tardi di un paio di anni fa, in piena campagna elettorale per le primarie del Partito Repubblicano, il magnate newyorkese ha accusato il padre del suo avversario Ted Cruz di essere stato a contatto con Lee Harvey Oswald (circostanza poi smentita dagli interessati), e di non poter ritenerlo ritenere un candidato alla presidenza affidabile.

Quella che Trump presenta come una sua scelta, appare una mossa politica: in un periodo di crisi di consensi, far passare come una propria decisione quella della desecretazione di questi documenti, quando il presidente ha semplicemente evitato di bloccare qualcosa che scadeva secondo termini decisi venticinque anni fa, risponde alla volontà di ‘The Donald’ di voler presentare la propria presidenza come la più trasparente della storia degli Stati Uniti, ponendosi così in discontinuità con i suoi illustri predecessori. Non è da escludere, comunque, che, nonostante la dichiarata volontà del Presidente, una parte di questi scottanti (o presunti tali) documenti, vengano tenuti segreti, magari per non compromettere i già delicati rapporti con la Russia, o per tutta quella serie di ragioni che possono rientrare sotto il vasto ombrello dei ‘motivi di sicurezza nazionale’.

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