martedì, Giugno 15

John Belushi in fumetto

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John Belushi

John Adam Belushi è meglio conosciuto come John Belushi, Jake nel film ‘The Blues Brothers’, il personaggio vestito di nero dagli occhiali, al cappello, alla giacca, alla cravatta, ma con la camicia bianca, che comparve, insieme ad Dan Aykroyd, per la prima volta in Tv il 22 aprile 1978 durante le riprese di ‘Animal House, altro grande film di successo per incassi economici e oggi ancora famoso per lo sguardo sulla realtà dei college americani.

È stato proprio John Carpenter, regista, sceneggiatore, compositore, attore, produttore cinematografico e montatore statunitense in ‘Essi vivono’, altro personaggio non riconciliato e non riconciliabile del cinema contemporaneo, a rivelarci che sono proprio gli occhiali neri a farci vedere realmente il mondo.

John Belushi e Dan Aykroyd misero insieme una band, denominata Blues Brothers, con vari musicisti che partecipò, cambiata nella sua formazione a causa della morte John Belushi nel 1982, anche al Festival di Sanremo nel 2004 insieme con Andrea Mingardi nella canzone intitolata ‘È musica’.

Nel 1975 John Belushi e Dan Aykroyd avevano già suonato insieme vestiti da api, interpretando una musica chiamata ‘I’m a king bee’, molto prima però che venisse loro l’idea dei Blues Brothers. Il 22 aprile fu mandato in onda lo sketch, intitolato semplicemente ‘Rock Concert’, dove si videro per la prima volta i Blues Brothers eseguire ‘Hey Bartender’. Lo sketch durava pochi minuti, ma ne seguirono altri e altri ancora, facendo raggiungere ai due un inaspettato successo. Già pochi mesi dopo gli spettacoli, in cui John si mostrava come uno dei Blues Brothers e come cantante, erano numerosi, fino alla realizzazione del film diretto da Landis nel 1980. Visto l’immenso successo riscosso dal film, il personaggio di ‘Jake Blues’ fece il giro del mondo e furono incisi anche quattro dischi, più le altre 10 re-incisioni seguite alla morte di John.

Oltre ai 5 sketch al Saturday Night Live, i Blues Brothers furono invitati negli anfiteatri di San Francisco, New York, San Diego e Los Angeles. La band con John Belushi si spostò per tutti gli Stati Uniti tenendo lunghi concerti in diretta TV di sera, con musiche eseguite dal vivo che furono poi incise negli album, così come le musiche del film. Nel frattempo, le imitazioni di John alla Saturday Night Live erano frequentissime e c’erano anche semplici cortometraggi comici, come lo sketch dello scrittore Tom Schiller intitolato ‘Don’t Look Back In Anger’ in cui interpretava un vecchio che va al cimitero per visitare le tombe dei suoi amici morti e, dopo aver confessato di essere un ballerino, si mette a ballare tra le tombe. Molti se lo ricordano anche per la frase-battuta che entrò nella storia cinematografica: «Cosa? È finita? Hai detto finita? Non finisce proprio niente se non l’abbiamo deciso noi. È forse finita quando i tedeschi bombardarono Pearl Harbour? Col cazzo che è finita! E qui non finisce, perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare», quando nel film ‘Animal House’ interpreta il personaggio di John Blutarsky (detto ‘Bluto’), capo delle matricole del gruppo Delta nel noto Faber College in Pennsylvania, che riesce a farsi espellere dopo il settimo anno a causa dei voti bassissimi e dei guai procurati alla struttura insieme ai suoi compari. Si vendicherà buttando all’aria la cerimonia di consegna dei diplomi.

Gli ultimi due film di Belushi furono ‘Chiamami aquila’ di Michael Apted, una romantica storia d’amore, l’unica della sua carriera (per la cronaca è il film preferito da suo fratello Jim perché a suo dire è quello che meglio degli altri fa capire come fosse John) in cui Belushi fa il protagonista: egli è un giornalista di Chicago di nome Ernie Souchak, che per scrivere degli articoli contro l’assessore Yablonowitz si ritrova sulle montagne con una studiosa di aquile di nome Nell Porter (interpretata da Blair Brown), di cui poi si innamora follemente. Poi fu la volta de I vicini di casa’ di John G. Avildsen, commedia nera in cui per la terza e ultima volta John Belushi recita al fianco dell’amico Dan Aykroyd: in questo film egli recita la parte del povero Earl Keese, un uomo dalla vita tranquilla che viene sconvolta totalmente dai nuovi pazzi e invadenti vicini, Vic (interpretato da Aykroyd) e Ramona (Cathy Moriarty). In queste ultime pellicole, lontane dal suo tradizionale umorismo demenziale, Belushi si conferma un attore di razza, e non soltanto un ‘comico’; quando uscì ‘I vicini di casa’ a John restavano solo tre mesi di vita e la sua situazione era già molto grave per una dipendenza da alcool (che registrò un picco nel 1979 quando il suo successo subì un brusco calo) e droga, quest’ultima iniziata sin dallo show ‘Lemmings’ nel 1973 (alcune fonti rivelano che sul set degli altri film si presentava sotto l’effetto di stupefacenti) e proprio essa finì per costargli la vita all’età di 33 anni, all’apice della carriera, per un mix di cocaina ed eroina (speedball).

John Belushi riposa all’Abel’s Hill Cemetery a Martha’s Vineyard, Massachusetts; ai suoi funerali, tenutisi con rito ortodosso, erano presenti il suo amico Dan Aykroyd sulla moto, seguito dal fratello Jim, dai genitori Adam e Agnes, dai fratelli Billy e Marian e da tutti gli amici e conoscenti che avevano lavorato con lui alla Saturday Night Live: Bill Murray, Chevy Chase, Eric Idle e altri.

Pochi mesi prima di morire John, scherzando, chiese a Dan se al suo funerale avrebbe suonato la canzone ‘The 2000 Pound Bee’, traducibile in italiano come ‘L’ape da una tonnellata’ dei The Ventures e l’amico mantenne la promessa. È cosa nota che dopo la morte di John, Dan ebbe una crisi depressiva che lo portò a ritardare i suoi impegni cinematografici. Pochi ricordano invece la dichiarazione rilasciata in un’intervista da Belushi, che afferma «I miei personaggi dicono che va bene essere incasinati. La gente non deve necessariamente essere perfetta. Non deve essere intelligentissima. Non deve seguire le regole. Può divertirsi. La maggior parte dei film di oggi fa sentire la gente inadeguata. Io no. », tratta dal romanzo di Federico Chiacchiari e Demetrio Salvi ‘L’anima blues in un corpo punk: il comico demenziale’, edito da Sorbini Editore nel 1996.

Abbiamo intervistato Matteo Manera, il disegnatore della ‘graphic novel’ su John Belushi, divisa in sette capitoli e intitolata Belushi in missione per conto di Dio, scritta da Alberto Schiavone, classe 1980, già noto per il romanzo ‘La libreria dell’armadillo’ edito da Rizzoli e il più recente ‘Nessuna carezza’ della casa editrice Baldini & Castoldi. Il libro è commentato da Judy, moglie di John Belushi, con le parole «Che cosa può succedere dentro questa persona per renderla così infelice?». La scrittura del fumetto è sobria, minimalista, ma non per questo meno efficace, mentre il disegno appare ‘ruvido’ per non sembrare una delle tante recenti caricature fatte su questo attore.

Secondo te John Belushi è solo un attore leggenda per Blues Brothers e Animal House o rappresenta anche altro?

Rappresenta molto altro. Perché in quegli anni lui è stato al vertice delle classifiche per numero di dischi venduti con i ‘Blues Brothers’, trasmissione televisiva più seguita, con il Saturday Night Live e per il più alto incasso per un film comico con ‘Animal House’ Si è appropriato violentemente della scena su più fronti, ma sempre con il suo sorriso sornione, diventando un’icona per più generazioni.

Belushi era un personaggio eccentrico quanto i personaggi che interpretava, oppure questa è soltanto una leggenda?

Era più che eccentrico, era invadente. Invadeva gli spazi attorno a sé, fino nel privato delle persone che gli stavano attorno. Ed erano loro stesse che lo volevano al centro, perché era divertente, perché con lui non ci si annoiava. Questo, probabilmente, l’ha svuotato un po’ alla volta. E i vuoti devono essere riempiti.

Dal suo fumetto che ritratto di Belushi viene fuori e perché ha pensato a lui come protagonista del fumetto?

L’idea nasce dal grande Alberto Schiavone, romanziere, che ha scritto la sceneggiatura per raccontare, attraverso il linguaggio immediato del fumetto, uno dei più folli e popolari personaggi pubblici degli ultimi 50 anni. Io, col disegno, ho cercato di riproporre il suo lato triste, perché è il Belushi più intimo e meno noto, che emerge potente anche nella biografia scritta da Bob Woodward ‘John Belushi – Chi tocca muore’, che fa parte della nostra bibliografia.

In che cosa ti riconosci guardando la figura di John Belushi?

In quello che disse al suo insegnante di teatro, al college: “l’unico posto dove sono a mio agio è il palco, perché so sempre quello che faccio”. Ecco, io mi sento a mio agio con il pennino in mano. Ho più difficoltà a parlare a poche persone, che a disegnare davanti a molte.

È celebre la sua frase “Vivi veloce, muori giovane, e lascia dietro di te un cadavere gradevole”. È stato così per la sua morte?

Per i primi due punti sicuramente è stato così. Nessuno riusciva a stare al suo passo, nel bene e nel male. L’hanno raggiunto solo perché si è fermato per sempre. E cos’ha lasciato di gradevole non è stato di certo il suo cadavere, leggendo le testimonianze di chi l’ha trovato e conoscendo le cause della sua morte. Questo è uno spoiler!

Quali sono le motivazioni per cui hai scelto disegni che oserei definire ‘ruvidi’ in contrasto con una scrittura invece minimalista e sobria, ma comunque efficace? Tali forme di disegno sono in linea con la figura caratteriale di questo strano personaggio (Belushi)?

Il tratto ruvido è stato utile per non cadere nella caricatura. Volevamo proporre un Belushi reale, non uno dei suoi personaggi. Mi piace l’atmosfera nostalgica che può evocare questo tipo di stile.

È corretto definire il fumetto un mix allo stesso tempo di passione, di tenerezza e di dramma intorno alla figura di Belushi?

Se viene da definirlo così, Alberto ed io possiamo ritenerci soddisfatti, perché penso proprio fosse quello lo scopo: descrivere la passione di un grande professionista, la tenerezza di una personalità complessa, il dramma di un tossico ricco.

Che ne pensi del progetto filmico sulla vita di John Belushi che sarà presto prodotto dalla Warner Bros e coprodotto da Judy Belushi Pisano?

Sono molto curioso di vedere il taglio che la moglie vorrà dare alla storia. Vedere il punto di vista di una persona che gli è stata vicina dai tempi del college. Che l’ha visto quindi evolvere in tutte le sue consapevolezze. E poi vorrei una foto di Emile Hirsch che legge il nostro libro!

Come tratti il difficile rapporto con la droga e l’alcool che fu determinante per la vita di Belushi e se lo ometti perché è stato fatto?

Lo trattiamo come il fil rouge di tutto il libro. La droga è stata, purtroppo, centrale nella sua vita. Per lui è stata la seconda compagna storica, dopo la moglie. L’ha conosciuta al college. L’ha sperimentata nei primi anni, durante il teatro. Gliene davano per farlo rendere di più sotto i ritmi disumani della televisione, ne prendeva per reggere le riprese dei film che si susseguivano uno dopo l’altro. Ne abusava alle feste. Ne è rimasto inevitabilmente intrappolato. Fedele fino alla morte.

Nel 2013 ‘Animal House’ ha festeggiato i suoi 35 anni. Come è considerato tale film oggi dai giovani e ha senso definirlo una colonna portante dei film d’epoca?

È stato uno dei primi College Movie, quel genere di film con le bravate fatte da ragazzi in una fascia di età che mette d’accordo un po’ tutti. Sono film sempre attuali. Personalmente però preferisco i cult come ‘The Blues Brothers’ di Landis. Anche ‘Chiamami Aquila’ di Apted, secondo me è bello e fa ridere. Li consiglio in lingua originale, perché la sua voce corona le sue espressioni camaleontiche.

 

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