giovedì, Settembre 23

Johan Reboul e la battaglia contro l’olio di palma

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La questione dell’olio di palma è ormai da anni sulla bocca di chiunque si interessi di ambiente e salute. Il controverso ingrediente, praticamente onnipresente ed essenziale nella preparazione di prodotti alimentari e biocarburanti è da anni al centro di una polemica in cui lo si accusa di essere tra le principali cause della deforestazione. La scintilla che ha fatto scoppiare il caso è stata una petizione creata da un giovane ragazzo francese con la passione per l’ambiente che ha raccolto più di 200.000 firme, capace di fare pressione ai grandi produttori alimentari Mondelez e LU.

Nel 2014 Johan Reboul, a soli 17 anni, dal suo pc di casa, si è fatto promotore della richiesta di non utilizzare l’olio di palma nei prodotti alimentari, perché considerato la causa del disboscamento massiccio e dell’estinzione di diverse specie animali dei paesi del sud est asiatico (come la Malaysia).

Vieni rappresentato come colui che ha fatto scoppiare il ‘caso olio di palma’. Ci racconti dettagliatamente la vicenda? Il come e il perché hai deciso di mobilitarti contro l’uso dell’olio di palma?

Da ormai tre anni sono diventato particolarmente sensibile alle questioni ambientali e relative alla protezione degli animali. Ho trascorso gran parte dell’infanzia in Canada con mia madre. In questo paese, che trovo più aperto e sensibile ai temi ambientali, ho avuto modo di sviluppare una coscienza su diversi argomenti. Nel corso dei suoi studi, mia sorella ha viaggiato molto collaborando a progetti umanitari e, con i suoi resoconti, mi ha spinto a interessarmi all’attualità e ai maggiori problemi del pianeta. A 15 anni, sono tornato in Francia per proseguire negli studi liceali; per me è stato un anno di grande cambiamento. Grazie alla visione di documentari e agli  approfondimenti su internet,  ho iniziato a interessarmi alle grandi sfide ambientali. Sono diventato vegetariano perché le modalità di abbattimento degli animali e le risorse sprecate dall’industria della carne sono deleterie per l’ambiente. A 16 anni, mi ha fortemente colpito la vicenda di una foresta che sta scomparendo a vantaggio di una piantagione di palme da olio, una risorsa privilegiata dai paesi occidentali. A questo punto, era impossibile per me stare a guardare e partecipare a quel massacro continuando a consumare alimenti come avevo sempre fatto. Perciò decisi, in un primo tempo, di boicottare l’olio di palma. Non potevo continuare ad alimentarmi con prodotti che concorrevano all’estinzione di diverse specie (ad esempio, l’orango-tango). Una volta rese più consapevoli le persone che avevo intorno, ho voluto estendere il messaggio a un pubblico più ampio possibile. Nella nostra società contemporanea, diffondere un messaggio è un’operazione semplicissima; ma dovevo approfondire il soggetto, evitando di basarmi su pregiudizi e opinioni correnti. Così, ho contattato delle associazioni francesi e indonesiane che cercano di contrastare il monopolio legato all’olio di palma. Dopo varie ricerche, ho deciso di stilare una petizione contro l’impresa Ferrero: la “Nutella” mi sembrava emblematica rispetto alla questione dell’olio di palma. Ho raccolto 30 000 firme: tutte persone convinte, come me, che l’olio di palma fosse un pericolo. Qualche mese dopo, ho voluto diffondere il messaggio in Francia attaccando l’impresa LU. Credo che prendere di mira questi soggetti, sempre così attenti alla propria immagine, sia una buona strategia per cambiare le cose. La petizione ha avuto successo e, ad oggi, è stata sottoscritta da 200 000 persone. Inoltre, recentemente, una nuova campagna lanciata su i-boycott.org ha aumentato le pressioni su quella società e ho compreso la forza effettiva dei consumatori nel momento in cui, unendosi, si costituiscono come soggetto attivo a garanzia dei propri diritti.

Sembrerebbe che tu non avessi altri strumenti che un PC, internet e tanta voglia di fare, il tutto a 17 anni. E’ così? oppure qualcuno di ha aiutato?

Spesso, diverse persone osservavano che ero molto giovane per affrontare sfide simili. Dal canto mio, appena ho compreso cosa stava succedendo, soprattutto in Indonesia, non ho pensato un solo istante a questioni di età. All’inizio, mi chiedevo se sarei riuscito a essere convincente su un soggetto delicato come quello dell’olio di palma, ma non ci sono stati problemi; ora conosco bene l’argomento, pur restando aperto ai cambiamenti. Se, con la mia età, non posso influenzare direttamente il governo a prendere decisioni in merito, potrò farlo attraverso l’impegno dell’unione dei consumatori. Mi sono trovato solo ad avviare questa lotta, ma grazie al sostegno della mia famiglia e alle reti di internauti, presenti un po’ ovunque su scala globale, ho potuto tenere alta la guardia su una problematica che, in passato, avrei avvertito come una battaglia persa.

La gente si chiede come è possibile che un ragazzo di 17 anni, armato solo degli strumenti che offre internet, abbia potuto far scoppiare un simile bailamme e far cambiare le politiche di produzione alle multinazionali. Tu cosa senti di poter rispondere?

Penso che oggi, grazie a internet, chiunque possa diffondere un messaggio in cui crede fermamente, da portare avanti con tenacia.  Internet è uno strumento prezioso per riunire le persone nel mondo. Pur di fronte alla necessità di azioni concrete, internet resta un mezzo indispensabile alla diffusione di un messaggio. Poco importa l’età: dobbiamo andare in fondo alle nostre convinzioni, ed è precisamente ciò che ho deciso di fare.

Ti senti autore di un fenomeno mediatico?

No, non mi vedo come l’autore di un processo mediatico: semplicemente, ho portato alla luce una questione a mio avviso fondamentale. L’impatto che possiamo vedere oggi è conseguenza dell’azione congiunta delle migliaia di consumatori che hanno diffuso il messaggio. Non vado in cerca di riconoscimenti per quel che ho fatto; vorrei solo che gli equilibri cambiassero perché paesi come l’Indonesia e la Malesia possano conservare la propria biodiversità. Ho voluto fare da cassa di risonanza per coloro che non possono parlare, ma che sono direttamente affetti dallo sfruttamento espansionistico legato al mercato dell’olio di palma.

La tua era una battaglia ambientalista, poi si è trasformata in una battaglia di salute pubblica. Come è avvenuto questo passaggio?

Per me, la questione ambientale è la più importante, dato che la produzione di olio di palma causa la progressiva distruzione della foresta. Facendo ricerca, ho scoperto che l’olio di palma non solo rappresenta un cancro per l’ecologia del pianeta, ma può avere anche gravi ripercussioni sulla nostra salute. Dalla lettura di un rapporto dell’EFSA (European Food Safety Authority), che mostra come l’olio di palma trasformato chimicamente contenga, rispetto ad altri olii, la più elevata saturazione in acidi grassi, risultando potenzialmente cancerogeno, ho deciso di allargare la protesta alle conseguenze in ambito sanitario. Entrambe le implicazioni sono essenziali al nostro proposito, poiché riflettono direttamente l’eccessivo consumo generalizzato di olio di palma.    

Ti sei mai sentito strumentalizzato?

No, questa lotta non mira a valorizzare un’impresa a danno di un’altra, ma a porre in primo piano la catastrofe ecologica provocata dall’industria dell’olio di palma. Non si tratterà mai di una lotta di parte, affiliata a un gruppo o associazione particolari, il che comprometterebbe il senso del nostro messaggio: denunciare l’espansione di quella monocultura è il mio unico scopo e andrò avanti in questa direzione.

Sei consapevole del fatto che attorno all’olio di palma si muovono fortissime lobby? Ti hanno mai contattato?

La lobby dell’olio di palma è molto potente, come ho potuto constatare in varie occasioni. Al momento di lanciare la mia petizione, ho ricevuto diversi messaggi ostili e, talvolta,  minacciosi, nella speranza di farmi desistere. Difficile dire chi fossero quelle persone, ma un legame con il mondo dell’industria è più che probabile.  In seguito, soprattutto su twitter, diversi soggetti mi contattavano avanzando le virtù dell’olio di palma e della sua evoluzione in campo alimentare… Allora ho capito che iniziavo a essere un elemento di disturbo. L’importanza della lobby è comprensibile, basti pensare al numero di lavoratori coinvolti nel processo di lavorazione. Per questa ragione, io non mi oppongo all’olio di palma,  ma al suo monopolio e alla sua pericolosa espansione a danno delle foreste vergini. La lobby mi ha impressionato altre volte: ad esempio, ho trovato dei volantini propagandistici nello studio del mio medico di famiglia; oppure quando ha mostrato le unghie con lo stato francese, facendo arretrare l’Assemblea sull’imposizione di una sovrattassa sull’olio di palma. A maggior ragione, è importante che il consumatore si senta direttamente implicato, dato che è il solo attore capace di cambiare le cose attraverso scelte individuali responsabili.

I pronunciamenti scientifici sull’olio di palma non dicono che è nocivo, dicono che in dose eccessive è nocivo. Dunque non credi che la tua battaglia sia stata travisata e strumentalizzata dal marketing e dai poteri forti, di fatto tradendoti?

No, sono sempre stato chiaro sullo scopo della mia petizione: combattere la pericolosa espansione dell’olio di palma. Quando andiamo a fare la spesa, un prodotto su due lo contiene. Rilevare questo eccesso non significa voler sopprimere l’olio di palma, che ha indubbie qualità di resa e di cottura, bensì utilizzarlo in maniera oculata. Esistono varie alternative che dovrebbero essere presenti in misura maggiore sul mercato. L’attuale boicottaggio dell’olio di palma è finalizzato a fare pressione su tutti gli attori coinvolti nella sua produzione. L’urgenza di ridurne il consumo, da parte nostra, risulta soprattutto dalla domanda crescente di paesi come la Cina e l’India.

Il green-washing di molti marchi è una soluzione valida secondo te?

Il green-washing non è una valida soluzione: si tratta di una strategia delle imprese, che antepongono propositi ecologisti per nascondere la parte scomoda della loro attività. Prendiamo l’esempio della polemica sulle orche tenute in cattività dalla compagnia Seaworld. Per tutelare la propria immagine, l’azienda ha avviato programmi di salvataggio in mare destinati a diverse specie, fatto che non cambia in nulla lo stato di cattività in cui vivono le orche. Lo stesso avviene con l’olio di palma sostenibile, che nasconde enormi vuoti di protezione per le foreste.

La certificazione Cspo (Certified Sustainable Palm Oil) dell’Rspo (Roundtable on Sustainable Palm Oil) può essere una soluzione ?

Il CSPO, certificato secondo gli standard RSPO, potrebbe essere una soluzione se fossero rispettati diversi criteri. Per prima cosa, l’olio di palma sostenibile potrebbe essere una realtà concreta solo nel caso di un calo della nostra domanda. In effetti, anche ottenendo un numero crescente di certificazioni di sostenibilità, le foreste non verranno risparmiate se la domanda continuerà ad aumentare pericolosamente. Il CSPO è un buon passo avanti, ma dovrà essere assistito da normative più rigorose. Inoltre, i governi malese e indonesiano dovranno porre un freno decisivo alla corruzione, che permette – tra l’altro – di cancellare le tracce di provenienza dell’olio di palma.

Il progetto del Poig (Palm Oil Innovation Group) secondo te, potrà garantire maggior sicurezza e maggior controllo?

Anche il POIG è un attore essenziale nell’evoluzione dell’olio di palma. Tuttavia, esso non ha, al momento, molta efficacia poiché le soluzioni avanzate sono poco numerose. Associazioni come WWF o Greenpeace perdono credibilità nel dibattito quando appaiono manipolate dalle grandi imprese. La RSPO deve essere davvero preparata per poter proporre cambiamenti realistici e assicurare la tutela del patrimonio forestale mondiale. Il POIG può giocare un ruolo chiave in questo processo.

L’obiettivo del Rspo (Roundtable on Sustainable Palm Oil) di un olio di palma sostenibile è una realtà possibile?

La RSPO resta un organismo molto contestato da un buon numero di associazioni, e a ragione: la creazione di questa «tavola rotonda» è avvenuta su iniziativa di grandi società e del WWF. Ciò dà adito, inevitabilmente, a dubbi sulla sua neutralità. In questo sistema, quando un’impresa viola un regolamento sarà ammonita, ma non subirà alcuna sanzione. Del resto, solo il 10 % delle foreste sono ufficialmente protette, e questo contribuisce all’inefficacia operativa della RSPO, che necessita di un’evoluzione interna per diventare, a sua volta, motore di cambiamento.   

Il supporto del Poig (Palm Oil Innovation Group) può essere un valore aggiunto?

Come dicevo, questi gruppi possono avere un’influenza importante sulla produzione di olio di palma. Semplicemente, è necessario mantenere un progetto comune: salvaguardare le foreste, senza cedere alle manipolazioni delle grandi multinazionali.

L’adesione alla tua campagna, secondo te, è stata effettivamente consapevole, oppure è stata consumata come una moda? E quanti, secondo te, oggi conoscono effettivamente la questione olio di palma e non ne hanno invece una conoscenza superficiale, per sentito dire?

Non credo che la mia petizione sia fondata su un argomento alla moda: certo, ultimamente l’olio di palma è un tema di attualità, ma sono convinto che i firmatari esprimano un impegno sincero e consapevole contro gli effetti della sua produzione industriale. Anche se il prodotto non è stato boicottato da 200 000 persone, le loro scelte future saranno assistite da una reale presa di coscienza. Ricevo molti messaggi di ringraziamento per aver fatto luce sul problema, quindi ritengo che questa petizione abbia giocato un ruolo nella lotta collettiva.

Non pensi che la tua campagna si sia, alla fine, risolta in una criminalizzazione dell’olio di palma e basta?

Non è stata la mia petizione a criminalizzare l’olio di palma, ma le imprese che ne sfruttano la produzione senza curarsi del suo impatto ambientale e sociale. Se l’olio di palma non comportasse alcun impatto, la mia petizione non avrebbe ragione di esistere. L’olio di palma conoscerà un’evoluzione ed è in quel senso che si muove la mia petizione.

Sei consapevole del fatto che il ‘non contiene olio di palma’ è diventato una campagna pubblicitaria sfruttata dalle stesse aziende che prima producevano con olio di palma?

La formula «senza olio di palma» si è sempre più diffusa nei nostri supermercati. È un fatto negativo? Non penso. Se le industrie hanno bisogno di evidenziare la sostituzione dell’olio di palma con altro olio più sano, che lo facciano. La nostra società è basata sul consumo e sulla ricerca del massimo profitto da parte delle imprese: è chiaro che quelle che optano per la formula citata vorranno anche pubblicizzarla, per attrarre più consumatori. Questa strategia di marketing può incitare altre imprese a fare lo stesso.

Credi davvero che i prodotti che hanno sostituito l’olio di palma siano migliori per la salute e per la tutela ambientale?

Nessun olio è perfetto, è comprensibile. Il problema è il monopolio di un tipo di produzione rispetto a un’altra. Anche se l’olio di palma ha una resa elevata, e quindi richiede meno superficie coltivata rispetto ad altri oli, la sua produzione è concentrata per il 90% in Indonesia e Malesia, con un impatto devastante sulla biodiversità. Se gli oli di colza, di girasole o di soia fossero prodotti in maggiore quantità nei paesi del Nord del Mondo, avremmo una riduzione dei problemi ambientali, in quanto la produzione sarebbe ripartita in modo da non intaccare gli ecosistemi rari. E’ questione di misura. Dal punto di vista della salute, gli oli alternativi sono potenzialmente meno dannosi dell’olio di palma”.

Cosa farai ‘da grande’?

I miei progetti futuri? Continuare a battermi per le cause che mi stanno a cuore e non lasciarle mai cadere. Ho in programma di integrare gli studi in Scienze Politiche e contribuire a costruire il mondo di domani, orientandomi verso le relazioni internazionali o il giornalismo, soprattutto investigativo. Il caso dell’olio di palma rimane per me una questione essenziale, che porterò sempre avanti.

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