martedì, novembre 13

Joe Kennedy: il volto nuovo di un partito diviso? Visto da molti come una stella in ascesa nel partito dell’asinello, ma la giovane età lo esclude per il momento dalla lotta per le presidenziali 2020

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Il discorso sullo stato dell’Unione ha rappresentato un successo importante per Donald Trump, che di fronte alle Camere riunite del Congresso ha mostrato forse per la prima volta un credibile profilo presidenziale. I successi in campo economico – che in questo momento sono il vero propellente dell’amministrazione – hanno rappresentato il fulcro del discorso, che ha toccato anche i maggiori temi di politica interna e internazionale.

E’ presto per dire se si tratta di un punto di svolta e dell’inizio della normalizzazione di un Presidente che dell’essere ‘sopra le righe’ ha fatto sinora il suo tratto distintivo. I giudizi che la stampa ha offerto sono stati variegati e se, generalmente, gli effetti sull’indice di popolarità presidenziale sono stati positivi, la quota di americani che guarda con favore alle politiche della Casa Bianca rimane comunque ben sotto il 50%. Soprattutto, molte issue rimangono aperte e nonostante gli inviti del Presidente a un’azione politica più bipartisan, l’opposizione rimane forte fra le fila del Partito democratico. Anche durante il discorso, l’ostilità dei congressmen democratici ha avuto modo di emergere, su temi che spaziano dal riconoscimento del movimento #MeToo, al rapporto con le minoranze, alla politica sull’immigrazione e nei confronti dei ‘DREAMers’.

Come era prevedibile, la tradizionale replica dell’opposizione al discorso presidenziale ha quindi assunto, quest’anno, un rilevo speciale. La scelta di affidarla a Joseph Patrick ‘Joe’ Kenendy è già in sé indicativa. Kennedy (nipote di Robert, assassinato nel 1968, e pronipote dell’ex Presidente John Fitzgerald e di Ted, figura politica di riferimento della famiglia dopo la morte dei due fratelli), vanta credenziali che lo collocano solidamente nel filone mainstream del Partito democratico. Eletto alla Camera dei Rappresentanti nel 2013, è inoltre considerato vicino ad Elizabeth Warren, eletta lo stesso anno al Senato, già ritenuta un possibile ‘ticket compensativo’ di Hillary Clinton e non invisa all’anima più ‘liberal’ dell’elettorato. A trentasette anni, Kennedy è visto da molti come una stella in ascesa nel partito dell’asinello; d’altra parte, la giovane età lo esclude per il momento dalla lotta avviata per la nomination alle elezioni del 2020. Una scelta, quindi, ‘forte’ dal punto dell’immagine ma non tanto forte da alimentare le divisioni che – dopo lo smacco dello scorso anno – continuano ad attraversare un partito – ma anche un mondo politico – in crisi di identità non meno di quello repubblicano.

Per forma e contenuti, l’intervento di Kennedy è stato, in larga misura, all’altezza delle attese, raccogliendo consensi bipartisan in Congresso e fuori. Chiaramente critico delle politiche dell’amministrazione e dei loro possibili effetti di lungo periodo, ha comunque sostenuto le ‘aperture’ del Presidente alla minoranza con un invito ad abbassare i toni della polemica; un messaggio, questo, rivolto all’elettorato democratico sia a un ‘centro’ che sembra tornare a essere corteggiato dopo la ‘corsa agli estremi’ degli ultimi anni. Il fatto di venire dall’ultimo erede di una delle ‘famiglie nobili’ della politica americana, ha dato a questo messaggio ulteriore forza, anche se proprio il segno di continuità legato alla scelta di Kennedy è stato visto da alcuni come una nuova prova della ‘crisi d’idee’ del Partito democratico. Nonostante gli accenti ‘obamiani’ del discorso (che nel tema delle minoranze e dell’identità plurale degli Stati Uniti ha avuto uno degli assi portanti), i critici hanno rilevato, infatti, quella che hanno definito la ‘contraddizione’ esistente fra la visione ‘inclusivista’ del discorso ed il suo giungere da un politico ‘di professione’, prodotto ‘tipico’ dell’élite maschile bianca della East Coast.

Nel complesso, la replica al discorso sullo stato dell’Unione sembra comunque essere stata un momento di ritrovata unità per il Partito democratico, almeno agli occhi di un osservatore esterno. Ciò non significa che le tensioni siano scomparse. E’ stato notato  come ‘virtualmente tutti i senatori democratici sotto i sessantacinque anni siano in corsa – o stiano pensando di scendere in corsa – per le presidenziali’ del 2020; un fatto che, insieme al basso profilo di molti di loro, sembra destinato ad alimentare vivaci confronti dentro al partito. E’ presto per capire chi, nel corso delle primarie, potrà avere chance reali di successo. La vicenda che, di recente, ha avuto per protagonista Oprah Winfrey, al di là degli eventuali sviluppi, è però indicativa di come la ricerca di un candidato unificante e di spessore nazionale continui ad essere vista come una priorità. Su questo sfondo, è difficile che l’intervento di Joe Kennedy abbia effetti duraturi. Piuttosto, è il riferimento fatto sia da lui, sia dal Presidente a una politica più condivisa ad apparire interessante; come se – anche in vista dell’impegno elettorale del prossimo novembre – entrambi i partiti abbiano cominciato a temere davvero i possibili effetti a lungo termine di una radicalizzazione permanente del dibattito pubblico.

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