martedì, Novembre 30

Jobs Act senza pace Lo scontro sul Jobs Act si sposta dalla dialettica interna al PD a quella tra i partiti di maggioranza

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++ Renzi, noi siamo con Italia che si spezza la schiena ++


Alta tensione nel PD
all’indomani della Direzione che ha visto il profilarsi di un compattamento delle varie minoranze interne contro i metodi utilizzati dal Premier-Segretario Matteo Renzi. A tenere banco è principalmente il Jobs Act, attualmente in discussione alla Commissione Lavoro della Camera.
Tra i circa 550 emendamenti presentati, non mancano quelli delle minoranze dem che chiedono a gran voce la modifica di alcuni aspetti sostanziali del provvedimento, primo fra tutti «la garanzia del reintegro nei casi di licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare». La discussione si è ulteriormente infiammato dopo che il Governo ha ventilato la possibilità di ricorrere al voto di fiducia; un voto al quale diversi esponenti della sinistra PD non intendono aderire. Alla trasmissione ‘Agorà‘ di Rai3, Stefano Fassina ha annunciato: «Non voterò la fiducia su una delega in bianco». «Siamo andati in Direzione» ha proseguito «qualcuno ha parlato, anche se ha avuto poco senso, ma abbiamo voluto dare ancora una volta il nostro contributo per cercare di fare le riforme, ma di farle bene. La Direzione deve essere un luogo per discutere, per confrontarsi e non per fare degli show». «Abbiamo insistito sulle modifiche del Jobs Act che, così comè, rischia di aggravare solo la precarietà, oltre a portare gravi problemi di demansionamento», ha puntualizzato Fassina. Che ha concluso dicendo: «In questi ultimi mesi chi ha avuto posizioni diverse da Renzi è stato etichettato come gufo, come attento alla poltrona, mentre invece c’è solo la voglia di migliorare le riforme. Mettere una fiducia in bianco su una delega che riguarda i diritti fondamentali dei lavoratori diventa a mio parere un problema di rilievo costituzionale».
Non mancano, nel partito, posizioni che potrebbero essere definite dicritica obbediente‘, come quelle espresse dal Presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia: «Ognuno si assume le proprie responsabilità e io quella di fare in modo che il Jobs Act entri in vigore dal primo gennaio 2015». Che poi aggiunge: «Ma se per non contrattare con le altre forze della maggioranza prendi il testo storico della destra e non tieni conto di quanto deliberato dalla Direzione del PD, odg contro il quale ho votato ma che almeno rappresenta l’idea della maggioranza, è evidente che qualcosa non funziona».

Fin dalla mattinata hanno preso a correre frenetici contatti tra le diverse componenti del PD alla ricerca di una mediazione. Un valido punto di sintesi in extremis sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) essere stato raggiunto al termine di una riunione cui hanno partecipato, per le minoranze, il Presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano e, per la maggioranza, il responsabile Economia del partito Filippo Taddei: non verrà posta alcuna fiducia al testo del Jobs Act approvato dal Senato. Il Governo apre la porta all’ipotesi di modifiche al provvedimento, ma cosa comporterà questa apertura? Il capogruppo PD alla Camera Roberto Speranza e il vicesegretario Lorenzo Guerinihanno espresso soddisfazione per l’intesa raggiunta; tuttavia il commento del capogruppo di NCD in Senato Maurizio Sacconi fa ben intendere come i problemi per il Jobs Act dallo scenario interno del PD a quello degli equilibri nella maggioranza: «Il PD non ha ancora la maggioranza assoluta nelle due Camere, nelle quali peraltro non è ancora stato superato il sistema paritario» avverte. E aggiunge: «Il NCD vuole discutere ora in una riunione di maggioranza le eventuali modifiche alla delega», perché «se il testo è quello descritto dalle agenzie non è accettabile. Ribadisco urgente riunione di maggioranza. Altrimenti si rompe coalizione». A Sacconi ha replicato a stretto giro il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi: «Stiamo discutendo con tutti in Parlamento. Non servono nuovi vertici di maggioranza. (…) Non servono nuovi vertici: è sufficiente il lavoro in Parlamento». Una replica asciutta e decisa da parte dell’entourage del premier Renzi; tuttavia saranno i prossimi giorni a dirci se tanta ostentata sicurezza riuscirà a tradursi in prassi e a evitare ulteriori tortuosità al cammino del Jobs Act, soprattutto con l’avvicinarsi del voto finale del provvedimento a Montecitorio: grazie alla mediazione del Presidente della Camera Laura Boldrini, il voto dovrebbe tenersi il 26 novembre.

Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha partecipato a una conferenza stampa a conclusione dell’incontro bilaterale con il suo omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier a Berlino. In margine all’uscita dalla fase di ristagno attraversata dall’economia europea, il Ministro ha dichiarato che «Nel suo semestre di presidenza, l‘Italia dà il suo contributo a guardare i problemi in modo strategico e politico, anche se dobbiamo riscontrare che su alcune cose non siamo d’accordo. Ad esempio sul fatto che il focus debba essere sulla crescita e non sul rigore di bilancio». «Ci sono Paesi come la Germania» ha proseguito «che hanno fatto grandi riforme più di dieci anni fa e oggi sono in una situazione relativamente migliore, ma il problema è comune». «Stiamo appurando» ha aggiunto «una sensibilità generale dei Paesi europei, sul fatto che non c’è questo o quel singolo problema, ma un problema europeo». In merito alla delicata situazione libica, Gentiloni ha detto che sulla questione «c’è un impegno comune a evitare una divisione del Paese e a coinvolgere grandi Paesi e Paesi dell’aerea, in una prospettiva di moderazione». In riferimento all’operazione ONU Triton, il ministro ha sottolineato che l’Italia è in prima linea e intende fare il massimo per la sua riuscita: «Nel passaggio da Mare nostrum a Triton cambia il nome, ma non l’indirizzo: e il nostro impegno anzi si moltiplica. Con una condivisione degli sforzi e delle ripercussioni»; rimarcando chiaramente che «l’approccio umanitario è il medesimo» e «l’obbligo di soccorso resta, e ci mancherebbe…». Gentiloni ha infine espresso soddisfazione per la grande sensibilità dimostrata da Steinmeier sulla questione:«lui ha la consapevolezza che una degenerazione della situazione, o addirittura una divisione della Libia avrebbero conseguenze non solo per le coste italiane, ma per tutta l’Europa».

Secondo alcune indiscrezioni confermate dal questore di Bologna Vincenzo Stingone durante una conferenza stampa, la Digos di Bologna ha individuato i responsabili dellaggressione subita la scorsa settimana dal leader della Lega Nord Matteo Salvini in occasione della visita a un campo rom in Emilia. Le persone denunciate sono 10 e farebbero tutti parte del collettivo Hobo; le accuse sono violenza privata e danneggiamento. Salvini ha commentato la notizia in un post sulla sua pagina facebook: «Identificati e denunciati per violenza 10 degli aggressori anti-leghisti di Bologna. Sono ‘bravi ragazzi’ di un centro sociale, fra i 19 e i 28 anni. Bene, grazie alla Polizia: secondo voi ora ci sarà un giudice pronto a condannarli?» Domanda, questa, fastidiosamente un po’ oziosa.

Non riesce a indirizzarsi verso uno sbocco positivo la situazione di ‘L’Unità‘: i liquidatori della NIE s.p.a., la società che detiene la gloriosa testata fondata da Antonio Gramsci non hanno ritenuto valida nessuna delle tre offerte arrivate per il suo acquisto e hanno prorogato al 30 novembre il termine per la presentazione di nuove proposte «nel rispetto rigoroso dei criteri già pubblicati».

Il collegio medico che sta monitorando le condizioni di salute di Marco Pannella, al decimo giorno di digiuno per protestare contro l’inaccettabile situazione delle carceri italiane, ha invitato lo storico leader radicale a riprendere l’alimentazione. Durante la visita di oggi, si legge nel bollettino del professor Claudio Santilli, le condizioni generali di Pannella sono risultate discrete; «Il collegio medico lo ha comunque invitato a riprendere subito una corretta alimentazione, ritenendo che la debilitazione cui andrebbe incontro persistendo il digiuno possa compromettere seriamente l’attuale precario compenso, mantenuto nonostante le numerose patologie croniche e le recenti terapie debilitanti».

 

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