giovedì, Maggio 6

Jobs Act alle ultime battute Il Jobs Act in arrivo alla Camera. In Aula tra 21 e 26 novembre

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Al termine di una lunga trattativa tra PD e NCD sembra essere rientrata la possibilità di una crisi di governo sul Jobs Act dopo le modifiche imposte al provvedimento dalla sinistra dem. L’esecutivo presenterà in Commissione Lavoro della Camera un nuovo emendamento al Jobs Act in base al quale il diritto al reintegro nel posto di lavoro sarà limitato ai licenziamenti nulli e discriminatori, oltre che a «specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato».

Per i licenziamenti economici, invece, la possibilità del reintegro sarà sostituita da «un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio». Saranno inoltre rivisti i termini entro i quali potrà essere impugnato il licenziamento da parte del lavoratore. In attesa dell’emendamento, la Commissione Lavoro sta proseguendo l’analisi del Jobs Act e il presidente Cesare Damiano ha espresso soddisfazione per come stanno avanzando i lavori, la cui chiusura è attesa per giovedì 20 novembre; in Camera il provvedimento dovrebbe passare il giorno successivo.

Circa l’ipotesi del ricorso alla fiducia per il voto finale, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha dichiarato: «L’eventuale tema della fiducia come abbiamo sempre ribadito, è legato ai tempi di approvazione del Jobs Act. (…) Il calendario dei lavori della Camera prevede che il 26 si concluda la discussione. Se le modalità dei tempi di lavoro, se il numero degli emendamenti, le tecniche parlamentari proporranno il problema di come chiudere per il 26, a quel punto si valuteranno le cose da fare». «Per noi» ha concluso «il tema fondamentale è far partire all’inizio dell’anno il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, in modo che possano essere utilizzate le risorse messe nella Legge di Stabilità destinate a fare in modo che in Italia cresca il numero dei contratti a tempo indeterminato».

Intanto, sempre alla Camera, procede la discussione della Legge di Stabilità in Commissione Bilancio, che ha approvato l’emendamento del Governo finalizzato alla riduzione del deficit. A tale specifico riguardo, tra i dispositivi previsti ci sono la reverse charge e lo split payment (particolari meccanismi di pagamento dell’IVA studiati per contrastare alcune forme di evasione fiscale) a ipermercati, supermercati e discount alimentari.

Il testo prevede, inoltre, una clausola di salvaguardia che permetterà di compensare le mancate entrate previste per talune voci di bilancio con un aumento delle accise sui carburanti.

Importanti novità anche per la scuola, con un piano straordinario di assunzioni finanziato dal piano “La buona Scuola” ampliato per includere anche la stabilizzazione del personale non docente. Non è ancora del tutto chiaro se il Governo confermerà nei fatti l’orientamento ad aumentare i fondi per gli ammortizzatori sociali, i tempi infatti stringono: il 20 novembre la Commissione Bilancio concluderà i suoi lavori sulla Legge di Stabilità, il cui arrivo in aula è previsto per giovedì 27 novembre. Entro la tarda mattinata di lunedì, invece, dovrebbero arrivare i responsi della Commissione Europea sulle leggi di stabilità presentate dai vari paesi membri.

Le “noie” per il Governo non mancano, e ancora una volta la fonte principale è il fronte interno al PD. Dopo gli scontri sul Jobs Act, infatti, pare ora arrivato il momento del redde rationem sulla Legge di Stabilità. Durante una conferenza stampa di Civati, Cuperlo, D’Attorre, Fassina e Miotto, le minoranze PD hanno presentato 8 emendamenti firmati da circa 30 deputati.

«Questo è il nostro Governo» ha detto Gianni Cuperlo «non stiamo all’opposizione, siamo un pezzo di questa maggioranza che dentro il PD cerca di mettere in campo delle proposte che rendono più equa, redistributiva ed espansiva la manovra». «Un partito è vivo, sano, quando discute» ha aggiunto, e ha auspicato che «gli emendamenti possano essere accolti». Nel suo intervento, Pippo Civati ha voluto ribadire che «Sulla legge di stabilità non è questione di sfiduciare il Governo, perché se no va a casa. È questione di chiedere rispetto per le nostre proposte. Per ora abbiamo fatto la domanda, risposte non ne sono venute, che sia un indizio?».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Stefano Fassina: «È un contributo costruttivo, le sfide vanno affrontate in modo adeguato, ancora non ci siamo. (…) L’obiettivo è provare a correggere il segno della politica economica del Governo che non affronta in modo adeguato i drammatici problemi del Paese». Affermazione, quest’ultima, che suona come una netta bocciatura dell’operato dell’Esecutivo guidato dal segretario del PD Matteo Renzi: parole che suonano strane se pronunciate da un appartenente allo stesso partito, nella misura in cui si pongono ben al di là del livello del semplice dissenso.

Interessanti i dati emersi dal sondaggio di questa settimana realizzato dall’Istituto Piepoli. Questo lo scenario delle intenzioni di voto:

– PD 39,5% (-1,0).
– SEL 3,5% ( = ).
– Altri centrosinistra 1,0% ( = ).
– FI 14,0% (-0,5).
– NCD-UDC 3,0% ( = ).
– FdI 3,0% ( = ).
– Lega Nord 10,0% (+1,5).
– Altri centrodestra 0,5% ( = ).
– M5S 20,0% ( = ).
– Altri partiti 5,5% ( = ).

E se ancora può godere di un livello di gradimento piuttosto alto, il partito di Renzi scende per la prima volta dalle Elezioni europee al di sotto della soglia psicologica del 40%. Altro dato interessante è che il calo del PD non sembra confluire sulla sinistra di Nichi Vendola, quanto piuttosto sulla Lega e sulla sua strategia di visibilità mediatica legata a posizioni radicali. Significativo è anche il calo di mezzo punto di FI, nel quale si può cogliere un nuovo riaccendersi delle baruffe per la leadership del partito.

Dopo settimane di polemiche anche pretestuose attorno alla figura del sindaco di Roma Ignazio Marino, le nubi tra il primo cittadino e la sua maggioranza accennano a diradarsi un po’. Marino è determinato a proseguire il suo mandato, ma il PD locale e nazionale hanno manifestato la ferma intenzione di segnare un cambio nel governo della città anche con un rinnovamento della giunta, come ha sottolineato il vice segretario nazionale del PD Lorenzo Guerini. Il partito nazionale, tuttavia, non è intenzionato a impelagarsi nelle complicate vicende romane, anche perché gli sforzi potrebbero non riuscire a porre rimedio a una situazione che appare assai compromessa, con una strada in ripida salita. Da più parti, in città, si sente dire che, se si votasse domani, il centrodestra con Giorgia Meloni come candidato sindaco non faticherebbe a ottenere la vittoria.

 

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