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Jing-Jin-Ji: una metropoli da 100 milioni di abitanti field_506ffb1d3dbe2

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Si chiama Jing-Jin-Ji, copre una superficie superiore a quella dell’Uruguay, ospita oltre 110 milioni di abitanti e ha chiuso il 2013 con un Prodotto interno lordo di 1 trilione di dollari, grossomodo quanto totalizzato dalla Corea del Sud. E’ la nuova megalopoli che il Governo cinese si appresta a plasmare incorporando le municipalità di [Bei]Jing, e [Tian]Jin alla Provincia dello Hebei (spesso chiamata Ji) che le circonda. Il conto è salato: secondo il Viceministro delle Finanze Wang Baoan, la realizzazione della nuova metropoli nel corso degli anni preleverà ai forzieri di Zhongnanhai circa 42 trilioni di yuan (quasi 5 trilioni di euro).

Il progetto è legato a doppio nodo ad alcuni dei cavalli di battaglia dell’Amministrazione Xi JinpingLi Keqiang: innanzitutto, lotta all’inquinamento e urbanizzazione sostenibile. Ma l’idea circola nei palazzi del potere dagli anni ’80; la NDRC (National Development and Reform Commission) cominciò la stesura del progetto nel 2004, senza, tuttavia, compiere sostanziali passi avanti. Nel 2010 Pechino e la Provincia dello Hebei hanno firmato un primo Accordo quadro di cooperazione, che copre nove aspetti dai trasporti all’energia, passando per le risorse idriche e l’ambiente. Negli ultimi mesi il piano è scivolato sulla scrivania del Presidente cinese non per puro caso, ora che il gigante asiatico si accinge a rivedere il proprio modello di crescita. Il programma «richiede misure volte a promuovere una riforma strutturale su tutti i fronti», ha scandito Jianguang Shen, Capo economista per la Cina di Mizuho Securities, «crediamo che serva a promuovere una ristrutturazione dell’economia cinese e una crescita sostenibile basata sui consumi».

Nei piani della dirigenza cinese, l’integrazione dei tre poli dovrebbe servire a decongestionare il traffico della capitale e ad allentare la pressione esercitata su Pechino dall’arrivo di orde di lavoratori migranti a fronte di risorse insufficienti e strutture d’accoglienza ormai sature. Baoding e Langfang, entrambe città dello Hebei, sono le principali candidate a ospitare parte degli ospedali, delle istituzioni educative e degli uffici amministrativi della capitale, oggi a quota 22 milioni di abitanti.

Ben otto città della macroregione compaiono nella top ten dei luoghi più inquinati del Paese e, stando ai dati rilasciati dalle autorità ambientali di Pechino, il 25% dell’inquinamento respirato dalla capitale proviene, in realtà, dalle aree limitrofe, in particolare da Baoding, Langfang e Tangshan. La Repubblica popolare starebbe cercando di orientare la propria economia verso i servizi dopo decenni d‘industria pesante, considerata tra i principali responsabili della contaminazione del suolo e dell’aria. Sforzi coordinati attraverso la regione hanno già portato alla riduzione del particolato sottile (PM2,5) del 9,5% rispetto allo scorso anno in 13 centri urbani. Il programma comprende il trasferimento degli impianti più inquinanti e labor-intensive nelle aree vicine alla capitale, si parla di 1.200 fabbriche da delocalizzare nei prossimi tre anni. Allo stesso tempo, l’obiettivo è quello di promuovere l’industrializzazione della Cina orientale, rimasta indietro dopo che a partire dagli anni ’90 la leadership ha varato una serie di iniziative volte a rilanciare lo sviluppo dell’Ovest e delle provincie centrali, nonché a «ringiovanire la cintura della ruggine del Nord-Est». Secondo quanto reso noto dall’NDRC , lo scorso anno l’economia dell’Est è cresciuta del 9,1%, contro il 9,7% delle regioni interne e il 10,7% della Cina occidentale. Mentre il Nord-Est continua a procedere ad un ritmo più lento dell’8,4%.

Sono in molti a credere che il programma di integrazione regionale si presenti come il lascito di Xi ai posteri, nell’ambito di una tradizione di grandi opere che risale all’epoca imperiale: il primo imperatore Qin Shi Huangdi fece erigere la Grande Muraglia nel II secolo a.C., mentre a Sui Yang (VII secolo d.C.) si deve il Gran Canale che collega il Sud del Paese a Pechino. In tempi meno remoti, i ‘nuovi imperatori’ hanno cercato di legittimare il proprio potere attraverso progetti economici ambiziosi a partire dalla promozione di Shenzhen e Zhuhai a Zone economiche speciali nell’ambito del piano di riforme a apertura lanciato da Deng Xiaoping sul finire degli anni ’70. Un decennio più tardi, l’Amministrazione Jiang ZeminZhu Rongji designò l’area di Pudong, nel centro di Shanghai, hub finanziario del gigante asiatico. Come ricorda il ‘China Daily’, è proprio grazie alla sinergia tra il Delta del Fiume delle Perle e l’area del Delta dello Yangtze che il boom economico di Canton e Shanghai è stato reso possibile. Proseguendo sul cammino aperto dai primi esperimenti regionali, la Cina è poi divenuta ‘fabbrica del mondo’ e, nel 2001, membro della WTO (World Trade Organization).

All’Ovest e alle Province centrali del Paese, invece, ha rivolto l’attenzione la quarta generazione di leader, uscita di scena con il rimpasto del novembre 2012. Ma le campagne del ‘Go West’ e del ‘Develop Central China’ non sono riuscite a colmare le carenze strutturali dell’economia nazionale, lasciando in eredità alla nuova amministrazione intricati nodi da sbrogliare. In futuro la megalopoli Jing-Jin-Ji potrebbe servire a dare lustro alla baia di Bohai, ancora poco aperta al mondo (nel 2012 le esportazioni hanno contato per il 15% del Pil locale, contro il 60% del Delta dello Yangtze e il 63% del Delta del Fiume delle Perle). 

Affinché questo avvenga, rimangono da appianare le discrepanze che dividono le tre regioni. Pechino e Tianjin sono classificate come Municipalità e pertanto vengono controllate direttamente dal Governo centrale, fattore che le pone un gradino sopra il normale status di Provincia. A sua volta la capitale, oltre ad essere sede degli uffici governativi, ospita anche le principali istituzioni educative del Paese, fornendo ai suoi cittadini servizi migliori rispetto allo Hebei e a Tianjin. Porre tutte e tre sotto lo stesso cappello faciliterebbe una spartizione più equa delle risorse, evitando sprechi e ridondanze a livello amministrativo. L’operazione non è di facile realizzazione, ma il potere accumulato da Xi Jinping nell’ultimo anno sarà di aiuto nel mettere a tacere gli interessi costituiti.

L’integrazione regionale dovrebbe avvenire grazie alla realizzazione di imponenti opere infrastrutturali, inclusi un secondo aeroporto a Sud della capitale e un settimo anello autostradale (Pechino ne ha già sei), un’arteria di 940 chilometri che servirà a inglobare la nuova area urbanizzata. Saranno infatti i trasporti a costituire la spina dorsale della nuova metropoli attraverso la diramazione di un complesso network tra i centri urbani delle tre regioni, che -secondo proiezioni della rivista economica ‘Caijing’– sarà ultimato entro il 2020. 

Lo scorso marzo, il Governo cinese ha rilasciato i dettagli di un colossale piano di urbanizzazione che mira a sviluppare le città di seconda e terza fascia, nonché a rivalutare le periferie cittadine attraverso la costruzione di una rete di ferrovie ad alta velocità per tutti i nuclei urbani con più di 500mila anime. Stime ufficiali parlano della delocalizzazione del 60% della popolazione nei centri urbani entro il 2020; numeri alla mano, nei prossimi cinque anni 100 milioni di persone dovrebbero lasciare le aree rurali per le città. Affinché questo avvenga senza contraccolpi la leadership punta a facilitare l’ottenimento da parte dei migranti dell’hukou, il permesso di residenza che aggancia ogni persona al luogo di origine, limitandone l’accesso ai servizi in caso di trasferimento. Tale sistema dovrebbe diventare più elastico sopratutto nelle città di minore grandezza, in modo da ampliare il bacino di consumatori in grado di sostenere la tanto agognata transizione da un’economia sostanzialmente export-oriented a un modello di sviluppo incentrato sui consumi interni. 

In una recente intervista condotta da ‘China Files’, Klaus Rohland, Direttore della Banca Mondiale per Cina e Asia Orientale, ha espresso diversi dubbi riguardo il piano di urbanizzazione del Dragone: «C’è ancora molto da fare con le città già esistenti. Uno dei problemi arrecati dalle città satellite è che destabilizzano la città vecchia, perché molte funzioni vengono sottratte al suo nucleo centrale. Ma se si vuole avere una ‘urbanizzazione incentrata sull’uomo’ bisogna conservare intatto il centro storico, il che è anche questione di patrimonio culturale. Si può immaginare una serie di città satellite attorno a Roma che sottraggano al centro la sua ragione d’essere?» Sullo stesso spartito Jan Wampler, docente del Massachusetts Institute of Technology con maturata esperienza da architetto in Cina e fortemente critico verso il modello di sviluppo urbano perseguito dalla capitale cinese: «Non puoi continuare a costruire anelli. Prima o poi ti dovrai fermare, e io penso che quel momento sia arrivato», ha spiegato al ‘Wall Street Journal’.

Ma c’è dell’altro. Dietro alle grandi opere del Dragone rimane sempre in agguato il pericolo di un ulteriore surriscaldamento dell’immobiliare, alimentato negli ultimi anni dal credito facile e a basso costo e attenuatosi soltanto di recente grazie a una politica monetaria più restrittiva. La nuova megalopoli è parsa subito un grande affare agli investitori che, giocando d’anticipo, si sono affrettati a fare incetta di appartamenti. Risultato: ancora prima che il piano per la Jing-Jin-Ji venisse ufficializzato, nel mese di marzo i prezzi delle case a Langfang sono saliti di 1200 yuan a 8500 yuan per metro quadro, mentre secondo il sito NetEase, a Baoding il rincaro è stato ancora più netto nell’arco di pochi giorni, da 5000 a 7000 yuan a metro quadro.

Nel 2002 il distretto Baodi di Tianjin e Hopson Development, società immobiliare quotata a Hong Kong, hanno iniziato la costruzione di una città ‘ecofriendly’ pensata come centro satellite proprio in prossimità di Pechino e Tianjin. Jing Jin, questo il suo nome, oggi si presenta come un agglomerato urbano di 53 chilometri quadrati costituito da hotel a cinque stelle, musei, teatri, campi da golf e almeno 3000 villette. Quasi tutte completamente vuote. Proprio come accaduto nelle ‘cattedrali nel deserto’ di Ordos (Mongolia Interna) e Shenmu (Shaanxi), a Jing Jin lo sviluppo di infrastrutture e opportunità economiche procede con un passo più lento rispetto al real estate, fattore che rende molto difficile attrarre residenti e riempire le nuove costruzioni. Il problema sta sopratutto nell’arretratezza dello Hebei, una provincia la cui economia si regge ancora sulla produzione delle acciaierie e che gli esperti dubitano possa costituire una meta abbastanza appetibile da invogliare i lavoratori ad abbandonare la caotica ma vivace capitale.

 

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