giovedì, Maggio 13

Jihad europea e sicurezza

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I recenti attentati della Jihad sul suolo europeo hanno messo ancora una volta in luce il problema della sicurezza interna, dei controlli delle frontiere e del soccorso ai profughi: l’opinione pubblica si è divisa nel trovare le soluzioni più disparate a tale situazione.

Il flusso migratorio verso il vecchio Continente, accentuato dai crescenti conflitti centroafricani, dalla ‘Primavera araba’, dalle guerre civili e dal sorgere di ulteriori realtà di stampo terroristico, si è reso gravoso per alcuni Stati europei, rendendo assai delicato il rapporto tra le popolazioni occidentali e i profughi.

Il  Papa ha più volte definito l’alta conflittualità in corso come una ‘III Guerra Mondiale a pezzetti’, un grande conflitto di dimensioni globali suddiviso in una infinita serie di ostilità minori e di attacchi volti a danneggiare, destabilizzare, oltre che a creare un clima di terrore e sospetto nell’opinione pubblica occidentale. Il terrorismo in Europa ha raggiunto alcuni dei suoi obiettivi: alcuni Paesi europei non si sentono più al sicuro e chiudono le loro frontiere (ultimo, in ordine di tempo, l’Austria), rinunciando alla collaborazione dell’Unione.

Queste misure, anche se eseguite con il massimo rigore, in realtà, non potrebbero mai annullare totalmente il rischio di attacchi di stampo jihadista: molti attentatori o loro sostenitori, infatti, erano cittadini europei a tutti gli effetti, non risultavano (a detta dei testimoni) cresciuti in ambienti fondamentalisti islamici e alcuni di loro avevano mostrato in passato addirittura un certo disinteresse per la religione maomettana.

Altro dato osservabile dai recenti episodi di terrorismo è la grande capacità di Daesh, o dalle organizzazioni a lui affiliate, di trasferire personale e materiali da un Paese a l’altro, portando la guerra nelle case degli europei. Il tipo di tattica utilizzata è quella del ‘commando suicida’, il quale alterna obiettivi mediamente difficili da colpire (come gli aeroporti) a ‘soft target’ semplici, ma premianti (come una stazione della metropolitana). Si tenta attraverso questi attacchi di causare un danno psicologico alla popolazione, mettendone in crisi le istituzioni locali e vincendo contro di esse una guerra mediatica.

L’altissima mobilità di questi commando, liberi di circolare attraverso le frontiere europee, ha destato nel vecchio Continente il grande problema della sicurezza. Gli organi istituzionali d’Europa si chiedono quali possano essere i metodi utilizzati dai terroristi per muoversi all’esterno e all’interno dell’Unione, quali i loro obiettivi e quali le loro tattiche.

Mentre, in seguito agli attacchi di Parigi, il Presidente siriano Bashar al-Assad metteva in guardia l’Europa sull’utilizzo da parte dei jihadisti delle rotte migratorie del Mediterraneo e dei Balcani per entrare in Europa, in Belgio la cellula responsabile delle stragi del 13 novembre pianificava ulteriori azioni contro la Francia. Molti degli arruolati nelle unità jihadiste europee erano già in possesso di cittadinanza: ciò vuol dire che, seppure il drammatico ‘traffico di esseri umani’ giovi, in termini di denaro, alla causa di Daesh, è preferibile per i terroristi non muoversi all’interno di queste ondate di disperati, mai certe di raggiungere sane e salve un porto sicuro e scortate spesso dalle forze navali europee, impegnate al soccorso dei profughi, nell’intercettare le rotte degli scafisti e infine di contrastare il sempre crescente flusso migratorio.

Per un terrorista, dunque, si rivelerebbe assai rischioso viaggiare assieme ai profughi, poiché, anche se uscisse indenne dal pericoloso viaggio verso l’Europa, la probabilità di essere intercettato, riconosciuto o arrestato dalle Forze dell’Ordine sarebbe comunque alta, come dimostrano anche frequenti azioni di cattura di potenziali jihadisti operate dalle forze di polizia europee.

Se seguire le rotte migratorie non si rivela una strategia premiante, ugualmente rischioso sarebbe, per un miliziano di Daesh, servirsi dell’aereo dall’Iraq o dalla Siria per raggiungere le principali capitali europee: per tale motivo, i jihadisti preferiscono ricorrere a spostamenti misti’, fatti di viaggi in automobile, in treno, in aereo, cambiando frequentemente identità e spostandosi di Paese in Paese, celando il più possibile alle autorità la loro reale provenienza.

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