sabato, Novembre 27

Je suis Charlie Hebdo

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Ci sono articoli che, nella vita, non vorremmo mai dover scrivere. E che, invece, rappresentano un obbligo morale, un imperativo etico. Ieri mattina, da vanitosa superficiale quale sono, mi ero fiondata dal parrucchiere alle 8. Ritenevo il restauro irrinunciabile. Poi sarei andata in ufficio. All’improvviso, tosse, nausea e febbre mi hanno isolata dalla realtà. Ho deciso di rifugiarmi a casa.

Non mi aveva messo in guardia un messaggio in chat di un Collega, che mi diceva che si stava occupando di Parigi. Lui ha interessi familiari nella Capitale francese, facile cadere nell’equivoco. Ho anche risposto con una battuta. Questa replica deve averlo definitivamente convinto che sono una Vispa Teresa. Il mondo sapeva ed io no, schermata dalla fine dei mega di navigazione del mio Iphone. Poi, l’influenza mi ha definitivamente ottenebrata e sono piombata in un sonno stordente. Credo di essere stata l’ultima al mondo, persino dopo qualche tribù malgascia ad aver saputo del terribile attentato terroristico consumatosi a Parigi, alle 11 di stamattina, all’XI arrondissement, a pochi passi da Piazza della Bastiglia, in Rue Nicholas Appert, 10. Lì, al primo piano, c’è la sede centrale del ‘Charles Hebdo‘, giornale satirico   -in Francia c’è una vera tradizione di giornali satirici, come il ‘nostro’ ‘Il Male’.

Tre killer, armati di kalashnikov piombano nell’open space e fanno strage. Lasciano a terra, sotto un uragano di pallottole, quasi tutta la redazione, fra cui il Direttore e tre vignettisti satirici al grido ‘Allah Akbar’ (Allah è grande). Una spedizione punitiva contro il giornale e le sue vignette anti-islamiche; ma di quell’Islam che si fa portatore di uno scontro fondamentalista ai danni degli ‘Infedeli’. Nello scappare  -in strada, poi fra i tetti, o almeno così dicono le prime ricostruzioni degli investigatori-, trovano sul loro cammino due agenti di Polizia. Eliminati anche quelli; uno dei due, ferito, viene poi freddato.

Questa dinamica dei fatti l’ho appresa dopo che ho recuperato il Pc e sono andata a capire la portata di questo terribile attentato terroristico. La mia amica Sabine Oberti, intellettuale e promotrice di artisti, mi raggiunge telefonicamente e sui social.

Sono rimbambita dalla febbre, con grande dolore non posso aderire, purtroppo, alla veglia silenziosa di solidarietà che sta promuovendo a Piazza Farnese, davanti all’Ambasciata di Francia. Mi dice accorata: “Voi italiani non potete rimanere distaccati da questo fatto gravissimo. Può succedere anche da voi. In Occidente, siamo tutti sotto tiro“.

Ha ragione. Il rimbambimento comunque non mi esime dal telefonare ad esperti di politica estera e diritto internazionale, primo fra tutti il professor Giancarlo Guarino. Quest’articolo è il mio pensiero solidale accanto a Sabine, la mia preghiera per i Colleghi caduti nella tutela della libertà di espressione. Va in secondo piano anche l’articolo richiestomi dal giornale, sui grandi funerali degli artisti partenopei, correlato alla cerimonia funebre per il cantautore Pino Daniele. Lui e la sua arte erano una cosa; tutt’altro le squallide polemiche che hanno appestato le ore successive alla sua scomparsa.

E poi c’è l’inquietante circostanza della strage di giornalisti  -quelli di cui in Italia di dice: ‘Sempre meglio che lavorare’- e che soccombono sui fronti di guerra e giustiziati dall’ISIS, secondo il barbaro rituale della decapitazione, la cui esecuzione viene diffusa in Rete in tutta la sua crudeltà, come deterrente. Ma non c’è bandiera o alibi per tali barbarie.

Non l’unica barbarie, però: sembra che il genere umano, qualsiasi confessione pratichi, anche quelle più predicanti la strada del perdono e dell’amore verso gli altri, sia comunque ‘armatodalla convinzione di essere l’unico depositario dellaveritàrivelata, dunque, autorizzato ad affermarla a qualunque costo.

Il mio retro-pensiero riproietta anche altre immagini: quelle della esecuzione di Saddam Hussein, condannato in nome di un processo dall’esito scontato; della belluina uccisione di Mu’ammar Gheddafi, uomo crudelissimo ucciso da una mano autoctona, ma comunque ispirato da una ‘manina’ che veniva fuori dalla Libia, oggi Paese allo sbando, dove la crudeltà non ha torti o ragioni; i morti fra la popolazione civile dei cosiddetti ‘bombardamenti intelligenti’, come se si dovesse trovare una giustificazione ai cadaveri ammassati.

Stavolta, lacellula dormientefrancese ha colpito i giornalisti, ovvero le persone più disarmate di tutte, perché le loro battaglie di opinione le conducano servendosi di penne e computer. Evidentemente, sono percepiti come più pericolosi delle bombe, in quanto seminano dubbi, il messaggio che il pensiero può sopravanzare le pallottole. Dimostrano che è vero il proverbio (non so se c’è nell’ambiente islamico: evidentemente no): ‘Ne uccide più la penna che la spada’. Una penna che, però, piuttosto che colpire solo sui nervi scoperti dell’avversario  -in genere una minoranza agguerrita ma risicata-  può essere utilizzata per alimentare il dialogo, la coesistenza.

Le sure hanno molti tipi d’interpretazione. I più feroci e accecati da una irragionevole vendetta ne fanno un mezzo di propaganda e di distruzione; la maggioranza dei fedeli si rendono conto che la pacifica coesistenza è reciproco vantaggio.
Un pensiero che dovremmo trasferire alle popolazioni islamiche affinché con noi intraprendano la via del dialogo, della collaborazione nella reciproca, vantaggiosa coesistenza per entrambi le parti. Il sangue dei Colleghi francesi non carburi l’odio, ma un pensiero di coesistenza.

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