domenica, Luglio 25

Jazz: ci vuole orecchio e cultura

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L’avvento del jazz dei primi decenni del novecento, in particolar modo successivo alla fine del primo conflitto mondiale, si pone come la colonna sonora di un’epoca bisognosa di una rigenerazione, che passa attraverso le note scattanti di questo genere musicale.
Il suo sviluppo tocca l’apice nei ruggenti anni venti, giungendo in Europa. Il jazz confrontato con la musica europea appare distruttrice di valori ritenuti sacri o quantomeno appartenenti ad una tradizione religiosa, pertanto viene visto come eretico, etichettandolo anche come degenerato, in particolar modo supportato da una certo tipo di stampa americana.
La degenerazione partiva dallo strato sociale che divideva in maniera molto netta i ricchi da coloro che arrancavano al sostentamento quotidiano. Tutta una generazione di ricchi e degenerati, furono descritti da Ernest Hemingway, come Scott Fitzerald descriveva i giovani tristi crogiolati nell’ozio e nello sfavillante turbinio di feste e alcool a ritmo di jazz e foxtrot.
Il dilagante suono ritmato già a metà degli anni venti veniva descritto come appartenente alla cultura popolare, come la radio, i capelli corti delle donne, le vetture e le orchestre jazz che suonavano nelle hall degli alberghi o nei famosi night come il Cotton Club di New York. I night come il Cotton Club dovevano la loro fama, all’epoca del probizionismo, ad artisti jazz afroamericani com Duke Ellington, Cab Calloway, dove però l’accesso era vietato ai neri.
L’Europa non resta insensibile al fascino di questa cultura, pertanto si diffonde il music hall, la rivista, in tutte le capitali europee attirando i pensieri dei letterati e poeti come Lèon-Paul Fargue, Jean Cocteau che vedeva in essi una stimolazione artistica .
La radio fu il maggior canale di diffusione del jazz in Europa, contagiando anche i suoi intellettuali, che vedevano nella nuova arte espressiva un’avanguardia culturale tanto da far nascere alcuni surrogati come il Weimar Jazz di Vienna. In questo contesto si creano opere letterarie e teatrali come ‘Jonny Spielt Auf ‘ (Jonny suona per voi) un opera in stile jazz di Ernst Krenek, un musicista cresciuto a contatto con alcune delle maggiori personalità della sua epoca da Schreker a Scherchen a Paul Bekker, curioso delle novità e aperto alle sperimentazioni. Nella sua opera Krenek sviluppa nella composizione gli elementi jazzistici intrecciandoli con quelli di un linguaggio più tradizionale. L’innesto fra i due mondi sonori ha una valenza drammaturgica precisa e diviene anzi il mezzo di individuazione psicologica e di definizione dei caratteri stessi dell’opera, fino al definitivo scioglimento dell’intreccio.
Il Weimar jazz ispirò anche scrittori come Ivan Goll che descrive questo genere musicale come ‘fuga di Bach a ritmo di jazz’.
Fecero eco scrittori russi come William Gerhardie, o Bulgakov dove nel romanzo ‘ Il maestro e Margherita’ viene descritta un’orchestra jazz zoomorfica, come simbolo delle trasgressive serate moscovite. Non da meno i compositori come Stravinski, Dvorak, Shostakovich, Ervin Schulhoff, Bohuslav Martinu, nelle loro composizioni traspare l’entusiasmo per il jazz attraverso alcuni inserimenti.
Con l’inizio dei regimi nazifascisti degli anni trenta, il jazz venne duramente attaccato, come espressione di protesta di massa, pertanto viene censurato, ma la storia racconterà poi che fine alla termine del secondo conflitto mondiale ad essere censurata fu la vita e la dignità delle persone.
Negli anni quaranta prese piede la cultura degli hipsters, neologismo negli Stati Uniti per descrivere gli appassionati di jazz e in particolare di bebop, ragazzi bianchi della classe media che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani, definiti anche come esistenzialisti da Norman Mailer nel suo saggio ‘Il negro bianco’ del 1967 che ne descrisse la filosofia . Essa consisteva nel «divorziare dalla società, vivere senza radici e intraprendere un misterioso viaggio negli eversivi imperativi dell’io».
Jack Kerouac, definito come poeta del jazz per lo stile melodico bebop della sua prosodia, invece li descrisse come anime erranti portatrici di una speciale spiritualità, mentre Frank Tirro nel libro ‘Jazz: a History’ del 1977 descrive: «Per l’hipster, Charlie Parker era il modello di riferimento. L’hipster è un uomo sotterraneo, è durante la seconda guerra mondiale ciò che il dadaismo è stato per la prima. È amorale, anarchico, gentile e civilizzato al punto da essere decadente. Si trova sempre dieci passi avanti rispetto agli altri grazie alla sua coscienza. Conosce l’ipocrisia della burocrazia e l’odio implicito nelle religioni, quindi che valori gli restano a parte attraversare l’esistenza evitando il dolore, controllando le emozioni e mostrandosi cool? Egli cerca qualcosa che trascenda tutte queste sciocchezze e la trova nel jazz».
Con gli anni cinquanta il jazz subì l’ostracismo da parte delle istituzioni che abbracciarono la tesi di Theodor Adorno che nel suo ‘Uber Jazz’ del 1936, lo definiva come fenomeno e musica di consumo negandole ogni autonomia artistica. Venne utilizzato per i jingle pubblicitari in America mentre in Europa era visto come controcultura.
In particolar modo in Italia solo agli inizi degli anni sessanta con la visita di Louis Armstrong, si ridestò l’interesse verso il jazz, peraltro sottolineato già da artisti come Gorni Kramer, Franco Cerri, ed orchestre come la Roman New Orleans Jazz Band e la Milan Jazz Society.
La cultura pacifista degli anni sessanta relegarono il jazz ai movimenti avanguardisti di colore, che già attraverso il blues ed il bebop avevano inserito messaggi di protesta nei testi, anticipando di fatto il movimento hippie. Lo scrittore Roberto Silvestri nel suo ‘1969.Un anno bomba’ parla del sessantotto e della rivolta operaia-studentesca come il nuovo slancio, con la ritmica del free jazz, al clima politico in tutto il mondo occidentale.
Negli anni sessanta jazz e politica ebbero un legame che risultò deleterio per l’espressione artistica di questo genere musicale, supportato dalle affermazioni di Archie Shepp il sassofonista americano noto per le sue attività nel movimento free jazz e le sue posizioni ideologiche afrocentriche. La sua filosofia affermava come i neri fossero l’unica speranza dell’America di ritrovare la propria umanità.
Se negli anni di Hemingway, Scott, Bulgakov, il jazz era inserito tra le righe delle loro pagine come simbolo della cultura di quegli anni, a partire dagli anni sessanta si sviluppa una letteratura specifica su questo genere musicale, dalla quale deriva una vera e propria corrente letteraria.
In Italia Orio Vergani classe 1898 , giornalista e scrittore, è considerato tra i primi scrittori italiani a interessarsi di arti nuove come il jazz, il cinema, la coreografia.A lui si deve la fondazione del premio Bagutta, che per anzianità è il primo premio letterario italiano.
Nel 1960 Adriano Mazzoletti, giornalista e scrittore, considerato uno dei padri della diffusione della musica jazz in Italia, è tra gli autori del ‘Dizionario del jazz’, di cui cura in particolare l’appendice discografica, cui fa seguito una ampia produzione letteraria.
Dalla letteratura il jazz in Italia riesce a fatica a ritagliarsi un settore di nicchia nell’ambito della musica italiana, in quanto non considerato cultura. Non si è studiato nei conservatori fino agli anni settanta, quando Gerardo Iacoucci riuscì nell’ardua impresa di far istituire nei conservatori italiani la cattedra di Musica Jazz. La sua è stata la prima cattedra di Jazz in Italia presso il Conservatorio Licino Refice di Frosinone.

La disciplina musicale del Jazz è stata inserita in molti atenei, a Napoli il titolare della cattedra del Conservatorio di San Pietro a Maiella è Pietro Condorelli, con il quale ci siamo trattenuti sul valore culturale del jazz.

Condorelli, tra i vari scrittori quale autore ha rappresentato meglio la cultura Jazz?
Kerouac sicuramente è sintomatico, particolare, ma non posso dire che ci sia soltanto lui, ce ne sono altri, come Everett LeRoi Jones che ha detto qualche cosa in merito. (il nome d’arte è Amiri Baraka , autore di ‘Il popolo del blues. Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz’, n.d.r.)

L’ultimo è stato Marsalis con il libro ‘Come il jazz può cambiarti la vita’. Quindi c’è una produzione di libri costante sul jazz. C’è perfino un poeta del jazz: Jack Kerouac, concorda con questa affermazione?
Si certo. Kerouac mi ha colpito, ha influenzato altri scrittori. Precedentemente c’era stato James Joyce che aveva dato un certo tipo di pensiero dell’inconscio con l’uso del monologo interiore diretto. Chi legge ‘Versetti satanici’ di Salman Rushdie nella prima parte c’è qualcosa che ricorda Jack Kerouac per la velocità e nel ritmo.

Jazz sdoganato dal Ministro Franceschini nel 2014 definendolo cultura. Secondo lei non lo era già prima? Ci volevano le istituzioni per dare al jazz il giusto riconoscimento in Italia?
C’è una cosa importante da dire, che secondo me ha un senso, anche quello che ha fatto Franceschini. Qualche anno prima, riguardo l’erogazione del fondo unico per lo spettacolo, un Ministro diceva che il jazz non andava bene anche perché era una musica straniera, (Lorenzo Ornaghi Ministro della cultura, uno dei tecnici del Governo Monti, che ha detto del jazz che non era espressione diretta della cultura italiana. n.d.r.) questo dà il senso di come siamo messi. Per cui alla fine l’azione di Franceschini per certi versi riconduce il jazz alla logica precedente. Quando tanti anni fa avevamo l’Associazione Musicisti Jazz (AMJ) oggi attiva in altra forma, ci eravamo posti alcuni obiettivi, in particolare tre : il primo era quello di far entrare il jazz nei conservatori, il secondo era quello di far considerare il jazz come forma d’arte pertanto degna di essere riconosciuta dal punto di vista dei sovvenzionamenti, il terzo quello di far riconoscere alla SIAE (Società Italiana Autori Editori) il diritto d’improvvisazione. Naturalmente i primi due siamo riusciti ad ottenerli. Il florilegio di festival di jazz in tutta la penisola hanno fatto sì che esso abbia avuto un boom, anche nei conservatori ha iniziato a funzionare ad un certo livello. Ecco perché il taglio del Governo Monti, secondo me non ci credevano neanche loro a quello che avevano esternato, ma era un sistema per non far erogare soldi risparmiando in questo modo per uno o due anni.

Il jazz in Italia ha avuto una partenza difficile, con tanto di censura. Come mai il jazz ha faticato tanto ad affermarsi nella nostra penisola? Forse per il retaggio della tradizione musicale italiana, peraltro creatrice del melodramma?
In parte perché l’accademismo ha bloccato lo sviluppo della cultura, altrimenti il jazz nei conservatori sarebbe entrato agli inizi degli anni cinquanta. Inoltre è un tipo di musica che se non hai un po’ di cultura introduttiva difficilmente rapisce da un punto di vista emozionale. Quindi da questa considerazione è normale che il jazz , nella patria del bel canto, del melodramma abbia faticato tanto. C’è un’altra cosa importante da considerare: negli anni scorsi ed anche negli anni della rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70, c’erano grossi finanziamenti per la cultura mentre il jazz non veniva considerato, ma venivano considerate delle esperienze come la musica contemporanea. Negli anni della rivolta studentesca, il jazz veniva considerato quasi estremamente appalto di un certo tipo di cultura di sinistra, dove il jazz doveva essere pressoché free, perché così era più simile a qualcosa vicina alla cultura contemporanea, con un atteggiamento più dissonante, provocatorio. Tutt’altro di quello che piace alla gente che vuol ascoltare la musica o apprezza musicisti che mettono in moto feeling ed emozionalità. Quindi c’è stato un po’ di confusione da questo punto di vista.

Lei che detiene la Cattedra di Jazz al conservatorio di San Pietro a Maiella, mi dice come si è giunti alla decisione di inserire questa cattedra, se prima non si poteva nominare la parola jazz al conservatorio?
C’è stata una prima esperienza tanti anni fa con Giorgio Gaslini a Roma, da lì ci sono state due cattedre sperimentali. Una la teneva a Frosinone Gerardo Iacoucci e l’altra a l’Aquila Paolo Damiani . Successivamente attraverso l’impegno dell’associazione AMJ che per anni si è battuta per poter ottenere il riconoscimento del jazz sia in ambito accademico che in forma artistica, si è giunti ai risultati attuali. A Napoli è stata istituita all’incirca nel 1999 , il periodo in cui c’era il grande maestro Roberto De Simone alla direzione del Conservatorio.

Qual è stata l’evoluzione della didattica per quanto riguarda l’insegnamento del jazz?
Questo non è stato un problema perché tutti noi che abbiamo studiato negli anni ’80 avevamo già dei punti di riferimento molto importanti che consistevano nell’enorme corpus bibliotecario di testi che provenivano dagli Stati Uniti, dove il jazz invece è insegnato da tanto tempo, in scuole accademiche molto importanti come la Juilliard, o in esperienze più specifiche sul jazz come la Berklee School di Boston.

Che tipo di prospettiva avrà il jazz nella cultura postmoderna?
Io credo che il jazz abbia un’enorme capacità di sopravvivere alle cose perché per quanto possa venir relegato dal condizionamento sociale che gli esseri umani subiscono, c’è bisogno di uno sforzo, di cultura, per poterle apprendere. Io ritengo che il jazz non morirà tanto facilmente perché per certi versi è veramente la continuazione di un’idea evolutiva della musica , quindi così come andranno sempre avanti delle facili canzoni che permettono all’orecchio di sollazzarsi, anche per l’orecchio non educato, così andrà avanti anche il jazz che coniuga comunque l’idea della melodia con delle pulsazioni ritmiche che sono alla base del sentire emotivo degli esseri umani.

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