sabato, Maggio 8

Jacques Brel, il sornione e provocatorio chansonnier belga

0

L’8 aprile 1929 a Schaerbeek, in Belgio, nasce lo chansonnier Jacques Brel, uno dei pochi artisti belgi capaci di conquistare i francesi, solitamente poco disposti nei confronti dei vicini più prossimi. «Io non ho messaggi da dare. Quel lavoro lo lascio fare ai postini». Accompagnata da un sorriso sarcastico la sua frase arriva come una frustata a chi tenta di stanarlo sulle questioni politiche.
Nascosto dietro quell’aria un po’ indolente, con la sigaretta sempre accesa e le dita gialle di nicotina, lo chansonnier belga trattato dai parigini come se fosse uno di casa che non sopporta chi tenta di ficcare il naso nelle sue cose siano esse opinioni, idee o anche soltanto canzoni. Franco e diretto nel modo di rapportarsi con gli interlocutori assomiglia più di quello che vorrebbe al suo grande amico Georges Brassens, soprattutto nella sua istintiva imprevedibilità e nella sua ostinata attenzione a non farsi strumentalizzare.
Quando il mondo si accorge di lui non è più un ragazzino. La strada per la notorietà è stata lunga e non del tutto scontata. Figlio di un piccolo industriale che produce cartoni appena possibile cerca di percorrere una strada diversa da quella che il padre ha immaginato per lui. Compone canzoni e le canta nelle bettole di Bruxelles. Sono brani che mescolano l’amore con l’impegno sociale e la poesia con il desiderio di ribellione.

Tra il 1948 e il 1953 il buon Jacques si costruisce un piccola ma solida fama nella sua città natale. Il suo primo disco arriva relativamente tardi, nel febbraio del 1953, dopo ottantadue provini falliti. È un 78 giri e nelle due facciate ci sono le canzoni ‘La foire’ e ‘Il y a’. Pubblicato dalla Philips, vende la non straordinaria cifra di duecento copie, una delle quali, però, arriva per caso nelle mani di Jacques Canetti forse il più abile scopritore di talenti della scena parigina che si entusiasma, lo contatta e lo convince a seguirlo nella capitale francese.
Brel non infiamma ma piace e riesce a restare a Parigi alzando le spalle quando le critiche si fanno feroci, sopportando con pazienza le offensive storielle sui belgi, mangiando pane e formaggio e cantando canzoni per spettatori non sempre attenti dalle otto di sera alle prime luci dell’alba.
Lo stralunato chansonnier trova, così, nuovi ammiratori. Una in particolare si rivela decisiva per la sua carriera. È Juliette Gréco, una sorta di dea della corrente esistenzialista dalle parti di Saint-Germain-des-Prés, che inserisce nel suo repertorio un brano di Brel intitolato ‘Le diable’.
Si tratta di un incontro fondamentale per lo chansonnier belga che, oltre a moltiplicare le entrate in diritti d’autore, conosce e collabora con il pianista Gérard Jouannest e l’arrangiatore François Rauber.
Arriva il successo. Grande.
Parigi lo adotta e ne fa un protagonista della scena musicale, ma lui resta un ribelle nella vita come nelle canzoni.

Più volte annuncia l’intenzione di non cantare più in pubblico e altrettante volte si smentisce. Anche il cinema inizia a utilizzare la sua faccia e la recitazione fredda e tagliente come un coltello.
Nel 1968 i medici gli dicono che un tumore ha iniziato a mangiargli un polmone. Compra una barca a vela e, dopo un intervento chirurgico, se ne va in giro per il mondo. Si ferma a Hiva-Oa, nell’arcipelago delle Isole Marchesi che, di fatto, diventa la sua nuova patria.
Nel 1977, quando sente che la fine s’avvicina, registra il suo ultimo disco (due milioni di copie di prenotazioni) e destina il 90% dei proventi alla ricerca sul cancro.
Pochi mesi dopo, il 9 ottobre 1978, muore all’ospedale di Bobigny, un sobborgo di Parigi. Ha quarantanove anni e viene seppellito sulla adorata isola Hiva-Oa.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->