lunedì, ottobre 22

Italicum: questione di preposizioni Forse una mezza novità politica c'è

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Sull’Italicum, nel Pd, è finita come era largamente prevedibile. Con la vittoria schiacciante del Segretario-Premier, Matteo Renzi, sempre più dittatore incontrastato ma non più col vento in poppa come nei mesi scorsi, e con l’ennesima sconfitta della minoranza, sempre più ininfluente. Ma questa volta una mezza novità politica forse c’è. Posto che ormai è chiara a tutti l’evoluzione centrista, liberista e presidenzialista del Pd di Renzi (modello Blair), la prova di forza sulla legge elettorale (modello sindaco d’Italia, ma più spinto) che ha portato Speranza alle dimissioni potrebbe avvicinare la prospettiva di una sinistra che si riorganizza non più attorno ai vecchi leader e alle loro battaglie di retroguardia ma attraverso l’affermazione di una nuova leadership.

Si profila una nuova leadership a sinistra
Col suo strappo, il giovane ex capogruppo – che ha lo sguardo un po’ cupo ma è uno che studia e sa fare politica – si candida di fatto a diventare il leader di una nuova area riformista di sinistra, e potrebbe fare squadra con altri giovani come Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, contare sull’appoggio di Gianni Cuperlo e Pierluigi Bersani e puntare a costruire con Sel un punto di vista unitario della sinistra-sinistra. Ma senza scissioni o costituzione di un nuovo soggetto politico, almeno finché non tornerà (se tornerà) la capacità di elaborare qualche ‘pensiero lungo’ realmente alternativo al modello socio-economico dominato dalla grande finanza, all’Europa della Troika e alla deriva del Partito della Nazione dove destra e sinistra si confondono e non si distinguono più. Un orizzonte, quello dei pensieri lunghi alternativi allo status quo, comunque ineludibile, giacché – come scrive Eugenio Scalfari su ‘La Repubblica‘ – «la sinistra sta perdendo l’appoggio popolare e la sinistra senza il suo popolo non esiste più».

La cattiva riforma delle Province e le tasse che paghiamo in cambio di niente
Intanto le cattive riforme di Renzi vanno avanti. Quella che doveva abolire le Province e redistribuire le competenze amministrative della Pubblica Amministrazione per renderla più moderna ed efficiente, si è rivelata un inganno clamoroso. Le Province non sono morte e le Città Metropolitane non sono nate. Invece di tagliare i costi della politica si sono tagliati i servizi che le vecchie e le nuove istituzioni dovrebbero assicurare ai cittadini (scuole, strade, difesa del suolo). Però noi continuiamo a pagare come e più di prima le tasse provinciali (RcAuto e Ipt al massimo consentito).

L’Italicum che fa rimpiangere la Legge Truffa
L’Italicum ha finito per rivalutare perfino la ‘Legge Truffa’ del 1953, contro la quale le forze di sinistra fecero – all’epoca – una battaglia memorabile. Quella legge, che poi non passò, venne considerata antidemocratica perché dava un premio di maggioranza al partito o alla coalizione che raggiungeva il 50% più uno dei voti. La legge, difesa a spada tratta dal leader di quello che dovrebbe essere il partito della sinistra, assegna invece la maggioranza assoluta dei seggi alla lista che raggiunge il 40% dei voti. Per di più è anche una legge di ‘nominati’ dove i parlamentari sono scelti non dagli elettori ma direttamente dai capi dei partiti. E con un ballottaggio tra le prime due liste e non tra le prime due coalizioni, senza apparentamenti al secondo turno, che con i sondaggi di oggi porterebbe alla sfida tra Renzi e Beppe Grillo (con quest’ultimo che, alleandosi con Matteo Salvini, potrebbe anche vincere). Se non cambierà nulla, con l’Italicum la rappresentanza politica verrà fortemente limitata dagli sbarramenti per i partiti più piccoli, la Camera diventerà una dependance del Governo, la democrazia parlamentare verrà sostanzialmente abolita e si andrà verso una Repubblica presidenziale di fatto, senza però i necessari contrappesi. Una ‘democratura’, l’ha definita il buon vecchio e saggio Scalfari: mezza democrazia e mezza dittatura. Dove il mezzo dittatore e il mezzo democratico a cui affidare il Paese potrebbe essere il duo Grillo-Salvini. Ve la immaginate l’Italia nelle loro mani e con i loro pieni poteri?

Il pasticcio del Senato nominato dai consigli regionali
Sì, perché, nel frattempo, il Senato scompare. La più autorevole assemblea dello Stato, l’istituzione simbolo della saggezza degli anziani dall’impero romano fino ai giorni nostri, con la riforma Boschi già approvata in prima lettura dalle due Camere diventa una succursale dei governatori delle Regioni e dei sindaci delle grandi città. Una Istituzione anch’essa di secondo grado, come le Province riformate, con i senatori nominati dalle assemblee regionali (che in 17 su 20 sono sotto inchiesta per le ‘spese facili’ dei consiglieri) sempre su indicazione vincolante dei capi partito, e con ruolo e funzioni assai confuse. Se si voleva abolire il ‘bicameralismo perfetto’, com’è sacrosanto fare, e istituire il ‘Senato delle Autonomie’, un modo peggiore della legge firmata dalla ‘perfettina’ ministra delle riforme non si poteva trovare.

E la ‘furbata’ del Premier per tornare al Senato elettivo
Se ne deve essere convinto anche Renzi, che ora per portare a casa l’Italicum così com’è sembra disponibile a correggere l’impianto della riforma ripristinando il Senato elettivo. Però la legge Boschi, come abbiamo scritto prima, è già stata votata conformemente da Camera e Senato e nell’ultima necessaria lettura parlamentare il testo non può più essere modificato. Ma siccome siamo il Paese di Machiavelli (oggi, a dire il vero, più il ‘Paese delle Meraviglie’ di Crozza che quello di Machiavelli), il Premier avrebbe trovato la procedura ‘tecnica’ per aprire alle modifiche senza dover ricominciare da capo. E l’appiglio è una preposizione. Nel testo approvato al Senato c’è scritto che la durata del mandato dei senatori coincide con quella delle istituzioni territoriali «nei» quali sono stati eletti. Alla Camera la preposizione «nei» è stata modificata in «dai». Così il testo deve comunque tornare al Senato per essere aggiustato. E già che c’è, si potrebbe modificare anche l’articolo 2 che definisce la natura non elettiva del nuovo Senato. Dando il ‘contentino’ che serve alla minoranza interna al Pd per non mettersi troppo di traverso nel voto finale della Camera sull’Italicum.

In altre parole, il futuro della nostra Costituzione, e forse della stessa democrazia parlamentare in questo nostro Paese, è legato a una preposizione. Se il Senato tornerà a essere eletto dai cittadini e non dai consiglieri regionali (inquisiti), se pur non avendo più potere legislativo e non votando più la fiducia al Governo potrà mantenere un importante ruolo di contrappeso politico e istituzionale allo strapotere del Premier e dei partiti, lo dovremo, forse, a quel «nei» che è diventato «dai».

 

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