lunedì, Settembre 20

Italiani tartassati? field_506ffb1d3dbe2

0

Tea party Italia

Il nome “Tea Party” è tradizionalmente associato alla rivolta dei coloni americani che si opposero con fermezza alle politiche di tassazione commerciale del governo britannico. Come la storia ci insegna, il 16 dicembre del 1773 nel porto di Boston un gruppo di coloni ribelli del Massachusetts assalì le navi britanniche cariche di té gettando le casse in mare. Si trattò di un forte segno di protesta contro il British Parliament’s Tea Act del 1773, una legge voluta da Londra per salvare gli affari della compagnia delle Indie Orientali garantendole il monopolio del commercio del té grazie all’innalzamento dei dazi agli americani.

Ma “Tea” non sta solo ad indicare il the, ma è anche l’acronimo di “Taxed Enough Already” (già abbastanza tassati”) che connota il movimento politico americano Tea Party sviluppatosi a partire dal 2009 per raccogliere le proteste della popolazione americano contro le politiche economico fiscali dei governi in carica.

In Italia “Tea Party” è generalmente associato alla figura di Giacomo Zucco, il giovane portavoce del movimento che, in una trasmissione condotta da Lucia Annunziata, mise in seria difficoltà l’allora Presidente del Consiglio Mario Monti: «Chiederei al professor Tremonti diviso Tre, nel senso che ha governato per un anno solo ma con le stesse politiche di tre anni e mezzo di Giulio Tremonti, ovvero più stato più tasse più spesa come mai se l’intera Europa e il fondo monetario internazionale hanno più volte sostenuto che la politica giusta per uscire dalla crisi è tagliare le spese e tagliare le tasse come mai lei quest’anno ha fatto l’esatto contrario? Non solo le tasse son aumentate, è stato introdotto l’Imu sulla prima casa che lei ha aggiunto ed è andato interamente al MPS e altri tipi di tasse che non sono andate a ridurre il debito. Il debito pubblico è aumentato ed è aumentata la spesa corrente. Lei non sapeva che la risposta era tagliare spesa e tasse?». In quella stessa puntata Zucco attaccava in maniera sferzante destra e sinistra, considerate uguali quanto a politiche di tassazione e definiva la sinistra unica parte politica credibile “nel senso che dice che ammazzerà il paese di tasse, io credo lo farà”.

Tea Party Italia ovviamente non fa capo solo a Giacomo Zucco, ma un insieme di attivisti che sta prendendo sempre più piede ed è attivo sul territorio nazionale con una ricca varietà di iniziative. Molti i sostenitori, tra cui anche parlamentari che hanno accettato di sottoscrivere il Pledge Tea Party, ma molte anche le voci critiche – oltre a Mario Monti, che ha espresso dubbi sull’opportunità di importare in Italia un modello americano – da ultimo si segnalano le critiche del magistrato Bruno Tinti, che commentando la loro proposta di sciopero fiscale, li ha definiti “da incriminare”. Veniamo ora più nel dettaglio della storia e degli scopi del movimento.

Il movimento Tea Party Italia mira a fare aderire alla sua battaglia tutte le anime della galassia liberale, libertaria e conservatrice italiana. Si legge sul loro sito: «Siamo un movimento apartitico ma aperto anche a tutti quei rappresentanti delle istituzioni, locali e nazionali, che vogliano dimostrare pubblicamente, con la loro adesione, un impegno concreto nel promuovere le nostre idee e nel lottare a favore delle istanze di cui la protesta si fa carico. Il Movimento Tea Party Italia raccoglie insomma tutti coloro, di ogni età, estrazione sociale, e orientamento politico e ideale che sono “friends of freedom”».

La declinazione prevalente di queste idee è in campo economico: «Il movimento Tea Party Italia ha adottato come suo slogan ufficiale: “Meno tasse, più libertà!”. Una formula semplice che tuttavia racchiude tutte le rivendicazioni che intendiamo portare avanti. Ci poniamo innanzitutto contro l’esosa tassazione italiana: quel fisco che diventa un vero e proprio socio invisibile che pretende – e ottiene, sotto la minaccia del ricorso alla forza – oltre il 50% del frutto del nostro lavoro, del nostro impegno e del nostro tempo, rubandoci così la speranza di un futuro in cui vogliamo essere i soli protagonisti delle nostre vite».

Tea Party non è solo protesta ma anche proposta e progettualità. In materia fiscale: «Chiediamo una riforma fiscale che miri ad un taglio netto delle tasse e che permetta dunque a tutti (lavoratori autonomi e dipendenti) di avere più soldi in tasca a disposizione per scegliere servizi offerti in regime di libero mercato e non imposti dall’alto. In materia di servizi e concorrenza nel mercato: «Vogliamo che lo stato ci tratti invece da adulti: vogliamo la libertà di scegliere scuola, e sanità, pensioni e la facoltà di vivere in paese in cui vige la regola del libero mercato e non del clientelismo e dell’apparato». In materia di assetto istituzionale e rapporti Stato/Cittadino: «Vogliamo, in sintesi, più libertà: che spesso si può tradurre in “meno stato” nelle nostre vite. Non un governo migliore, ma un governo che governi meno».

Il movimento comunica i propri messaggi attraverso delle specifiche iniziative, le “tappe del Tea Party”, ossia eventi/manifestazioni che i vari attivisti sparsi sul territorio organizzano spontaneamente durante l’anno. Le tappe possono avere diverse forme, dalla manifestazione anti-tasse davanti all’agenzia dell’entrate, al flashbeer per manifestare contro le tasse sulla birra o anche incontri/dibattiti su temi che spaziano dalle origini del liberalismo o del pensiero libertario, a problematiche in materie di fiscalità e tassazione o ancora federalismo fiscale. Da ultimo si segnala anche la rievocazione del Boston Tea Party, tenutasi a Como il 13 luglio 2013 durante la quale sono state simbolicamente gettate in acqua delle scatole, che rappresentavano le numerose tasse italiane. Il Tea Party, attraverso il suo portavoce e i principali esponenti, gode di una certa visibilità sulle tv nazionali (es. “Virus” su Rai2) ma anche locali, oltre che di una vetrina privilegiata sulla “home” del Fatto Quotidiano on line, dove il portavoce Zucco si è da poco guadagnato un proprio spazio (e ciò a seguito di un confronto televisivo col direttore del Fatto). Anche sui social il Tea Party gode di una nutrita rappresentanza. Il Tea Party, come si è detto, non è un movimento politico ma un’organizzazione/associazione che è in grado di condizionare la politica.

Per comprenderne meglio la storia e le idee abbiamo intervistato due dei principali esponenti, David Mazzerelli (uno dei fondatori) e Giacomo Zucco (il portavoce). A David Mazzerelli abbiamo chiesto di ripercorrere le origini e lo spirito di Tea Party Italia.

 

Vogliamo ricordare ai lettori quando e come sono nati? Ci dà qualche numero sul movimento? Qual è il legame col Tea Party Americano?

Il Tea Party in Italia è nato quasi quattro anni fa, è nato, non è stato importato. All’inizio non conoscevamo nessuno degli animatori dei movimenti americani e abbiamo modellato la nostra azione per contestualizzarla allo sfortunato paese in cui viviamo. Abbiamo utilizzato una sigla nota per aggregare attorno alle idee della “Rivoluzione impossibile” dello Stato minimo. Sono migliaia i simpatizzanti e gli attivisti del Tea Party Italia, specialmente nel centro-nord (Lombardia, Emilia, Veneto, Trentino, Liguria, Toscana..). In questi anni abbiamo costruito solidi rapporti di amicizia e collaborazione sia con i Coordinatori dei Tea Party Usa sia con i numerosi Think Tank che oltreoceano condizionano l’Agenda politica. A giugno, ad esempio, saremo ospiti dell’Acton Institute a Grand Rapids, in Michigan

Tea Party sta per Taxed enough already. In generale, perché è giusto in generale portare avanti una battaglia anti-tasse? Perché c’è bisogno di una sentinella anti-tasse anche (o soprattutto) in Italia?

Una battaglia anti-tasse ha senso là dove vi sono tasse esose: sembra un’ovvietà ma deve essere un concetto piuttosto ostico per i nostri governanti che si sono alternati mantenendo come filo conduttore l’aumento delle imposte. Perfino Renzi aveva promesso tagli fiscali e invece tasserà le rendite finanziarie dal 20 al 26%. Quando la domanda è: come si esce da questa crisi? La risposta deve essere sempre: con più Libertà. C’è bisogno di più Tea Party in questo paese. Stiamo seminando per le generazioni che verranno.

In questi mesi la protesta contro un fisco ingiusto si è levata da più fronti. Vi sentite in qualche modo vicini al cosiddetto movimento dei Forconi?

I forconi non esistono già più. Il Comitato 9 dicembre (si chiamava così?) ormai è solo una sigla e lotta contro i Mulini a Vento insieme ad altre sigle emarginanti e emarginate come gli indipendentisti veneti o chi invita a non pagare le tasse, mettendo in difficoltà – per primi – chi ingenuamente segue questi slogan. Le battaglie devono essere concrete. Non si deve illudere la gente solo per aumentare la propria personale visibilità. Anche perché dei titoloni dei giornali ci si scorda in fretta ma i problemi rimangono.

 

Giacomo Zucco, invece, abbiamo chiesto di delineare meglio i rapporti tra Tea Party e politica.

Il Tea Party ha ideato un pledge anti-tasse da far sottoscrivere a chi si carica a cariche pubbliche. Vuole spiegarci meglio come funziona?

Il meccanismo del “pledge” nacque in quegli stessi Stati Uniti che hanno visto il sorgere dei movimenti anti-tasse Tea Party nel 2009, ma molti decenni prima. Fu ideato da un ragazzino di nome Grover Norquist, il quale si presentò al candidato repubblicano al Congresso per la sua circoscrizione chiedendogli di firmare pubblicamente un impegno ufficiale a votare contro qualunque aumento di tasse. Non era un impegno generico riferito ad un certo risultato politico (“abbassare le tasse”), il cui eventuale fallimento è sempre facilmente imputabile a cause esterne (“non abbiamo potuto abbassare le tasse perché…”): era un impegno preciso, definito e misurabile relativamente al COMPORTAMENTO del singolo eletto. Qualunque cosa votassero gli altri, qualunque problema esterno insorgesse, lui avrebbe dovuto votare “no”, e controllarlo sarebbe stato molto facile. L’impegno fu firmato da quel candidato e poi da molti altri, agli eletti che lo rispettarono venne reso merito della correttezza, gli eletti che lo violarono furono svergognati in modo implacabile. Alle elezioni del 2012, il 95% di tutti i membri repubblicani del congresso, e qualche eletto di altri partiti, era firmatario del “pledge” di Norquist. In Italia abbiamo cercato di iniziare, nel nostro piccolo, lo stesso meccanismo virtuoso: la visibilità delle firme dei “pledge” è stata buona, le nostre denunce nei confronti dei primi tre parlamentari ad averlo tradito (su 10 firmatari eletti), Calabria, Costa e Galgano, non è stata all’altezza delle nostre aspettative, ma continueremo a ribadire queste denunce per tutta la durata della carriera politica dei tre bugiardi in questione. Rispetto al “pledge” originale, abbiamo introdotto alcune piccole aggiunte, per le quali Norquist stesso, in visita ad un nostro evento, si è pubblicamente complimentato con noi: ad esempio un impegno a votare contro a qualunque aumento di spesa corrente (perché nuova spesa significa automaticamente nuove tasse, oppure nuovo debito, che non è altro che una tassa sul futuro).

Il Tea Party ha lanciato recentemente un appello e delle iniziative per le primarie del centrodestra. Da cosa nasce questa proposta?

La campagna delle primarie è una campagna “di metodo”, una delle pochissime eccezioni rispetto alle battaglie sempre incentrate sul MERITO della questione fiscale che caratterizzano il nostro movimento. La ragione è semplice: i movimenti Tea Party americani sono stati in grado di sconvolgere completamente il panorama politico di quel paese (non solo nelle fila del Partito Repubblicano), e si preparano a farlo ancora più compiutamente con le prossime presidenziali…ma hanno avuto lo strumento ideale per farlo: le elezioni primarie. Grazie alle primarie, gli attivisti Tea Party hanno “buttato a mare” i candidati statalisti che occupavano i posti di potere dei partiti, così come i coloni di Boston avevano buttato a mare le casse di tè inglese per protestare contro le troppe tasse. In Italia questa stessa possibilità ci è preclusa: il sistema politico è totalmente chiuso, autoreferenziale, impermeabile. Per questa ragione, ci sembra importante, mentre ribadiamo il merito delle nostre battaglie per arrivare ad avere meno tasse, meno stato, più mercato e più libertà, anche esporci in prima linea per un metodo che permetta a queste istanze di emergere e di incidere sulle dinamiche politiche. E ciò perché anche se la politica italiana è costituzionalmente incapace di risolvere i problemi (visto che è essa stessa a crearli), rappresenta comunque un megafono imprescindibile per quella rivoluzione ideale e culturale che riteniamo essere la precondizione di ogni vero cambiamento.

Queste appena illustrate da Zucco sono due tra le più significative iniziative concrete con cui il Tea Party Italia condizione dunque la politica. I rapporti tra Tea Party e politica italiana sono così sintetizzati dal movimento: «E’ chiaro che i politici rimangono degli interlocutori, forse quelli più importanti anche se non i soli, a cui far accogliere le nostre istanze e richieste. Rifiutamo l’antipolitica, ma anche la classe politica attuale. La nostra critica è concentrata al sistema statalista attuale più che agli attori di esso, che ne sono una conseguenza. Ognuno poi è libero di avere le proprie appartenenze e simpatie, ma sono i politici che si devono muoversi verso i Tea Party e non viceversa. Valuteremo i fatti concreti e non le promesse».

Proprio mentre questo articolo è in chiusura e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sta illustrando le politiche adottate dall’ultimo consiglio dei ministri, ecco il ficcante commento apparso sulla pagina facebook ufficiale Tea Party Italia: «Renzi ha appena annunciato l’aumento delle tasse sulle rendite finanziarie dal 20 al 26% #laSvoltabuona è solo ancora più tasse».

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->