Italiani all’ estero al voto, ma serve riforma E' possibile una riforma della Legge Tremaglia? Ne parliamo con Guido Tintori

E’ dunque più difficile intercettare la cosiddetta ‘nuova migrazione’?

C’è sicuramente più difficoltà ad incanalarli in una rappresentanza classica. Ma non è poi così vero che questi mondi siano tanto lontani perché alla fine, queste piattaforme, anche online, dove gli italiani che vogliono essere attivi, si mobilitano, trovano punti di convergenza con quelli della rappresentanza politica classica. Questo avviene soprattutto perché si creano delle occasioni di incontri di persona in cui questi mondi vengono a contatto: allora lì c’è anche la volontà di entrare in contatto con un partito o con un’ area di riferimento. C’è, secondo me, anche un investimento consapevole di quello che si fa quando si mette in piedi una piattaforma anche social. Bisogna inoltre tenere conto che, per essere eletti nella Circoscrizione estera, se si guarda ai dati delle elezioni del 2013, nel collegio europeo, il Partito Democratico, risultato primo, ha ottenuto 155mila voti, non sono poi tanti voti.

Anche l’ astensione è molto alta?

Sì, è anche vero che la partecipazione è sempre una questione relativa: diciamo che nel collegio europeo, la partecipazione ha raggiunto circa il 30% nelle ultime tornate, ma è abbastanza normale vedere come ci sia una grande richiesta di rappresentanza quando la questione è dibattuta per poi rendersi conto, ad elezioni fatte, di una sorta di ‘effetto delusione’ rispetto ai risultati. Diciamo che una partecipazione tra il 20 e il 40% è un po’ la norma in tutte i collegi esteri.

Molti giovani, ogni anno, si trasferiscono all’ estero e contribuiscono a formare la ‘nuova migrazione’. Si accostano all’ istituto del voto estero o l’ astensione giovanile al di fuori dei confini è pari a quella interna?

Non saprei dare una risposta solida a questa domanda, sulla base di dati. Se, però, ci basiamo su studi campione, come quelli effettuati nel Regno Unito, dove c’è stata una concomitanza di diversi fattori, c’è attenzione: non è un caso che, nella circoscrizione europea, soprattutto per il contributo di chi vota in Paesi come il Regno Unito, ci sia stato un po’ il rovesciamento delle vecchie dinamiche in cui l’ associazionismo faceva man bassa dei posti. Dalla ‘nuova migrazione’ sono emersi nuovi candidati che sono stati anche eletti. Anche l’ età media dei nuovi eletti è molto più bassa rispetto ai rappresentanti dell’ associazionismo e diciamo che questo è molto interessante visto che non possono non confrontarsi con le istanze e le problematiche dei loro coetanei.

L’ estensione della possibilità di voto dall’estero anche agli italiani che si trovano temporaneamente fuori dall’Italia per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento delle elezioni o del referendum (ovvero chi vi soggiorna per meno di 12 mesi e non è iscritto all’AIRE) potrebbe avvicinare un numero più alto di elettori?

Sicuramente questo è un elemento positivo e, se ricordiamo, questa misura è stata adottata in maniera un po’ frettolosa prima delle elezioni del 2013 per colmare una falla dell’ attuale legge elettorale per il voto all’ estero. Diciamo che era emersa questa esigenza anche perché c’ era stata una grandissima pressione sul governo che era nata con una campagna dal basso da parte degli studenti ERASMUS. Questo aveva portato a prendere un provvedimento che, nella sua prima versione, riguardava alcune categorie che non includevano gli studenti ERASMUS e che, però, cercava di alleggerire le storture della legge elettorale. Di certo, consente a molte più persone di partecipare e questo è un bene.

Considerando i vantaggi e gli svantaggi, ritiene necessaria una riforma della Legge Tramaglia del 2001?

Penso sia necessaria una riforma. Innanzitutto, bisognerebbe associare dei requisiti di cittadinanza attiva per poter accedere al diritto di voto, o meglio, sarebbe opportuno accertarsi che ci sia l’ interesse a mantenere la cittadinanza attiva italiana. Quindi, per esempio, superamento di test linguistici o di conoscenza della storia della Repubblica. Oppure, richiedere a chi si trova all’ estero, dopo un certo numero di anni, di rimettere la residenza nel Paese in cui si vuole votare e questo per un motivo molto semplice: altrimenti, si da il diritto di decidere a persone che poi non pagano le conseguenze delle proprie decisioni, il che è un aspetto abbastanza basilare del fondamento delle democrazie. In secondo luogo, occorrerebbe ridurre quest’ asimmetria nel trattamento delle due popolazioni mobili: quella dei migranti fuori i confini con cittadinanza italiana e quella dentro i confini con cittadinanza non ancora italiana che, però, contribuisce alla vita del Paese dal punto di vista economico, sociale e culturale.  Tale squilibrio sembra connotare la nostra Repubblica in modo, non dico razzista, ma quasi etnico: e questo tema forse aiuterebbe a liberare le persone da certe pregiudizi riguardo ad una partecipazione alla cittadinanza con il mantenimento delle diversità.

Come potrebbe essere definito il lavoro compiuto dai rappresentanti eletti nella Circoscrizione estera? Ha fatto anche la differenza in alcune delicate fasi della nostra vita politica?

Si ricorderà il Senatore Pallaro che tenne in vita il governo Prodi tra il 2006 e il 2008 in maniera quasi artificiale. E questo fu ampiamente sfruttato per ottenere quello che più premeva alla persone di quella circoscrizione: una serie di fondi per tenere in piedi dei programmi assistenziali di diversi milioni di euro in numerosi Paesi latino americani, dove persone con cittadinanza italiana ricevono accesso a cure sanitarie a livelli di cliniche private. E’ anche vero, però, che, rispetto alla migrazione storica  che si è radicata nell’ associazionismo, la ‘nuova migrazione’ è sottorappresentata, ma forse sconta ancora il fatto che la legge elettorale privilegia il voto dei discendenti degli emigrati piuttosto che quelli della migrazione più recente che ancora non sono registrati, magari, all’ AIRE.