lunedì, Agosto 15

Italiani all’ estero al voto, ma serve riforma E' possibile una riforma della Legge Tremaglia? Ne parliamo con Guido Tintori

0

Tra le varie critiche mosse a questo istituto, il delicato quanto controverso rapporto tra il diritto di voto e l’ aspetto della cittadinanza per le persone residenti in Italia.

Ci sono sicuramente dei cortocircuiti sulla legge della cittadinanza. La cittadinanza italiana garantisce un accesso molto facile al passaporto italiano ai discendenti di emigrati che non hanno mai messo piede in Italia e che non hanno nessun tipo di legame perché per riattivare questa cittadinanza non gli viene richiesto nessun periodo di residenza in Italia o tantomeno la conoscenza della lingua, della storia italiana. Per inciso, questi sono tutti requisiti che vengono richiesti agli immigrati residenti in Italia, nel loro percorso non solo verso la cittadinanza, ma anche verso la richiesta di un permesso di soggiorno permanente. Quindi c’è un’ asimmetria forte, in questo senso, nel trattamento tra i due gruppi. I discendenti degli immigrati italiani sono, nella maggior parte dei casi, di terza o quarta generazione, non hanno nessun legame con l’ Italia. I dati su cui avevo lavorato risalgono ormai a un periodo di 10 anni, tra il 2002 e il 2012: si parla di più di due milioni di persone che hanno riattivato questa cittadinanza presso consolati italiani all’ estero, senza aver mai rimesso piede in Italia. Di questi, un 80-90% erano persone di Paesi che noi definiamo non comunitari. E quindi erano fondamentalmente dell’ America Latina, dell’ America Centrale, del Nord America.

Quindi si tratta semplicemente di persone che accedono alle opportunità legittime, dal loro punto di vista, per ottenere un passaporto della Comunità Europea. Il problema è che la legge garantisce molta più facilità di partecipazione alle elezioni a questi soggetti, perché viene inviato a loro direttamente il plico, data la loro registrazione presso i consolati e, invece, per chi si trova temporaneamente all’ estero, magari italiani che si trovano all’ estero durante le elezioni per motivi di lavoro o per qualsiasi altro motivo, per loro votare è diventato più difficile. Forse, questa problematica è stata in parte affrontata nella tornata precedente, nell’ elezione del 2013, quando si è data agli italiani, soprattutto a ricercatori e a chi partecipa a missioni governative, l’ opportunità di richiedere al consolato la possibilità di votare. Ma per molte persone che si trovano all’ estero per altri motivi diventa impossibile votare: così non è, ad esempio, per molti Paesi europei che consentono chiaramente il voto dei loro connazionali all’ estero e allora si tratta semplicemente di recarsi con il passaporto presso il consolato della nazione in cui si trovano. Questa è una cosa molto semplice e non si capisce perché, per l’ Italia, sia così insormontabile.

Quindi c’è un cortocircuito a livello normativo su che tipo di idea noi abbiamo di chi faccia o meno parte del ‘demos’: il legislatore italiano sembra aver scelto, attraverso la legge sulla cittadinanza del ’92, mai modificata, una linea che privilegia un principio molto netto di appartenenza per via di sangue, di discendenza. L’ altro aspetto è, se vogliamo, quello più tecnico che riguarda il fatto che sono stati scoperti casi anche di migliaia di schede che sono risultate controllate.

Quindi sussiste anche il rischio di brogli?

Certamente. Quando ho fatto la mia ricerca sulle comunità italiane in Argentina, sono andato a parlare con numerose persone con numerose persone esponenti o dirigenti dell’associazionismo italiano nel mondo a base regionale, che hanno una loro rappresentanza in diverse città argentine. Da loro mi è stato detto chiaramente che organizzano delle vere e proprie giornate di votazione collettiva: quando arrivano i plichi elettorali, centinaia di persone , che si rivolgono a queste associazioni perché sono queste, e non il consolato, i loro interlocutori con l’ Italia, vi si recano anche per votare. 

In che modo avviene la selezione dei candidati?

Come in ogni costruzione di una candidatura, possono entrare in gioco delle dinamiche di relazioni di potere locali. Succede anche in Italia e non c’è niente di male. Quel che si può notare, dal punto di vista scientifico, è come ci sia stato uno scontro tra due mondi: da una parte, la ‘vecchia’ emigrazione, che era l’ emigrazione dei discendenti, di quelli che facevano parte delle comunità storiche e che quindi potevano contare su questa rete di associazionismo e di rapporti con i COMITES, i CGE, che sono strutture del Ministero degli Esteri per dialogare con gli emigrati, in cui si potevano riscontrare queste dinamiche di potere molto cristallizzate. E sono emerse da lì le candidature delle prime due tornate elettorali, da quel mondo dell’ associazionismo storico. Mentre, già nel 2013 così come in questa nuova tornata, si è visto come la costruzione della candidatura, specie per il Collegio europeo, ma non solo, si sia un po’ svincolata da queste logiche: c’ è anche un po’ di rappresentanza della ‘nuova migrazione’, quindi persone che emergono dalle ondate più recenti dell’ emigrazione italiana e che sfruttano la possibilità di usare i social media o gruppi molto conosciuti sulle diverse piattaforme. Canale che ha un po’ sparigliato le vecchie dinamiche. Quindi su questo si è trovata una sorta di cambio della guardia. Questo soprattutto nella circoscrizione europea. Nell’ America Latina, ci sono ancora molto forti logiche locali, legate all’ associazionismo storico.

Visualizzando 2 di 3
Visualizzando 2 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->