domenica, Agosto 1

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  terra-bruciata

 

Posto che la riforma della legge elettorale sia assai importante, in quanto consentirà di ridare al popolo sovrano quella voce che è riecheggiata in modo fortemente distorto e cacofonico nell’era del porcellum, ciò che non risulta, a parer mio, ancora ben chiaro nel tourbillon neuronico che è ormai diventato il cervello di noi poveri italiani, è la terra bruciata,  l’assoluto, disperato deserto che è diventato quello che una volta chiamavano belpaese.

Gli inglesi hanno un termine molto efficace, ‘wasteland’, per descrivere una terra abbandonata da dio e dagli uomini, dove le pistole dettano legge e i caballeri misteriosi si aggirano alla ricerca non di donzelle ma di ossa da spolpare a qualunque costo, un po’ come nello struggente romanzo di Cormac  McCarthy, ‘La strada‘.

Un Paese dove il signor Totò Riina, chiacchierando in carcere con un collega, che forse è invece un infiltrato ma non si sa bene, tra un compiaciuto ricordo dei bei tempi in cui gli importuni si facevano saltare in aria senza tanti complimenti e una riflessione sul fatto che sia un bene che il Presidente della Repubblica non sia chiamato in Tribunale a riferire di colloqui e trattative a carattere privato, progetta una bella mattanza per il fastidioso procuratore Nino Di Matteo, degno erede dei rompiscatole di una volta.

E il bello è che, leggendo queste ghiotte intercettazioni ambientali, il povero cittadino frastornato da notizie e informazioni sempre più esplosive (nel vero senso della parola) e paradossali si chiede, avendo ormai acquisito un sistema automatico di filtraggio protettivo, se credere o no ai propri occhi e, in seconda battuta, da quali canali, limpidi, inquinati o tortuosamente deviati provengano le informazioni  in questione. La risposta, ovviamente non c’è, come da collaudato copione.

Meno dubbi,  ma altrettante preoccupazioni, emana la notizia che la signora Angiola Armellini, erede diretta del fu, ineffabile Renato, palazzinaro romano doc dalla vita tumultuosa, sia riuscita ad occultare negli anni al Fisco ben 1243 (milleduecentoquarantatrè) immobili di sua proprietà o ‘a lei riconducibili’, secondo una formula ormai di dominio pubblico che sottintende giochi sottilissimi di conti esteri, commercialisti e avvocati prestidigitatori degni di Silvan e facce di tolla da campionato mondiale.   

La signora  vanta, oltre al buco di 2,1 miliardi sottratti al bene comune, un ex marito bancarottiere, arrestato l’anno scorso per un crack di 10 milioni. Un poveraccio, al confronto di lady Angiola, che ha prelevato dalle nostre tasche molto, ma molto di più di un Lusi, un Fiorito e un Belsito messi insieme.  

Tutti malfattori esecrabili, naturalmente una volta condannati in via definitiva.

Ma chissà perché, all’italiano esausto ed esangue sotto il bombardamento mediatico, fanno sempre più effetto i costi della politica.

Egli impazzisce di rabbia davanti alle auto blu e ai decadenti festini da basso impero dei potenti,  per sbroccare definitivamente davanti alla legge per il finanziamento pubblico dei partiti, che qualche valenza di difesa da una democrazia schiava del famigerato articolo quinto (chi ha i soldi ha vinto) ce l’avrebbe pure.  

Ma per l’evasore, ladro silenzioso e devastante, ha sempre un occhio di riguardo. Materia per gli psicologi di massa.  

 

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