giovedì, Giugno 24

#italiachefunziona: sessant’anni di camicie

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Com’è cambiato il settore in 60 anni?

È cambiato molto. Una volta la gente aveva poco o nulla nell’armadio e i modelli erano pochi. Poi ci sono stati i grandi ‘filoni’ della moda Anni Settanta e Settanta in cui tutti producevano le stesse cose. Adesso, invece, la gamma di prodotti offerta è aumentata in modo spropositato e tende ad avvicinare i gusti del mercato, che sono i più diversi. Adesso i capi si classificano in base al ‘lifestyle’ delle persone. Una volta era più semplice, mentre oggi ogni collezione uomo ha 100 modelli e 50 quelle per il pubblico femminile. Inoltre, vendendo in tanti mercati, abbiamo bisogno di vestire consumatori diversi.

A proposito di mercati, dove esportate?

Al momento esportiamo in una quarantina di Paesi, anche se quelli significativi sono circa 20. In particolare vendiamo in Europa, Nord e Centro America, Sudafrica, Egitto, Australia e Medio Oriente, all’interno di specialty store e department store.

Anche in Cina?

È un mercato dove non abbiamo una presenza significativa, siamo più presenti in Giappone e a Singapore. Il dimezzamento dei dazi sul lusso può aiutare, ma è comunque un mercato molto protezionista, dove i prezzi arrivano ad essere fino a due o tre volte più alti rispetto a qui. Senz’altro sarà un mercato interessante, ma non è facile e adesso con la bolla la situazione è pericolosa. I Bric dieci anni fa sembravano il futuro, ma adesso stanno creando problemi. A parte l’India, che cresce, il Brasile è in recessione e in Russia il rublo è crollato.

Dove producete per tutti questi Paesi?

Produciamo sia in Italia che all’estero, a seconda del mercato di destinazione. È importante per mediare i costi, ma il prodotto che consegniamo è sempre lo stesso. Quest’anno la previsione è di circa 500mila capi.

Chi disegna i vostri capi? Lei se non sbaglio ha iniziato proprio con lo sviluppo del prodotto.

Sì, ma è giusto che ci sia una squadra che crea i modelli, poi supervisiono perché credo che un occhio esterno possa essere più obiettivo di chi ha disegnato il modello.

Lei e suo fratello siete succeduti a vostro padre, si sta facendo strada anche la terza generazione?

Pietro, figlio di Giorgio, è già entrato in azienda, mentre Alessia ha scelto una propria strada, come stilista di moda donna contemporanea e noi distribuiamo la sua linea. Gli altri, invece, studiano ancora.

A proposito di altre linee, voi avete acquisito anche altri marchi.

Sì, abbiamo acquisito due marchi di pelletteria, Da Ponte International e Andrea Zori, per ampliare l’offerta, ma il main business resta la camicia.

A tal proposito avete sul fuoco un progetto decisamente…gustoso!

Precisamente. Si chiama ‘Xacus gusto’ ed è un progetto che abbiamo creato in occasione di Expo e che è stato presentato allo stand di Banca Intesa, che ci ospita. Si tratta di tre camicie realizzate partendo dai piatti forti di tre famosi chef, Massimo Bottura, Ernesto Iaccarino e Pietro Leemann, rielaborati appositamente per il progetto. Dalle fotografie dei piatti, stampate in digitale sul tessuto, sono uscite tre camicie molto belle. L’idea è partita dal nostro consulente Paolo Costa, ma realizzarla non era semplice, invece una volta visti i piatti e le immagini abbiamo capito che potevano diventare dei pattern. Le abbiamo portate a Pitti Uomo e sono state accolte favorevolmente dai clienti. Addirittura aziende di altri settori ce le stanno chiedendo per metterle nei loro stand alle fiere, perché cibo e moda sono un connubio molto italiano. A breve aggiungeremo un quarto cuoco, Antonino Cannavacciuolo, e pensiamo di iniziare a distribuire la linea prima di Natale. Voglio ricordare, poi, che parte del ricavato va all’associazione Aba, che si occupa di anoressia e bulimia.

 

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