martedì, Agosto 3

#italiachefunziona: sessant’anni di camicie

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Sessant’anni di camicie, dal laboratorio partito con dieci sarte alla produzione di 100 modelli diversi per ogni collezione. È l’evoluzione di Xacus, azienda di moda di San Vito di Leguzzano, per la quale la confezione va di pari passo con la storia famigliare.

Era il 1956, infatti, quando papà Alberto Xoccato aprì il primo laboratorio e ora al timone ci sono i figli Paolo e Giorgio, ma con Pietro sta entrando in azienda anche la terza generazione. E nonostante la crisi il 2014 ha fatto registrare un incremento del fatturato, non solo grazie all’estero, come racconta Paolo Xoccato.

 

A quasi 60 anni dalla nascita, come sta la vostra azienda?

Bene, il 2014 si è chiuso con un incremento del fatturato del 20% e stiamo crescendo non solo all’estero, ma anche sul mercato interno, che rappresenta per noi ancora il 60%. Anche il 2015 pensiamo che sarà un anno positivo.

Crescere nel mercato italiano non è semplice, soprattutto in un settore come il vostro che ha risentito tanto della crisi. Come fate?

Abbiamo investito in marketing, comunicazione, servizi ai clienti e riorganizzato la parte produttiva e gli acquisti, perché il mondo sta cambiando. E poi abbiamo sempre avuto un’attenzione maniacale agli aspetti qualitativi, dal materiale ai criteri di costruzione di un prodotto che il cliente riconosce e ricompra per sé e per gli altri, perché dà garanzia. Inoltre stiamo sempre rimasti fedeli ai nostri valori e questo la gente lo riconosce. Oggi, nel momento di difficoltà stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato in passato. I ‘rumor’, il passaparola tra negozi, sono positivi, segno che la serietà e l’affidabilità pagano. Un esempio ne è il fatto che abbiamo clienti che compravano già da nostro padre quando ha fondato l’azienda.

Com’è nata la Xacus?

A iniziare è stato mio padre Alberto, che nel 1956 aprì un laboratorio con 10 sarte, tra cui una zia. Era un periodo in cui ci si inventava un mestiere, c’era un mercato che doveva essere soddisfatto con prodotti nuovi. La famiglia era già nel campo, visto che vendeva tessuti e abbigliamento, ma all’epoca non c’erano studi o scuole e la cosa più difficile era mettere a punto il prodotto. Bisognava trovare dal nulla soluzioni a problemi che oggi sono banali. Tante volte mio padre mi diceva di aver pianto perché non sapeva come fare i modelli.

E i modelli sono arrivati…

Sì, messo a punto quello hanno cominciato a vendere in loco, poi si sono allargati a Padova e Venezia, poi al Veneto, al Nord, all’Italia e adesso esportiamo in una quarantina di Paesi. Negli Anni ’60, con l’aumento delle vendite, è iniziata la produzione industriale e le sarte sono state preziosissime per insegnare ai dipendenti. Poi tra la fine degli Anni ’70 e i primi ’80 siamo entrati mio fratello Giorgio ed io ed è iniziata l’internazionalizzazione.

Fate insomma parte di quello che viene definito “miracolo Nordest”. Cos’ha di speciale questo territorio?

Dicevo prima che abbiamo ancora clienti i cui padri compravano da mio padre. Dietro a quei clienti ci sono amicizie nate, rapporti di lavoro che durano da 60 anni e questo è un aspetto che spiega il nostro territorio. Questi rapporti nascono da un tipo di valori, di etica, di modo di intendere il lavoro e di fare business che fa parte della cultura della nostra gente. Tanti piccoli e grandi successi sono nati da qui. La qualità dei rapporti è stata un terreno fertile su cui si è costruito un patrimonio di aziende che non c’è da nessun’altra parte.

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