sabato, Settembre 18

Italia5Stelle: Beppe Grillo al Circo Massimo Al via la tre-giorni romana del M5S. E il Pd vuole cacciare il ‘grillino’ Fedez da X-Factor

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Beppe Grillo in persona ha inaugurato questo pomeriggio la manifestazione #Italia5Stelle che vedrà il popolo grillino riunito per tre giorni a Roma nello scenario del Circo Massimo. Il Pd vorrebbe tappare la bocca al rapper Fedez, autore dell’inno della festa del M5S in cui cita ‘l’innominabile’ Giorgio Napolitano. Intanto Matteo Renzi prepara la resa dei conti con la dissidenza Pd, ma deve fare i conti con i cortei degli studenti (arrabbiati per la non-riforma della Scuola e per il Jobs Act), con il dramma del licenziamento di 537 operai da parte della ThyssenKrupp di Terni (la cui dirigenza se ne frega dell’articolo 18), e anche con il disastro dell’alluvione di Genova. Sul fronte del processo alla trattativa Stato-mafia, la moglie di Nicola Mancino denuncia l’abbandono del marito da parte del presidente.

La cronaca della giornata si apre con una notizia probabilmente incomprensibile alle generazioni, diciamo così, un po’ più attempate. Il rapper Fedez, al secolo Federico Leonardo Lucia, noto tra i giovanissimi per le sue canzoni che trattano temi sociali, denuncia su facebook il tentativo di due parlamentari del Pd, Ernesto Magorno e Federico Gelli, di impedire la sua partecipazione al programma X-Factor, il talent show canoro in onda su Sky. La colpa di Fedez? Quella di aver composto e cantato l’inno ufficiale di #Italia5Stelle, la manifestazione organizzata dal M5S che permetterà ai suoi rappresentanti di incontrare i cittadini al Circo Massimo di Roma, da oggi fino a domenica 12 ottobre, per esporre il programma e l’idea di Paese dei seguaci di Beppe Grillo.

«Apprendo ora che due esponenti del PD hanno fatto esplicita richiesta a SKY di prendere posizione riguardo al mio ruolo e alla mia presenza nel programma di X Factor per aver espresso un’opinione politica al di FUORI da tale contesto», denuncia Fedez su fb, «Io non sono a X Factor per fare propaganda e mai l’ho fatta, ma da cittadino ho le mie idee politiche e non ho nessun motivo per tenerle nascoste, il fatto che per averle espresse si chieda la mia testa ci riporta indietro di 60 anni alla censura e al fascismo».

 

Per riassumere: il Pd renziano, per bocca del deputato Stefano Pedica, ha prima rivolto contro il cantautore la strumentale accusa di vilipendio al Capo dello Stato e poi ha scatenato i mastini Magorno e Gelli. Causa della richiesta di censura è stata una strofa ‘incriminata’ presente nell’inno grillino ‘Non sono partito’, questa: «Caro Napolitano te lo dico con il cuore o vai a testimoniare oppure passi il testimone!». Riferimento non casuale alla vicenda del processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo. La richiesta fatta a Sky di ripensare il proprio rapporto professionale con Fedez perché schierato politicamente si è comunque rivelata un boomerang per il Pd. Fedez ha già ottenuto la solidarietà ‘dell’altra opposizione’ rappresentata da Nichi Vendola e Pippo Civati. E Carlo Giovanardi (nemico storico del rapper sulla legalizzazione delle droghe leggere) lo ha definito un «apprendista stregone». Tutta pubblicità gratuita per il M5S. 

Ma a scatenarsi è proprio uno dei suoi rappresentati, Alessandro Di Battista, che su Fb scrive: «I deputati del Pd vogliono far abbassare la testa a Fedez immediatamente. Temono che altri decidano di prendere posizione. Ne colpiscono uno per educarne cento, un metodo da brigatisti! […] Questi squadristi 2.0 non tollerano evidentemente che le nuove generazioni siano libere, sovrane e non si facciano abbindolare dalle loro menzogne. Non lo tollerano e agiscono con violenza. Badate bene, la violenza si esercita anche con le intimidazioni, con la macchina del fango. Anche questa è violenza».

Immediate le polemiche, a partire dal Pd. «Premetto che sono contrario a qualsiasi azione che miri a limitare la libertà di espressione del rapper Fedez, in quanto autore di un inno del M5S. Così deve succedere in una democrazia matura. Ciò detto, la irresponsabile leggerezza con cui, come al solito, alcuni esponenti grillini utilizzano come paragone di questo episodio pillole di tragedia della storia citate a frammenti senza capo nè coda, mi spaventa e conferma il pericolo che l’ignoranza di queste persone rappresenta per il Paese – dice il responsabile sicurezza del Pd Emanuele FianoLe Brigate Rosse uccidevano senza processo per la sola colpa di essere servitori dello Stato o della loro professione. I cartelli che inaugurarono l’antisemitismo fascista furono il prologo non di un titolo di agenzia per un deputato pro tempore ma della deportazione di milioni di persone e della loro uccisione nelle camere a gas. Nessuno di noi deve intendere la contrapposizione politica come l’esclusione dell’altro, ma la continua insalata russa della storia che i Cinque Stelle ci propongono porta con sè il pericolo di una banalizzazione della storia che non ha mai portato bene a nessuna democrazia».

A proposito di trattativa, la testimonianza che il presidente della Repubblica renderà il 28 ottobre al Quirinale di fronte ai magistrati palermitani continua a far discutere. Ieri il nostro giornale ha riportato la notizia della decisione del presidente della Corte d’Assise del capoluogo siciliano, Alfredo Montalto, di non ammettere la presenza nelle sacre stanze quirinalizie, se pur in videoconferenza, dei boss mafiosi Salvatore Riina e Leoluca Bagarella, vietando al contempo la partecipazione ad un altro imputato eccellente del processo sulla trattativa, l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. Adesso il rischio è che il processo possa essere annullato su richiesta dei legali dei capimafia che, per legge, sarebbero autorizzati a presenziare alle udienze del ‘loro’ processo. Opinione sostenuta da molti giuristi tra i quali Paolo Ferrua, docente di Diritto di procedura penale all’Università di Torino.

Ebbene, la nuova bomba ad orologeria posta sotto la sedia dell’inquilino del Colle potrebbe essere il ‘tradimento’ di Nicola Mancino. La pulce nell’orecchio alle Istituzioni la mette la consorte dell’autore delle quattro telefonate (poi distrutte per ordine del giudice) a quello che una volta riteneva l’amico presidente. «Mio marito e Napolitano non si sentono più dopo che si è saputa la storia di quelle intercettazioni», racconta Gianna Mancino al ‘Fatto Quotidiano’. Il marito si sente abbandonato e trattato alla stregua di un mafioso, lascia intendere la signora Mancino. Per questo il suo avvocato ha già chiesto la nullità dell’ordinanza di Montalto. «Mio marito a Napolitano non chiedeva protezione, chiedeva coordinamento delle indagini», ma adesso la sua sensazione è di essere stato scaricato e di non godere più di coperture istituzionali. Un fatto gravissimo, se confermato, che comporterebbe la conferma indiretta che gli uomini di Napolitano hanno tentato di insabbiare gli ‘indicibili accordi’ adombrati dal defunto consigliere giuridico del Colle, Loris D’Ambrosio. Quello dei coniugi Mancino è allora un disperato ricatto? La verità sulla trattativa è ancora da scrivere.

L’oscura vicenda dei rapporti tra Stato e Cosa Nostra non sembra toccare ‘Re Giorgio’ che stamane ha serenamente definito il Jobs Act «un passo avanti». Ma nemmeno il presidente del Consiglio Renzi (oggi in visita allo stabilimento della Philip Morris di Bologna) che, dopo il trionfo dell’approvazione della delega in bianco sul lavoro in Senato, si sta concentrando ora sulla cancellazione dei sindacati (se non allineati al pensiero dominante) e, soprattutto, della fastidiosa minoranza Pd. I dissidenti che si sono permessi di non votare la fiducia in bianco sulla riforma del lavoro sembrano avere i giorni contati. Si tratta dei civatiani Felice Casson, Corradino Mineo e Lucrezia Ricchiuti, oltre all’autoescluso Walter Tocci (dimissionario dopo aver detto sì al Jobs Act).

Ma chi, accecato dalla fede renziana, pensava che votare la riforma (peraltro ancora un foglio in bianco) avrebbe significato creare nuovi posti di lavoro, si è risvegliato sotto una doccia gelata: l’acciaieria ThyssenKrupp di Terni manda a casa 537 operai, infischiandosene dell’esistenza o meno dell’articolo 18, mettendo a nudo nel peggior modo possibile le ‘non verità’ propinate dal premier 24 ore su 24, con l’aiuto dei mass media compiacenti e asserviti, sulle meravigliose sorti e progressive del Lavoro in Italia. Magari i tanti ‘gufi’ e ‘rosiconi’ penseranno che la proprietà tedesca della Thyssen abbia fatto questo sgarbo a Matteo proprio per punirlo dei toni da guascone usati con la cancelliera Angela Merkel in questi giorni (vedi le critiche sul patto di Stabilità). Fatto sta che l’imbarazzata reazione dell’Esecutivo è stata affidata ad una timida dichiarazione del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi: «Siamo molto preoccupati e stiamo cercando di tenere in piedi il dialogo tra le parti». Ma quale ‘dialogo’ se l’intera città di Terni è sul piede di guerra? Ieri il traffico ferroviario nel centro Italia è rimasto bloccato per ore e oggi continuano le iniziative di protesta. Per non parlare della tegola rappresentata dall’alluvione di Genova che qualche cittadino imbestialito ha osato intestare al ‘Governo ladro’.

Le contestazioni per il governo Renzi arrivano anche dal fronte studentesco. Questa mattina da ‘100 piazze’ d’Italia sono partiti dei cortei (organizzati dalla Rete Studenti Medi) che, al grido di «La buona scuola siamo noi», hanno visto gli studenti protestare contro le riforma della scuola e del lavoro che Renzi vorrebbe democraticamente imporre.

 

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