giovedì, Dicembre 9

Italia: un Paese senza popolo Il puzzle più indecifrabile dell'antropologia contemporanea: gli italiani

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A corte è irreprensibile, in gita è censurabile. Si fa in quattro dopo una sciagura, si dilegua dopo una congiura. Si commuove ai matrimoni, ridacchia ai funerali. Da cittadino disprezza ogni forma di autorità, da uomo autorevole disprezza ogni cittadino. Non ha alcun potere e detta le sue condizioni. Nel pieno delle forze sfida e impreca Dio, in rianimazione riscopre l’anima e si converte. Cura l’igiene domestica in modo maniacale, fuori dall’uscio aggredisce senza pietà l’ecosistema.

È generoso con il mondo, è cinico con la vita. È ottimista e catastrofista, una sorta di mitomane che si schermisce. Se serve, scala le montagne, richiamato giù le ridiscende regolarmente dal versante sbagliato. Fa la Resistenza e poi fonda la Democrazia Cristiana. Costruisce castelli di sabbia che resistono anche ai cicloni, poi ci sbadiglia sopra e li sbriciola. Incita perennemente alla sommossa, nel frattempo si lamenta della confusione. Per indole trufferebbe, per tradizione si lascia regolarmente truffare. Si dichiara mai razzista e lo straniero lo infastidisce, salvo pietire per una badante a ferragosto.

Se è stato comunista, lo era coi soldi degli altri. Se è stato liberale, lo era di deboli princìpi. Se è stato fascista, lo era all’acqua di rose. È simpatico come pochi, è insopportabile come nessuno. È imprevedibile e ama la routine. Tradisce con nonchalance, poi soffre di gelosia. È un ricco dalla faccia povera. Si autoassolve sempre, non si confessa mai. È tutto e il contrario di tutto, perché è italiano.

Se riponessimo in una scatola sessanta milioni di questi pezzi, di questi enigmi viventi, se agitassimo bene e riaprissimo, ci toccherebbe ricomporre il puzzle più indecifrabile dell’antropologia contemporanea: gli italiani.

Molti hanno preteso di definirli, qualcuno si è accontentato di motteggiarli, nessuno li ha mai capiti. Un giorno ‘Newsweek’ scrisse che la conversazione degli italiani era sempre un’ottava sopra le loro azioni, ma allora perché Alphonse de Lamartine aveva definito l’Italia «Paese dei morti»? Sbagliò Klemens von Metternich, alludendo alla famosa «espressione geografica»? Abortì sul nascere il proclama di Carlo Alberto, che l’Italia avrebbe fatto da sé? E se l’Italia s’è desta, come cantava il Mameli, a che ora sarebbe accaduto? Infine, ebbe ragione Giuseppe Garibaldi a combattere per unire gli italiani, o non ha tutti i torti Umberto Bossi, a dire sfondoni per dividerli?

Basterebbero dieci eccellenti definizioni dell’italianità a farci annusare i difetti di fabbricazione del nostro passaporto. Sicché val la pena rileggerli e poi rifletterci su senza alzare le spalle…

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