venerdì, Maggio 14

Italia tra pubblico e privato image

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 Marco Bersani Attac pubblico

Il settore pubblico è cambiato. Anche il concetto di ‘pubblico’ è una cosa nuova, così nuova che parlare ancora del grande tema della privatizzazioni significa guardare a uno scenario molto diverso da quello che vedeva l’IRI nella ricostruzione post-bellica. I governi italiani degli ultimi vent’anni (almeno dal 1993 in poi) hanno prospettato diverse vie per dismettere partecipazioni pubbliche nel mercato, evolutosi anche in termini ’culturali’ e finanziari, oggi guidato dal primato finanziario sull’economia. 

Il governo Renzi si è insediato senza fare menzione delle privatizzazioni di cui si è continuato a parlare fino a gennaio. Privatizzazioni di enti come Poste o SACE, che dovrebbero contribuire a diminuire l’enorme debito pubblico del nostro Paese. Era il 22 novembre 2013, con il governo Letta era ancora in pieno funzionamento, quando Simon O’Connor, portavoce di Olli Rehn (Vicepresidente della Commissione Europea), annunciò che le misure previste dal Governo Italiano (tra le quali anche quelle sulle privatizzazioni) avrebbero potuto avere un effetto sul debito e anche sull’economia reale, ma si sarebbero dovute accompagnare all’attuazione delle riforme strutturali delle quali (parimenti) si parla da decenni. Tra le affermazioni di Rehn quella relativa alla privatizzazione dell’acqua ha sollevato numerose proteste, specialmente da parte di chi crede che l’acqua sia un ‘diritto umano‘.  I movimenti contrari alla privatizzazione del settore idrico sono attivi in tutta Europa per evitare che la fornitura dell’acqua diventi privata. In particolare, la Corte Costituzionale italiana, con sentenza 199/2012, ha dichiarato illegittimo l’articolo 4 del decreto legge 138 del 13 agosto 2011 che disponeva la privatizzazione dei servizi pubblici locali (anche quelli idrici).

Inoltre,l’articolo 345 TFEU e l’articolo 171 della Direttiva 2006/123/EC sui servizi nei mercati interni avevano definito incostituzionale qualsiasi tentativo di privatizzare i servizi pubblici. Una certa confusione del quadro normativo, segnale evidente che le riforme sono necessarie in tutto il vecchio continente, si aggiunge ai grandi problemi della corruzione, della ripresa-senza- lavoro (‘jobless recovery’), alla nostra specialità italiana: una burocrazia farraginosa e castrante, in pessima compagnia di una fiscalità capestro e dei costi troppo alti per risorse, energia, lavoro. Perché un imprenditore straniero dovrebbe correre volentieri a investire nel nostro Paese senza che finalmente le famose vecchie riforme siano state avviate? L’Europa e il mondo continuano a guardarci come il Paese della ‘Grande bellezza’, film emblematico e rappresentativo che però parla soprattutto di decadenza. La grande speranza è tutta nella grande sfida del nostro tempo: dobbiamo crescere (Mario Draghi dixit).

Privatizzare non sarà una soluzione complessiva, ma lo scenario è ormai così cambiato e fluido che arroccarsi sulla vecchia idea delle ‘partecipazioni statali’ non è una soluzione. Il che, però, non significa cedere tutto (inclusa la speranza e la Bellezza italiane) al mondo della finanza. Ne abbiamo parlato con Marco Bersani, socio fondatore di Attac Italia e autore (tra l’altro) di ‘Catastroika. Le privatizzazioni che hanno ucciso la società’

Le partecipazioni statali hanno senso se, attraverso le stesse, lo Stato si fa garante dell’interesse generale. Se lo Stato, come ormai avviene da decenni dentro il modello economico neoliberale, abdica al proprio compito di garante della comunità nazionale per assumere il ruolo di facilitatore dell’espansione della sfera di influenza dei mercati finanziari sulla società, le partecipazioni statali non solo servono a poco, ma rischiano di diventare l’alibi formale per privatizzazioni sostanziali. Di fatto, parliamo di politica industriale, ma dovremmo ridiscutere del ruolo dello Stato e di un nuovo concetto di ‘pubblico’”. 

Il venire meno del doppio ruolo di regolatore e imprenditore che lo stato italiano ha svolto tra il 1933 e l’inizio degli anni Novanta si lega alla situazione attuale in modo ambivalente, perché le condizioni generali sono molto cambiate: “Occorre intendersi sui termini e sulle epoche storiche. L’IRI ha avuto un importantissimo ruolo nella costruzione del Paese attraverso l’avvio e l’implementazione di una politica industriale e dei servizi a livello nazionale; naturalmente, in questo processo, ha portato con sé anche tutte le dinamiche relative all’ambiguità con cui nel nostro Paese si è sempre definito il concetto di pubblico: sovra-espansione della sfera burocratica e manageriale, clientelismo e corruzione. Nella dinamica odierna, un’ alternativa che ponga su un piatto della bilancia le privatizzazioni e sull’altro il carrozzone IRI è mal posta. Oggi la società è mutata e, se l’alternativa tra pubblico e privato rimane più che mai attuale, è lo stesso concetto di  pubblico a non poter più essere meccanicisticamente tradotto con statale. Detto questo, i risultati della privatizzazione del sistema bancario (passato da un controllo pubblico del 74,5% nel 1992 allo 0% di oggi), delle telecomunicazioni e dei trasporti sono sotto gli occhi di tutti : servizi pubblici strategici sono oggi gestiti con l’unico parametro della redditività e sono in mano alle grandi lobby finanziarie, le quali detengono anche il monopolio delle risorse economiche”.

Abbiamo recentemente parlato del caso ‘Micron’ e del brevetto M6, che è passato dalle mani di SGS (già Olivetti) attraverso una partecipazione statale di Italia e Francia alla proprietà di ST. Con un sistema di scatole cinesi, ST ha guadagnato molto e poi ha licenziato centinaia di persone ad alta specializzazione, ‘uccidendo’ un nostro settore di eccellenza senza che il nostro governo sia potuto intervenire. Il sistema delle cosiddette ‘scatole cinesi’ allude effettivamente a un gioco simile alle matrioska, ma è anche uno schema finanzario, che vede società o gruppi familiari controllare aziende con capitali relativamente minori di quelli che servirebbero ad acquisire una maggioranza diretta.

Esempio: A possiede il 51% di B. B compra il 51% di C. A possiede dunque il 26,01% di C, ma controllerà le sue decisioni perché decide cosa deve fare B. “Le scatole cinesi sono una delle migliori invenzioni del capitalismo contemporaneo” dice Bersani. “Oggi nei primi dieci gruppi quotati in Borsa, il capitale controllato è pari a tre volte quello posseduto. Solo per fare un esempio, con il sistema delle scatole cinesi, Tronchetti Provera ha, a suo tempo, ottenuto il controllo della Olivetti – e quindi di Telecom e Tim- pur avendone comprato solo il 29% delle azioni. Quando oggi si parla di collocamento in Borsa del 40% di Poste Italiane, dicendo che una parte delle azioni verranno riservate ai lavoratori e ai risparmiatori, si finge di parlare di democrazia economica, non dicendo che l’unico ruolo dei piccoli investitori è quello di immettere soldi dentro la società, per permettere agli azionisti maggiori di poterla controllare, senza dover fare nemmeno lo sforzo di doverla possedere“. In parole povere, se il primo azionista è lo Stato, allo Stato resta il controllo delle aziende dismesse, delle quali venderà solo le quote minoritarie.

Che dire della situazione di settori come acqua, energia e trasporti, ciclo dei rifiuti e altri settori di interesse collettivo? Lo Stato ne manterrà il controllo? “Tutti i settori di interesse collettivo, sia quelli che oggi chiamiamo beni comuni naturali (acqua, energia, rifiuti etc), sia quelli che oggi chiamiamo beni comuni sociali (sanità, istruzione, trasporti etc.) non solo non devono essere gestiti dal privato o secondo leggi di mercato, pena lo spreco dei beni e la mancata fruibilità universale dei servizi, ma dovrebbero essere riappropriati socialmente e gestiti in maniera partecipativa a partire dalla scala della comunità locale. Non si tratta dunque di mero controllo dello Stato, bensì di gestione collettiva da costruire secondo scale plurilivello, a seconda del bene o del servizio di cui si tratta“.

 

Un modello nuovo, insomma, anche se il ceto medio italiano è sottoposto a pesanti sollecitazioni. Possiamo dire che stia sparendo. Che futuro attende il ceto medio in un sistema nel quale il lavoro scarseggia, i prezzi aumentano e l’economia reale agonizza?

Le dinamiche implosive del capitalismo finanziarizzato sono più che evidenti : oggi questo modello, per poter sopravvivere, è necessitato a mettere sul mercato beni comuni e servizi pubblici, nonché a sottoporre a valorizzazione finanziaria ogni aspetto dell’economia, del lavoro e della società. In questo contesto, il progressivo impoverimento del ceto medio diviene una delle naturali conseguenze, con possibili gravi ripercussioni per la tenuta sociale del paese. Occorre decisamente invertire la rotta.

Possiamo immaginare di proiettare l’attuale crisi al 1984, quando lo Stato controllava certi settori dell’economia? Cambierebbe qualcosa se oggi l’interesse pubblico fosse realmente considerato parte in causa?

Qual è oggi l’interesse pubblico a realizzare la TAV in Val di Susa, facendo la guerra a un’intera comunità, investendo miliardi in un’opera inutile e facendo lievitare il debito pubblico? Se la politica non avesse abdicato al suo ruolo di garante dell’interesse collettivo, oggi con gli stessi soldi si sarebbero già realizzate migliaia di piccole opere di riassetto idrogeologico del territorio, che certo non avrebbero dato impulso agli interessi dei grandi capitali bancari e finanziari, ma avrebbero migliorato sostanzialmente la vita di milioni di persone. Ancora una volta, il tema è: cosa è diventato lo Stato? Come possiamo tutte e tutti riprendere parola in nuovi spazi di democrazia?

Uno dei nostri simboli nazionali, la FIAT, cambia nome e sposta la sua ‘testa’ all’estero. Un pezzo di cultura italiana che se ne va. Ecco uno dei punti evidenti a dimostrazione di quanto cultura ed economia si ricolleghino. Si può parlare di un danno anche storico-culturale per un’operazione economica di questo genere?

Il danno è plurimo. È un danno economico (non dimentichiamo che, pur formalmente privata, la Fiat ha sempre goduto di lautissimi finanziamenti pubblici) ed è un danno storico-culturale, sia perché se ne va un pezzo di storia del Paese, sia perché è la conferma di come, nelle dinamiche geopolitiche di un’Unione Europea al collasso, il ruolo assegnato all’Italia sia quello di puro terreno di razzia dei grandi interessi finanziari.

Dobbiamo rassegnarci alla globalizzazione o il livello locale è il bastione sul quale si può arroccare la micro-economia italiana (da sempre caratteristica del nostro Paese)?

Il modello neoliberale ha enormemente allargato lo spazio della sua azione economica, fino a coinvolgere l’intero pianeta, e drasticamente ridotto il tempo dei suoi obiettivi, riducendolo all’indice di Borsa del giorno successivo. Noi dobbiamo rovesciare questa relazione spazio-tempo. Lo spazio economico (non quello culturale, che dev’essere globale) deve essere drasticamente ridotto, trasformando il modello produttivo secondo i criteri del “cosa, come, per chi e dove produrre?”,mentre va enormemente ampliato il tempo degli obiettivi, da commisurare ad almeno le prossime dieci generazioni. C’è sempre un tempo per invertire la rotta. Oggi è assolutamente necessario.

 

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