giovedì, ottobre 18

Italia-Somalia: oltre il ‘limbo’ post-coloniale? In cerca di una diversa prospettiva, per ritrovare un rapporto di mutuo interesse in condizioni di stabilità. Intervista a Nicola Pedde, Direttore dell’ ‘Institute for Global Studies’ di Roma

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A una settimana dall’attentato suicida del primo ottobre a un convoglio di mezzi militari italiani dell’European Union Training Mission (EUTM) a Mogadiscio, rivendicato dal gruppo jihadista Al-Shabaab (‘I Giovani’, la ‘costola’ somala di Al Qaeda), l’attenzione sulla presenza italiana nel Corno d’Africa torna a ravvivarsi.

Il fatto, che ha provocato la morte di 2 civili e 4 feriti, è avvenuto in concomitanza con la scadenza, il 30 settembre, del Fondo Missioni destinato alla partecipazione del personale militare nazionale alle missioni internazionali. La presenza italiana sul territorio somalo, oltre che come interlocutore diplomatico, come partner della Missione europea EUTM, riporta a interrogarsi sull’evoluzione di un rapporto mai troppo definito, segnato da legami e ‘non detti’ che, nella loro specificità, si proiettano ben oltre il retaggio coloniale e le successive transizioni politiche. La Somalia appare, tuttora, terra di spartizioni e di conflitti, a danno di ripetuti e fragili tentativi di ‘State building’.

Due settimane prima dell’attentato, partecipando al Convegno «Pace e sviluppo nel Corno d’Africa», organizzato da Polis Avvocati e Regione Puglia alla Fiera del Levante di Bari, l’ex-Presidente della Commissione Europea Romano Prodi affermava che «Noi italiani possiamo davvero aiutare a creare una condizione di pace permanente nel Corno d’Africa e lo dobbiamo fare nel nostro interesse. Dobbiamo mobilitare in un grande accordo l’Europa e la Cina, perché entrambe hanno interesse e, agendo da sole, rischiano di suscitare tensioni sociali e politiche».

Ma la cooperazione economica, verrebbe da dire, può valere in assenza di un’ombra di solidità istituzionale? Quali sono le ragioni profonde che legano l’Italia alla sua ex-colonia?

Lo abbiamo domandato a Nicola Pedde, esperto della regione del Corno d’AfricaDirettore dell’ ‘Institute for Global Studies‘ di Roma.

 

Dottor Pedde, a poco più di una settimana dall’attentato di Mogadiscio, potrebbe offrirci una fotografia della presenza italiana Somalia, sia nella veste diplomatica, considerando il collasso istituzionale degli anni ‘90, sia rispetto all’impegno come parte di una strategia che vede impegnata l’Italia nella missione EUTM?

In via preliminare, traccerò una breve panoramica sulla partecipazione italiana alla ripresa democratica della Somalia.  In proposito, il nostro ruolo è stato particolarmente confuso dal Secondo dopoguerra in poi: l’Italia ha sempre cercato di mantenere un legame il più possibile aperto con il Paese, pur all’interno di un sistema di contraddizioni politiche e amministrative che hanno definito questo rapporto in termini di ambiguità.

 In che senso?

Una prima fase corrisponde al decennio della cosiddetta ‘Amministrazione fiduciaria’ (AFIS: 1950-1960) affidata dall’ONU all’Italia nel 1949. Si tratta di un istituto tutelare avente funzione di accompagnamento, per il territorio assoggettato a quel regime, verso l’autogoverno e l’indipendenza (raggiunta il primo luglio 1960).  In quel periodo l’Italia ha inteso, da un lato, colmare il ‘gap’ lasciato dal suo passato coloniale; dall’altro, ha cercato di plasmare una Somalia che somigliasse, per quanto possibile, alla ex-madrepatria: una Somalia che non prendesse in grande considerazione le realtà locali, i tribalismi e le affiliazioni per clan. Ne sono derivate varie criticità, che non hanno tardato a manifestarsi, nell’immediato futuro, al volgere del mandato fiduciario: al collasso dei governi democratici, ha fatto seguito la dittatura militare di Mohammed Siad Barre (1969-1991) fino alla trasformazione della Somalia – dopo la caduta del regime e l’inizio di un nuovo, sanguinoso conflitto per il potere tra fazioni – in ‘fake State’. La prima lunga fase del nostro rapporto con la Somalia si è, di fatto, conclusa con un’amministrazione che è stata un disastro sotto ogni punto di vista, sia politico che operativo, con un numero di morti elevatissimo e la fuga rocambolesca del dittatore da Mogadiscio.

Durante gli anni più cupi della guerra civile, l’Italia prese parte a una missione (‘Ibis’, nell’ambito dell’operazione multinazionale ‘Restore Hope’, sotto l’egida ONU e diretta dagli Stati Uniti) nella quale, ancora una volta, fu ritenuta un partner non ottimale, in ragione del suo ruolo pregresso e della cooperazione allo sviluppo prestata, negli anni ’80, al regime di Siad Barre, con la presenza sul terreno di attori rivelatisi particolarmente ostili agli italiani.

Che evoluzione si è avuta nel periodo successivo?

Il nostro rapporto con il Paese è entrato in un ‘limbo’ durato oltre 15 anni. Soltanto con la fine del Governo federale di transizione (2004-2012), l’Italia si è riaffacciata timidamente alla Somalia e, più in generale, al Corno d’Africa, cercando di instaurare una nuova relazione con le autorità che emergevano da quella transizione politica. Ancora una volta, però, il problema è stato il non avere mai concettualizzato, sul piano nazionale, l’obiettivo da conseguire in Somalia.

A cosa è imputabile questa carenza?

L’Italia è sempre stata divisa tra una componente ideologica, che condannava qualsiasi tipo di engagement in forza del passato coloniale, e una parte più attiva, che chiedeva con insistenza una riassunzione di ruolo per la gestione degli interessi nazionali, in continuità con una presenza di durata nel Paese. Questa frizione ha sempre impedito di definire una strategia vera e propria: non c’è mai stato un piano per la Somalia e, probabilmente, non ce n’è mai stato uno per l’intero Corno d’Africa. Pur se in altre condizioni di contesto, il quadro è abbastanza simile nei nostri rapporti con l’Eritrea e l’Etiopia. Nel caso della Somalia, ciò è ulteriormente complicato dalla presenza di un conflitto sul terreno e da un’instabilità prolungata nella fase successiva – pertanto, dalla difficoltà nel poter portare sul campo una progettualità politica o operativa.

Ci siamo ridotti, così, a una serie di missioni diplomatiche accompagnate, nel più recente passato, da un di sostegno militare in funzione di addestramento alle truppe e alle forze di polizia somale, nell’ambito della cornice europea dell’EUTM.

Nondimeno, l’Italia è presente nel Paese…

Non c’è dubbio. È tornata ‘fisicamente’ all’aeroporto di Mogadiscio con un piccolo contingente, che oggi opera con una funzione molto definita e apprezzata (sia nell’ambito dell’addestramento e dell’assistenza militare che in progetti di cooperazione civile), ma che purtroppo si inserisce in un piano generale del rapporto che continua a essere assolutamente vago. Questo è un problema di continuità nei nostri Governi. Alla domanda: ‘Quali sono le nostre prerogative di interesse nella regione?’, cadiamo immediatamente nel limbo. Se non abbiamo il coraggio di esprimere una linea strategica per non essere tacciati di neo-colonialismo, manca anche la capacità di definirla. Il rapporto con quest’area del pianeta è stato compromesso da un’inerzia prolungata.

Un’inerzia che si è comunicata senza eccezioni all’azione diplomatica?

A onor del vero, nel 2013 il Viceministro degli Esteri Lapo Pistelli aveva provato a definire un quadro di insieme dei rapporti con il Corno d’Africa, con una missione a favore del consolidamento istituzionale che ebbe un certo successo (giugno/luglio 2014). Tuttavia, le alternanze di governo e gli ‘alti e bassi’ nella gestione della nostra vita amministrativa e politica hanno impedito che fosse assicurata una continuità a questo processo.

Dove ‘siamo’ oggi?

Siamo al punto di partenza, nel senso che abbiamo un dichiarato interesse sulla carta e siamo operativi sul territorio, ma se domandiamo alle nostre istituzioni quale sia la visione di lungo periodo inerente alla nostra posizione – quale sia, insomma, l’interesse nazionale verso gli Stati del Corno d’Africa – rientriamo in quell’area grigia di incertezza e assoluta mancanza di determinazione che ha caratterizzato il nostro rapporto con tutta la regione negli ultimi 70 anni!

Non ci sono fattori esterni che possano agire da spinta a uscire da questo stallo? Pensiamo ai forti interessi economici di altri player come la Turchia o la Cina. A proposito dell’Eritrea, come Lei riferiva nell’intervista pubblicata da ‘L’Indro’ il 28 novembre 2017, l’assenza italiana è stata lamentata dalle stesse autorità di vertice. Rispetto alla Somalia – e andando oltre il discorso sul retaggio coloniale – in che misura quegli attori si comportano in modo diverso?

Ci sono attori molto più attivi e determinati nel conseguire una serie di obiettivi nella regione. Proprio la Turchia non solo ha fatto investimenti robusti in termini di infrastrutture e sviluppo economico, ma ha anche capillarmente investito sulla riorganizzazione delle forze armate attraverso una presenza in loco molto più sostanziosa, sia sul piano dei progetti che delle entità umane coinvolte nella loro realizzazione. Lo stesso Presidente Erdogan si recò in visita in Somalia scendendo nel centro della Capitale addirittura senza macchina di scorta, dando così un forte segnale alla cittadinanza: una ripresa di contatto stabilita sulla base di un’amicizia profonda e di un reciproco interesse. Ciò ha colpito molto la sua nuova amministrazione somala. Molto spesso, le autorità affermano che si aspettavamo questo dall’Italia, quando non è mai accaduto.

È anche un problema di narrativa. Come dicevo prima, in Italia abbiamo una componente intellettuale riferibile alla tradizione degli studi africanistici fortemente limitativa delle capacità di definizione di qualsiasi tipo di strategia. Qualsiasi forma di interesse politico o economico verso la regione è direttamente vista come un tentativo di sfruttamento neo-coloniale: una trappola ideologica dalla quale si deve uscire. Non si può cadere preda di una visione così restrittiva: ci sono prerogative reciproche di interesse, interessi italiani e somali, la cui definizione dovrebbe essere coltivata da tutte le forze politiche.

Esistono altre posizioni ‘restrittive’?

C’è anche chi esprime una visione vetero-colonialista, ritenendo in modo anacronistico che all’Italia spetti un ruolo egemonico nella regione. Peraltro, tra i due estremi, esiste una terza via: considerare la Somalia e gli altri Stati del Corno d’Africa come una normale controparte politica, economica e sociale.

Occorrerà, allora, ristabilire un legame normale e proficuo con il Paese attraverso una serie di azioni di reciproco interesse. Invece, ad ogni occasione – penso, nel caso più recente agli accordi per la pesca o per l’esplorazione petrolifera -, buona parte della componente ‘ostile’ leva la voce, dicendo che si tratta di tentativi dell’Italia di sfruttare il Paese, facendolo ripiombare nel suo passato coloniale. Queste sono posizioni francamente inaccettabili; le stesse che, per lunghissimo tempo, hanno bloccato la nostra capacità di iniziativa.

Parlando degli interessi sulle risorse del sottosuolo, si profila una competizione sui giacimenti tra l’Italia e altri Paesi interessati?

La componente energetica del Paese è localizzata in 2 aree distinte, entrambe offshore: nel Nord, a nord della regione del Somaliland (Puntland), e alle propaggini meridionali del Paese, al confine con il Kenya. Il problema è che non esiste un accordo tra Kenya e Somalia sulla definizione dei confini marittimi: un caso devoluto alla Corte Internazionale di Giustizia, la soluzione del quale permetterà di individuare in quale sfera di interesse ricadranno questi lotti, aggiudicati ad alcune compagnie per attività meramente esplorative (per ora non si parla di produzione, ma di esplorazione delle risorse disponibili nel sottosuolo).

L’ENI è presente in quest’area?

È una delle società assegnatarie delle concessioni, ma siamo ancora a uno stadio embrionale. Non ci sono installazioni presenti né attività in loco, sia in ragione della sicurezza sia perché occorrerà prima definire il contenzioso con Nairobi.

Come commenta l’attentato del primo ottobre?

L’attentato contro le forze dell’EUTM nella sede di Mogadiscio è particolare: è stato condotto, per la prima volta, contro un’unità dell’UE; inoltre, si tratta di una unità in movimento, mentre solitamente l’Al-Shabaab ha una tecnica di impiego dei propri commando legata all’irruzione in strutture fisse, come palazzi o caserme. Un’autobomba ha cercato di speronare uno dei veicoli centrali della colonna, riuscendo a danneggiarlo, ma senza provocare alcuna vittima. Nelle successive rivendicazioni da parte del gruppo terroristico – altro fatto singolare – non si è menzionata l’Italia, ma l’Unione Europea. È un fattore interessante perché, da un certo punto di vista, il messaggio sembra essere diretto alla presenza straniera in quanto tale, senza tuttavia suggerire necessariamente una linea di escalation contro l’Italia, anche se è quella direttamente colpita dall’attentato. Il modus operandi appare nuovo rispetto a quelli utilizzati in precedenza, soprattutto per la evidente mancanza di una ‘fase 2’, ovvero di una fase di assalto successiva alla detonazione dell’autobomba.

 Questo cosa ci dice?

Si potrebbe pensare a una fase sperimentale – con lo scopo di capire come la sicurezza dei convogli è organizzata – oppure, semplicemente, a un attentato organizzato con modalità non sofisticate. Al di là di questo, la cosa importante da rilevare sono le rivendicazioni e, soprattutto, il piano della narrativa che il portavoce di Al-Shabaab ha voluto adottare. Sembra che la componente locale, ossia nazionale somala, sia tornata ad avere il sopravvento tra le 2 anime del gruppo: quella formata da stranieri e quella autoctona. Questo potrebbe essere un indicatore interessante per lasciare intendere quanto la componente straniera – peraltro, la più pericolosa – si sia ormai assottigliata nel corso del tempo fino a diventare quasi incapace di condurre operazioni.

Potrebbe essere un segno di complessivo indebolimento del gruppo?

Al-Shabaab, in realtà, non è mai cresciuto né diminuito in capacità operative: ha sempre mostrato queste fasi alterne, caratterizzate da exploit operativi poi non accompagnati da una capacità di consolidarsi. Invero, gran parte di questi interessi è eterodiretta dall’esterno: c’è una chiara volontà da parte di alcuni attori internazionali, anche della diaspora somala, di mantenere il Paese in un costante status quo. All’interno di una condizione indefinita di crisi, sono gestiti affari estremamente lucrativi . Diciamo che Al-Shabaab è una delle tante pedine che ruotano intorno a questo complesso sistema di interessi ed è parte dello status quo, che favorisce la gestione fuori dal Paese degli interessi economici della Somalia.

Parlando di ‘disapora’, quali sono i Paesi toccati dal fenomeno?

Ad esempio, la comunità somala presente negli Emirati Arabi Uniti è detentrice di una serie di interessi economici molto forti: c’è chi controlla le compagnie telefoniche come le stesse compagnie che gestiscono i servizi pubblici o le infrastrutture. Operano in un regime di semi-monopolio, quindi è chiaro che gran parte di questi attori non ha nessun interesse a una normalizzazione: può continuare a gestire i propri affari solo all’interno di un sistema così compromesso e instabile: da una parte, perciò, si finanzia il Governo; dall’altra, chi è contro il Governo, in modo da mantenere la situazione in costante disequilibrio.

Rispetto a queste problematiche complesse, qual è il grado di consapevolezza da parte della nostra classe di Governo, visto che le ragioni che legano l’Italia al suo impegno in Somalia sono il contrasto del terrorismo e la ricerca di condizioni funzionali a creare una stabilità interna nel tempo?

L’Italia non ha, ad oggi, una programmazione di lungo periodo: né con l’attuale esecutivo né con il precedente. Manca, direi, proprio una visione di lungo periodo: l’ottica è semplicemente legata ai fattori di sicurezza, con dimensioni temporali molto ristrette. Ciò non comporta l’assunzione di un ruolo permanente, capace di favorire strutture o progetti in grado di proseguire al di là delle fasi di emergenza. Questo è un po’ il nostro problema. La nostra politica estera è già molto debole; in aree come il Corno d’Africa, è debolissima.

Come si annuncia il futuro di questo rapporto?

Da parte del Governo in carica, non ho ancora sentito parlare di ‘politica estera’, e il Corno d’Africa risulta essere tra le regioni più trascurate. Non vedo, almeno al momento, una progettualità né un interesse a modificare la nostra linea di intervento nel Paese. Temo che le diatribe di politica interna siano ormai diventate un vero magnete per l’interesse e l’attività della nostra politica, a danno della politica estera. Quest’ultima è ridotta alla dimensione essenziale dei grandi rapporti: Stati Uniti, rapporto transatlantico… Tutto il resto sta purtroppo attraversando un periodo di totale disinteressamento e di profonda crisi. Nella fase che stiamo vivendo, un Paese come la Somalia non ha nessuna chance di essere preso in considerazione: di essere trasformato, cioè, in oggetto (e soggetto) di politiche attive.

 

 

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