martedì, Ottobre 26

Italia senza Arte né parte

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E’ passato circa un anno, febbraio del 2014, quando specialmente i social network, furono infiammati da mobilitazioni, raccolte di adesioni contro i provvedimenti e i pareri espressi dalla Commissione Cultura della Camera, in materia di insegnamento della Storia dell’Arte nelle scuole secondarie. Le valutazioni espresse in tale sede istituzionale, ponevano all’attenzione della comunità nazionale, la necessità di ridurre e per alcuni corsi di studi abolire l’insegnamento della Storia dell’Arte per mancanza di fondi. A fronte della corale levata di scudi, avverso a quanto sostenuto in questo pronunciamento, le forze politiche rappresentate nella Commissione, hanno cominciato la oramai francamente insopportabile gimkana dei distinguo, dello scarica barile, con l’unico intento di creare ambigue situazioni per poter lasciare come si suole dire “il cerino acceso in mano a qualcuno”. Da tempo, e con reiterati interventi ospitati sulle colonne del nostro quotidiano, abbiamo avuto occasione di sottolineare, che a nostro avviso, la crisi nel mondo della Cultura, non è causa di una singola e individuabile formazione politica. La crisi è di sistema del comparto. Dovuto In special modo alla assoluta mancanza di criteri metodologici, da mettere in atto, da parte di coloro i quali dovrebbero essere i nostri rappresentanti. Iniziative magari, e sarebbe troppo grazia, sorrette da nessi logici conseguenziali, che facciano percepire almeno l’onesto anelito di dare vita a un progetto organico su tali materie. Ma al di là delle varie prese di distanze da quanto affermato, dalla Commissione Cultura ossia la solita nenia della mancanza di fondi, non risultano ad oggi significative inversioni di tendenze. La cosa veramente inquietante, è la chiusura a riccio del mondo politico, che viene graniticamente a formarsi, direi unanimamente, quando si paventa l’ipotesi di dovere “aprire la borsa” per incrementare, innovare, sostenere, attività artistico culturali. L’argomento addotto, come banale e urticante nella sua pretestuosità risiede nel proclamare “urbi et orbi” che “non ci sono fondi”. La verità, al di là delle prese in giro, e delle posizioni di comodo, è ben altra più profonda e radicata nelle teste, invidiabili per acume e duttilità, di coloro i quali dovrebbero essere i nostri rappresentanti. Può anche darsi che “non ci siano più fondi”, diamolo pure per buono, ma questo significa solamente che i fondi sono stati spesi in altro modo. Quindi seguendo le convincenti opinioni di Monsieur de La Palisse, l’investimento in Cultura, non è annoverato tra le priorità, non di tale o tal’altro Governo, ma dall’intera classe (?) politica. Penso che sia necessario, rassegnarsi a quest’ amara realtà.

L’affermazione fatta da quel Commercialista di provincia, il quale per incomprensibili congiunzioni astrali, abbiamo avuto la sventura di ritrovarcelo tra capo e collo come uno dei Ministri della Repubblica, ha almeno avuto il merito di dissipare reticenze e ambiguità di tutte le astruserie che ci propongono i membri della “casta”. Lo spavaldo, paladino dei tristemente noti “tagli lineari”, ebbe a dire una frase, che lo consegnerà alla storia delle nullità di ogni tempo. “Con la Cultura non si mangia”. In realtà quel Commercialista, diventato Ministro, ha proiettato nella funzione pubblica che ricopriva, le limitate e manifestamente insufficienti nozioni private di ordine tecnico e specialistico di cui disponeva. La visione di una persona che viene chiamata a ricoprire incarichi di tale rilevanza, per la vita della comunità, dovrebbero essere più vaste, quantomeno, per poter affrontare le questioni con una visione più ampia, e di maggior respiro. Ma l’individuo in questione, non è altro che l’espressione della nostra classe politica, Non parlo di appartenenze a schieramenti. Magari, sarebbe meno inquietante. L’appartenenza a l’uno o all’altro schieramento, si annullano di fronte alla strutturale incapacità di visione, comprensione, progettualità, così drammaticamente ed equamente ripartita. A riprova di ciò, ad esempio, è il vero e proprio calvario al quale sono stati sottoposti tutti gli operatori teatrali sia pubblici che privati, per compilare le abituali domande per “la stagione” teatrali dell’anno. Da quel che mi dicono, la categoria è stata abbandonata nei gorghi dei deliri burocratici di adempimenti cui dover ottemperare. Il tutto in una nebulosa se non vera e propria assenza di supporto informativo da dare doverosamente agli operatori. A quel che oggi risulta, a fronte di tali arzigogoli, creati ad arte (questa si da scrivere con la minuscola) non si è sentito un benchè minimo batter di ciglia del Ministro in carica. Salvo poi a disastro avvenuto, concedere, come ogni vero “Sovrano” che si rispetti, la striminzita proroga di una settimana nella consegna delle domande. Un merito va onestamente riconosciuto al tapino, coniatore dalla ormai celebre frase “con la Cultura non si mangia”. Quello di aver svelato chiaro e tondo, non il suo sentire personale, ma un sentire tragicamente diffuso e condiviso da tutti i suoi sodali, al di là delle “etichette”. Per rispetto a chi ci ha creduto, non oso parlare di quella, in fondo romantica forma di partecipazione alla vita democratica, che furono i “Partiti”. Con la Cultura forse non si mangerà, ma la brodazza quotidiana di ipocrisie, incompetenza, disonestà e incapacità diffuse, certamente non risulta essere di facile digestione. Chissà, questo periodo verrà giudicato dai posteri, come un’incidente di percorso, nella vita del nostro Popolo. Non è che la cosa mi dia consolazioni particolari. Ci convivo, come si covive con una malattia. Con grande dolore.

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