lunedì, Settembre 27

Italia in saldo

0

Stato d’animo della maggioranza degli italiani a inizio 2015: chi ha un lavoro ha paura di perderlo. Chi lo cerca ha poche speranze di trovarlo. Chi è stato appena assunto teme di essere licenziato in qualsiasi momento. Nelle famiglie di un ceto medio, sempre più sottile, atipico ed esiguo, ci si aggrappa alla solida inclinazione dell’accortezza, stile di vita adottato dalle vecchie generazioni durante congiunture negative e periodi di ‘magra’. Parola d’ordine: mai un passo più lungo della gamba e stop agli sperperi, agli acquisti superflui. Dappertutto, insomma, si bada al sodo. E non certo da oggi, esattamente dal 2008, l’anno della ‘tempesta economica perfetta’. Paura del domani, umori al ribasso, propensione al risparmio “perché il peggio potrebbe ancora arrivare”. Tendenze di un popolo sfiduciato e prigioniero dell’incertezza, confermate dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, in uno dei passaggi cruciali della conferenza stampa di fine anno:

A me interessa profondamente cambiare l’umore degli italiani assuefatti alla sfiducia. E’ un grande tema, è un tema che ha delle ricadute economiche. E’ impressionante notare come dal 2012 al 2014 siano aumentati i risparmi di 400 miliardi di euro, segno evidente che la paura sta rannicchiando anche le abitudini delle italiane e degli italiani. E tuttavia l’elemento che a me più colpisce è questo senso di preoccupazione, stanchezza, sfiducia che non è soltanto un fatto economico, è innanzitutto un fatto culturale, civile, sociale di tutti i giorni”.

Certamente, alcuni indicatori non inducono alla serenità. Peggiora, innanzitutto, l’indice Pmi, quello che misura l’attività del settore manifatturiero, una delle colonne portanti della nostra economia. Era atteso in rialzo, scende invece ancora, ai minimi dagli ultimi 19 mesi. Si tratta del terzo declino mensile consecutivo, sempre sotto quota 50, considerata lo spartiacque tra contrazione ed espansione economica. E se non va bene per le imprese, nemmeno per i consumatori va meglio. Novità riguardano il fronte, sempre caldo, degli alloggi: il “decreto Milleproroghe” non contiene il prolungamento del blocco degli sfratti. Secondo il sindacato degli inquilini Sunia, l’allarme riguarda 30mila famiglie in difficoltà economica, minacciate dall’incubo di trovarsi senza casa. Ma le cattive notizie riguardano davvero tutti. Il 2015 sta portando, infatti, una raffica di aumenti: dall’acqua alle autostrade, dalla birra alle sigarette elettroniche, dalle multe fino al pellet.

Scendiamo nel dettaglio: per 40 milioni di italiani le bollette dell’acqua rincarano del 4,8%. E ci sono pessime notizie anche per chi guida. I pedaggi delle autostrade aumentano in media dell’1,40%; e attenzione a pigiare sull’acceleratore perché anche le multe per violazioni del codice della strada sono più salate (+ 0,8%). Nella sfilza di aumenti di inizio anno, per una volta, le tanto odiate accise sui carburanti saranno probabilmente depennate. La clausola di salvaguardia, inserita nel decreto IMU del 2013, prevedeva di rastrellare, attraverso i rincari sulle tasse dei carburanti, oltre 670 milioni di euro. Dunque, per gli automobilisti, almeno una buona notizia, che sommata alla ormai inarrestabile discesa del costo del petrolio, potrebbe addirittura portare ad un’ulteriore diminuzione del prezzo della benzina alla pompa. La “Legge di Stabilità” del 2015, invece, porta in dote l’aumento della tassazione sui rendimenti dei Fondi Pensione e sulla rivalutazione del Trattamento di Fine Rapporto (Tfr). Non saranno più esentasse i premi delle assicurazioni sulla vita e, proprio in pieno inverno, ecco l’impennata dal 10 al 22% dell’Iva sul pellet, il combustibile per stufe e camini. Se qualcuno, poi, volesse scaldarsi con gli alcolici sappia, che anche in quel caso, è in arrivo un aumento delle tasse che non lascerà indenne nemmeno la birra toccata dall’inasprimento delle accise. Mano pesante anche sulle sigarette elettroniche colpite, a sorpresa, dalla nuova tassa di 3,33 euro per ogni flacone da 10 ml di liquido. In compenso potrebbero scendere di qualche punto percentuale (il condizionale è obbligatorio) le bollette energetiche, luce e gas, effetto di trascinamento della diminuzione del costo del petrolio. Incrociando stime e previsioni, questi rincari si tradurranno in 677 euro di uscite in più a famiglia.

Indicativa del clima, la rilevazione su larga scala effettuata a fine anno da Confesercenti. Il 60% degli italiani ha ridotto le spese natalizie, contro il 34% che ha speso come lo scorso anno, e il 6% che ha incrementato il suo budget. I prezzi non fanno più paura come accadeva in passato. Secondo il sondaggio di Confesercenti, infatti, solo il 16% degli italiani ritiene che i prezzi rappresentino un freno agli acquisti, contro il 41% del 2007. Un effetto indotto principalmente da quattro fattori: il rallentamento dell’inflazione registrato negli ultimi 12 mesi, il moltiplicarsi di offerte in ‘outlet’ e ‘discount’, la frequenza delle vendite promozionali che ormai si possono effettuare sempre, senza più la necessità di un’autorizzazione preventiva e la crescita esponenziale degli acquisti online. Aumenta, invece, il numero di coloro che addita le tasse e le tariffe fra gli ostacoli alla spesa: oggi sono circa 11,8 milioni (il 25%), quasi 3 milioni in più dello scorso anno, quando a lamentarsi dell’imposizione fiscale erano 8,9 milioni di persone (il 19%). L’eccesso di pressione fiscale è diventato così lo spauracchio per eccellenza, il parametro, che più di ogni altro, inibisce lo shopping degli italiani.

Dunque, le aspettative del commercio, dopo un Natale fiacco e ancora sottotono, sono tutte rivolte ai saldi, inaugurati ufficialmente tra il 2 e il 3 gennaio, ma scattati, in realtà, già il 26 dicembre. Lo sconto, aggirando i regolamenti, è arrivato quasi sotto l’albero, con gli annunci delle promozioni che hanno raggiunto milioni di italiani attraverso posta elettronica, social o messaggi via sms. Un sistema che solo le catene, con grosse banche dati e carte fedeltà, possono permettersi su larga scala. Ma che anche i negozi di vicinato hanno adottato per non soccombere di fronte alla concorrenza. Nell’Italia in deflazione e preda della più violenta crisi economica del dopoguerra, i saldi rappresentano ancora un’estrema risorsa, non solo per il cliente, ma anche per il mercato asfissiato dal fisco sempre più rapace e dalla contrazione della spesa. Speranze di un parziale riscatto uniscono i commercianti che vorrebbero almeno avvicinarsi all’incasso della scorsa stagione: 1,6 miliardi di euro.

Secondo le stime Fismo, l’associazione di Confesercenti dedicata al settore del commercio al dettaglio di moda e abbigliamento, la spesa media prevista dovrebbe attestarsi sui 150 euro, grazie soprattutto ai consumi dei turisti, che negli ultimi anni hanno rivestito un ruolo sempre più importante nei bilanci delle vendite di fine stagione. Nella girandola di dati emergono, invece, previsioni non esaltanti dalle associazioni degli utenti. Secondo Adusbef e Federconsumatori solo il 36% delle famiglie acquisterà a prezzi scontati, con una spesa media di 179 euro (il 5,6% in meno rispetto allo scorso anno), mentre per Codacons, le vendite subiranno una riduzione media dell’8%, con un esborso che non supererà i 184 euro a famiglia. Colpa del potere d’acquisto in caduta libera e della disoccupazione record. Del resto, nemmeno le recenti festività natalizie sono riuscite a risollevare il trend negativo che ha caratterizzato l’intero 2014. Per i regali di Natale il calo su base nazionale, rispetto allo scorso anno, è stato del 6,2%, con una spesa media a famiglia di appena 119 euro.

Per Francesco Tanasi, segretario nazionale Codacons: “Le famiglie sono arrivate all’avvio degli sconti di fine stagione col portafogli già svuotato dalle spese per le feste natalizie e di fine anno. Il budget da dedicare agli sconti stagionali è sempre più risicato”.

I saldi sono una grande occasione per tutti, italiani e stranieri”, spiega Roberto Manzoni, Presidente di Fismo. “L’autunno è stato caratterizzato da un clima troppo mite; di conseguenza ci sono assortimenti in grado di soddisfare le più varie necessità, e quindi aumentano le opportunità per chi acquista in saldo. Le vendite di Natale”, conferma Manzoni, “sono state sottotono: il volume è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2013, ma lo scontrino medio ha registrato un’ulteriore flessione. Per questo i saldi invernali di quest’anno sono molto attesi: i commercianti sono partiti subito con sconti importanti, nella speranza di invertire il trend. Le vendite di fine stagione”, conclude il presidente Fismo, “valgono circa il 20% dei fatturati annui dei negozi, che nel 2014 hanno patito ancora, e pesantemente, l’effetto della crisi: secondo le stime dell’Osservatorio Confesercenti, l’anno appena concluso ha registrato la cessazione di oltre 11.700 imprese della distribuzione moda, al ritmo di più di 900 negozi chiusi ogni mese. L’auspicio è che il 2015 possa segnare il termine di una tendenza negativa che dura ormai da 7 anni”.

La debolezza dei consumi, le spese obbligate ed incomprimibili (luce, gas, assicurazioni, canone Rai, subito dopo l’ultima ondata di tasse che ha interessato gli italiani a dicembre), la sfiducia nel futuro e l’atteggiamento estremamente prudenziale dei nostri connazionali sempre più indirizzati al contenimento delle spese, ci fa pensare che anche per quest’anno i saldi non rappresenteranno la via d’uscita per il dettaglio moda”. L’analisi è di Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia e Vice Presidente Confcommercio: “Rimane vivo, tuttavia, l’appeal delle vendite di fine stagione nel settore abbigliamento, calzature, pelletteria, accessori, articoli sportivi e tessile per la casa: più di un italiano su due, secondo le nostre previsioni, ha deciso di fare acquisti proprio nel periodo dei saldi. Confermata la tendenza degli acquisti nei negozi tradizionali e di una scelta sempre più orientata al prodotto di qualità ad un prezzo accessibile. Il mio augurio per questo inizio di anno”, sottolinea ancora Borghi, “è che i saldi possano finalmente rappresentare per i negozi al dettaglio plurimarca un’occasione di rilancio, con soddisfazione per i consumatori più attenti al rapporto qualità prezzo”. Gli sconti medi, stima Federazione Moda Italia, saranno almeno del 40%.

Tessuto commerciale, dunque, in evidente sofferenza. Un comparto che oltretutto, in molte zone del Paese, ha subìto i pesanti contraccolpi delle alluvioni autunnali. La Liguria è la terra simbolo del disastro. Molte attività, finite sott’acqua, non hanno più riaperto, mentre quelle che sono riuscite a risollevarsi, boccheggiano, strozzate dall’implacabile e irriguardosa mano del fisco: come noto il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha deciso di far pagare i tributi statali anche nei Comuni alluvionati.

Patrizia De Luise, vice Presidente Nazionale di Confesercenti, esprime l’amarezza di una categoria in ginocchio.

Ci aspettavamo una presa di coscienza da parte del Governo per salvaguardare un patrimonio imprenditoriale a grave rischio di chiusura. Così non è stato. Come si pensa che le imprese distrutte dall’alluvione a Genova e in Liguria possano provvedere ? Nessuna proroga nel pagamento delle tasse per questi imprenditori ? Evidentemente nessuno si è reso conto della situazione. Chiedere alle imprese di pagare somme che non hanno è inutile ed aumenta la rabbia. Una vicenda vergognosa che grida vendetta. Molti commercianti, reduci da due alluvioni devastanti, hanno cercato di ripartire a tutti i costi, per di più divorati dall’ansia di dover pagare le tasse. L’Italia non sarebbe andata certamente in malora se si fossero prorogati di sei mesi i termini di scadenza. Quando abbiamo dato gli assegni della solidarietà, somme raccolte da Confesercenti in diverse regioni, attraverso la Campagna ‘Adotta un’impresa’, alcuni hanno detto che con quei soldi (cifre intorno ai mille euro) avrebbero pagato le tasse invece di investirli nei negozi, per cambiare le saracinesche o altri impianti distrutti da acqua, detriti e fango. E’ sbagliato, anche questo è stato un segnale di speranza negato.

Genova ha affrontato il Natale con difficoltà enormi. Quali sono stati i risultati ?

Negozi affollati, tanti scontrini battuti, lo stesso numero dell’anno scorso, ma incassi crollati. In pratica, dove nel 2013 si spendevano venti euro, quest’anno se ne sono spesi dieci. Il 2014, per il commercio a Genova, è stato l’anno in cui la crisi si è fatta sentire più forte. Il Natale ha evidenziato una contrazione degli incassi pari al 15-20%, rispetto a un 2013 che era già stato fortemente negativo. Ai doni natalizi nessuno ha rinunciato, ma è stato il classico esempio del ‘basta il pensiero’. La situazione è tutt’altro che rosea, al punto che diversi negozi nel 2015 potrebbero ridurre il personale. Non ce la fanno più. I saldi dovrebbero essere la svendita dei prodotti che restano quando la stagione è finita. Questa rincorsa ad anticiparli sempre più, riduce la stagione e se qualcuno voleva regalare un capo d’abbigliamento non lo ha fatto, sapendo che subito dopo Natale sarebbero iniziati gli sconti. Per il commercio non sono buoni segnali: nel periodo natalizio si continua a perdere un giro d’affari importante che fino a pochi anni fa rappresentava, in assoluto, il coronamento dell’attività annuale.

A Genova, la ‘ripresina’ dei consumi sotto Natale, a differenza di Torino e Milano, non c’è stata. Tutt’altro. Il motivo principale ? “Le tasse”, spiega Enrico Malvasi, presidente di Fismo Confesercenti Genova. “Ormai, lo stipendio e la tredicesima, quando ci sono, se ne vanno tutti nelle scadenze di dicembre e gennaio. E’ da qualche anno, ormai, che il commercio non festeggia”.

Per cercare di invertire la rotta e dare nuova linfa al commercio il Comune di Genova, nel giorno di apertura della stagione dei saldi, ha deciso di sospendere il pagamento dei parcheggi nelle ‘zone blu’ e nelle ‘isole azzurre’. Per i commercianti una piccola iniezione di fiducia, premiata, dicono i primi dati disponibili, da un discreto avvio degli affari. Puntuale, però, si è materializzata la beffa che ha reso più cara del previsto la prima giornata di sconti. Genovesi e turisti che avevano parcheggiato l’auto nella centralissima Piazza della Vittoria, sono stati multati. L’area era stata esclusa dalla sospensione dei pagamenti, ma nessuno lo sapeva.

Ma hanno ancora un senso i saldi ? In tanti pensano di no. Per i commercianti, ma anche per i clienti, le vendite di fine stagione hanno perso progressivamente appeal e capacità di attrazione: oggi, meno del 42% degli italiani ritiene ‘importante’ il periodo dei saldi. Lo scorso anno erano il 45 %. Mettendo a confronto l’attuale dato con il grado di interesse manifestato appena cinque anni fa, si evince come il distacco sia ancor più evidente: ben 17 punti percentuali di differenza !

Secondo il consueto sondaggio realizzato da Confcommercio e Format Research almeno un italiano su due (51%) approfitterà degli sconti di inizio anno. In calo, però, del 7,3% rispetto al 2014 e con una flessione che ha raggiunto quasi il 20% sugli ultimi 5 anni. In diminuzione costante la percentuale di coloro che sono intenzionati a spendere oltre 200 euro: il 20,6% contro il 43,3% di cinque anni fa. Si aspettano i saldi per acquistare il ‘necessario’. Diminuiscono, di converso, i consumatori che attendono gli sconti per comprare un articolo al quale stavano pensando da tempo: è pari al 41,9% contro il 58,9% del 2010. Più che raddoppiata, invece, la percentuale di coloro che attribuiscono maggiore importanza al prezzo dei prodotti in saldo, piuttosto che alla loro qualità: il 35%, contro il 16,5% rilevato cinque anni fa. Il 37% dei consumatori afferma che, pur di contenere la spesa, sperimenterà punti di vendita differenti rispetto a quelli frequentati abitualmente, alla ricerca delle occasioni più convenienti. In calo anche le aspettative dei commercianti: il 28% teme che il proprio esercizio sarà visitato in misura inferiore rispetto al gennaio 2014, con un decremento di 3,7 punti percentuali del flusso di clienti.

Un cambio epocale nella percezione dei saldi, favorito anche dal successo crescente degli acquisti online, gli sconti alla portata di un ‘click‘. Nel giro di un anno gli ordini su internet sono lievitati di 14 punti percentuali, passando dal 37 al 51%, grazie al contributo dei consumatori più giovani, quelli tra i 18 e i 34 anni. Resta altissima la percentuale di coloro che, acquistando online, ritengono la rete più conveniente rispetto alle tradizionali compere presso i normali punti vendita (97%). Dati significativi che rispecchiano il rapido evolversi delle attitudini e del costume.

Da Nord a Sud, avvio dei saldi altalenante, in linea con le previsioni, e sconti dal 30 al 60% (secondo Confcommercio il 10% di ribassi in più rispetto al 2014). Si guardano le vetrine con attenzione e un po’ di diffidenza e si compra con oculatezza. Assalti ? Pochi, limitati agli outlet e ai negozi dal profilo ‘trendy’. In questo scenario, le speranze di recupero delle imprese commerciali italiane sono affidate alla capacità di spesa del turismo straniero, ma le fibrillazioni economiche internazionali raffreddano le aspettative.

A Milano, immersa nei frenetici preparativi dell’Expò, non si è ripetuta l’invasione delle facoltose signore dell’est innamorate dell’italian style. Mogli, figlie e amiche di oligarchi e industriali russi, note per la proverbiale e illimitata capacità di spesa, hanno diradato le visite nel Quadrilatero della Moda. Le ragioni sono molteplici: il mercato russo è in crisi. La crescita del suo PIL è rallentata nettamente nel 2013, a causa dalla caduta del prezzo del petrolio, mentre il rublo ha perso, in un anno, quasi un terzo del proprio valore rispetto all’euro. I russi, alle prese con la crisi, sono nel panico. Una situazione che ha generato una forte contrazione delle esportazioni, accentuata dalle sanzioni occidentali legate alle tensioni con l’Ucraina. La Russia rappresenta uno degli sbocchi principali del ‘made in Italy’, non solo per le grandi ‘griffes‘, ma anche e soprattutto per tante piccole e medie imprese, in particolare nel settore della calzatura. Ogni giorno le realtà italiane che hanno basato la loro strategia di espansione internazionale su quei mercati, si trovano in difficoltà, costrette a fronteggiare cancellazioni di ordini, calati dal 30 al 40%, riduzioni di budget, fallimenti di negozi e altri ritardi nei pagamenti da parte degli operatori russi. Secondo le ultime cifre pubblicate da SMI-Sistema Moda Italia, associazione degli imprenditori del tessile, fra gennaio e luglio del 2014 le esportazioni italiane di questo comparto, verso la Russia, sono diminuite del 7,9%, attestandosi sui 772 milioni di euro. In un rapporto pubblicato all’inizio di novembre sui distretti industriali italiani, Banca Intesa Sanpaolo stimava che “la crisi russo-ucraina aveva pesato notevolmente sugli scambi con l’Italia, in particolare per alcuni settori, come la moda, e limitato in maniera massiccia il volume di nuovi investimenti diretti“. Così, i russi, non abituati a questo tipo di incertezze, hanno diminuito improvvisamente le spese, rallentando gli acquisti anche sulla piazza italiana.

I consumi rappresentano un formidabile barometro per comprendere aspettative, sogni e indice di fiducia di una comunità. Aiutano a capire, nella sostanza, se un Paese è impantanato nella crisi o se viaggia sui binari di un diffuso benessere economico e sociale. Dall’andamento dei saldi si è capito, ad esempio, che gli Stati Uniti stavano per uscire dal lungo trauma dell’11 settembre e dalla successiva crisi finanziaria.

Nella culla del consumismo il ‘Black Friday’ (‘venerdì nero’), il giorno non festivo consacrato agli acquisti scontati, rappresenta, da sempre, un valido indicatore per analizzare sia la predisposizione agli acquisti, sia, indirettamente, la capacità di spesa dei consumatori americani, tanto da essere attentamente osservato e studiato dagli analisti finanziari e dagli ambienti borsistici internazionali. Le grandi catene commerciali sono solite offrire in questa occasione notevoli ed eccezionali promozioni al fine di incrementare le proprie vendite. Per questo motivo, tra le persone che fanno ‘shopping‘ in occasione del Black Friday, una buona parte trascorre la notte all’esterno del negozio dove vuole fare acquisti il giorno successivo, aspettando l’apertura degli ingressi. Un fenomeno esploso negli anni ’80, segnato ciclicamente da resse e momenti di isteria collettiva, e che oggi, dopo la più grave recessione del dopoguerra che ha travolto la vita di milioni di persone, sembra tornato agli antichi fasti. Nel 2013 negli Stati Uniti, in un solo giorno di shopping, sono stati spesi 57,4 miliardi di dollari da più di 80 milioni di persone: numericamente parlando, è come se l’intera popolazione della Germania si fosse recata a fare shopping nello stesso giorno. Fu quello il primo evidente segnale della galoppante ripresa USA.

Ma come sono nati i saldi ? L’idea ha festeggiato da poco il Centenario. Per i puristi la data di nascita si colloca, infatti, fra il 1913 e il 1914, quando gli storici magazzini Macy’s di Manhattan, trovandosi con una quantità notevole di merce invenduta, decisero di organizzare una svendita in grande stile. Tra gli appuntamenti più attesi al mondo, ammantati ormai dalla fama del rito globale, i saldi di Harrod’s, il tempio dello shopping londinese, rilanciato da Mohammed Al Fayed.

In Italia, i primi ad accorgersi dell’enorme potenziale dei saldi sono stati i magazzini Upim acronimo di Unico Prezzo Italiano Milano, inaugurati nel 1928 a Verona. Per i più nostalgici, indimenticabili le stagioni dei grandi ribassi promossi dal gruppo la Rinascente. O ancora, ma in tempi più recenti, le lunghe code che a Milano, negli anni ‘80 e ’90, si snodavano davanti alle ‘cattedrali’ del ‘fashion‘.

Ogni anno, puntuale, si ripropone il dibattito sulla liberalizzazione totale dei saldi e delle vendite promozionali. Secondo le aggiornate rilevazioni di Confcommercio il 45% delle imprese al dettaglio si dichiara d’accordo con la liberalizzazione totale dei saldi tutto l’anno.

Di certo, una selva di vincoli e divieti, ormai anacronistici e diffusi in modo del tutto casuale sul territorio nazionale, caratterizzano la normativa. Le differenze tra le regioni sono ancora significative e le date vengono decise teoricamente da ogni singolo Comune. In Italia si può registrare un solo caso in cui la materia risulta liberalizzata, perlomeno entro certi limiti: si tratta della Provincia Autonoma di Trento dove i saldi possono essere effettuati durante tutto l’anno, sebbene con durata non superiore a sessanta giorni e prevedendo un intervallo di almeno trenta giorni tra una vendita e l’altra. Proprio sulla data d’inizio si sono spesso innescate polemiche tra gli enti locali, dato che in passato, quando una regione decideva una partenza anticipata, quelle confinanti si lamentavano per la ‘concorrenza sleale’. Positivo il fatto che quest’anno, per la prima volta, sia stata finalmente concordata la medesima data di avvio delle vendite in saldo per tutto il territorio nazionale.

Il problema, tuttavia, rimane ed è stato sviscerato nello studio “I saldi, storia di un’assurdità italiana” firmato da Silvio Boccalatte per l’Istituto Bruno Leoni.

«I saldi sono un vero e proprio rito collettivo che interessa milioni di italiani», scrive Silvio Boccalatte, «e viene considerato come qualcosa di immancabile, di naturale, come il succedersi di un mese all’altro: si tratta, invece, di un fenomeno artificiale ed artificioso. Sviluppare la cultura dell’acquisto consapevole dovrebbe significare favorire lo spirito critico del consumatore, non certo assicurargli che i ribassi ‘strani’ ed ‘eccezionali’ si possano tenere solo in due periodi dell’anno prefissati dalla legge. Far credere ai consumatori che possono vivere e stipulare contratti in una ‘campana di vetro’ costituita dalla tutela giuspubblicistica dei loro diritti costituisce un pericoloso incentivo ad abbassare la soglia dell’attenzione, a tutto vantaggio dei commercianti disonesti». Secondo lo studio, insomma, i saldi rappresentano una forma di limitazione alla libertà economica, giustificata attraverso una pretesa di tutela del consumatore e di eliminazione delle ‘storture’ del mercato.

Nel dibattito si scontrano due concezioni contrapposte: il principio della liberalizzazione da una parte, una visione più protezionistica dall’altra. Oltre la metà delle imprese, come abbiamo evidenziato, è contraria ai saldi liberi.

Mentre il Codacons fa notare che il via libera alle vendite promozionali già consente che si possa comprare a prezzi scontati tutto l’anno, Confesercenti e Confcommercio chiedono cautela sulla liberalizzazione dei saldi veri e propri, quelli di fine stagione. Secondo le due organizzazioni, se si attuasse una politica commerciale imperniata sulla possibilità dello sconto permanente si perderebbe la specificità dei veri saldi, cioè di offerte particolarmente convenienti, perché appunto riguardanti prodotti a marcata stagionalità. I nuovi ‘saldi fai da te’, oltretutto, si ridurrebbero ad una variante del tutto nominalistica della più generale categoria delle vendite promozionali.

Tra i vantaggi evidenziati dai fautori dei veri saldi figura, appunto, la stagionalità capace di alimentare importanti flussi turistici dedicati allo ‘shopping’, come avviene in tanti altri Paesi europei. Ma non solo. Qualora si affermasse la logica dello sconto permanente e della ‘deregulation’ spinta, il mercato sarebbe invaso da prodotti d’importazione a basso costo che possono consentire una più alta marginalità, ma che conseguentemente penalizzerebbero il ‘made in Italy‘ di qualità. Una politica, insomma, impraticabile soprattutto per le migliaia di negozi, plurimarca e di qualità, del settore moda.

 In posizione contraria si schierano i teorici della liberalizzazione.

Scrive ancora Silvio Boccalatte: «Stabilire periodi in cui tutti i commercianti hanno la facoltà di effettuare i saldi significa ledere la concorrenza a tutto vantaggio di coloro che sono già in possesso di quote di mercato, a detrimento di chi vuole intraprendere ex novo un’attività di vendita al dettaglio, ma anche dei potenziali acquirenti. Questi ultimi, in particolare, sono spinti a spendere cifre considerevoli entro pochi giorni, perché sanno che, dopo alcune settimane non potranno più giovarsi di ampi sconti presso nessun esercente. Insomma, non vi è nessuna ragione accettabile che giustifichi l’esistenza anche solo della nozione di saldi; la normativa vigente, andrebbe svenduta senza rimpianti. Anzi: in mancanza di acquirenti, andrebbe proprio rottamata».

Tra le due concezioni, si fa strada un terza via. Perché non provare ad anticipare i saldi prima di Natale in modo da incentivare i consumi e lo shopping natalizio ?

Nel frattempo, buoni acquisti !

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->