venerdì, dicembre 14

Italia: record detenuti in carcere, oltre 60mila Visita 'normale' in un carcere 'normale'

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Un assai poco lusinghiero record: il 30 novembre scorso l’Italia ha superato la soglia delle 60 mila presenze nei 206 istituti di pena italiani. Non accadeva dal 2013: quell’anno la Corte europea con la sentenza sul caso di Mino Torreggiani condanna l’Italia perché stipa i detenuti violando il principio della dignità umana, e impone il varo di provvedimenti urgenti contro il sovraffollamento. Tanti reclusi ottengono risarcimenti dallo Stato per essere stati detenuti in celle di un paio di due metri quadri.

Le statistiche del Ministero della Giustizia informano che il 30 novembre in gabbia si contavano 60.002 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare (9 metri per singolo detenuto) di 50.583.

La vicenda è denunciata dal giornale on line ‘Cronachedellacampania.it’. Nel carcere di Fuorni due detenuti presentano gravi problemi di salute; uno si può muovere solo in sedia a rotelle e ha necessità di controlli costanti; inutili, al momento, le ripetute richieste di trovare una sistemazione più idonea alle sue condizioni di salute.

Una ‘normale’ ispezione, in un ‘normale’ carcere. Il 20 novembre scorso una delegazione del Partito Radicale guidata da Rita Bernardini, e dal presidente della locale Camera Penale, avvocato Michele Sarno, ha visitato il carcere. In 366 posti sono stipati 500 detenuti: 98 in attesa di primo giudizio, 52 attendono l’appello, 27 sono ricorrenti in cassazione. I detenuti condannati definitivamente sono 242, l’umidità si fa sentire, i materassi di gommapiuma sono bagnati perché, oltre alle perdite dalle tubature, quando piove entra l’acqua dalle finestre. Le mura delle celle sono sporche; è “normale” trovare fogli di giornale appiccicati alle pareti per coprire il sudiciume prodotto da precedenti, lontane detenzioni. Su 500 detenuti, solo 113 lavorano (il 23 per cento), per poche ore al giorno e per pochi mesi all’anno; questo perché vige la ‘rotazione’ per i lavori domestici in carcere, gli unici possibili a Salerno dopo che sono state dismesse tutte le lavorazioni.

Trent’anni fa, la morte di Enzo Tortora. E’ stato, quello di Tortora, uno dei più eclatanti casi di pessima amministrazione della giustizia. Il ricordo di quella vicenda va sbiadendo. Merita di essere ricordato. Con le stesse parole di Tortora dopo l’ingiusto arresto: «Mi è scoppiata dentro una bomba al cobalto».

In una lettera del 30 agosto 1983, Alla moglie Francesca Scopelliti, Tortora scrive: «Frustato a sangue da questa realtà, il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che ‘onorano’, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali».

E’ servito quel sacrificio? Gli ‘errori’- orrori giudiziari continuano ad esserci: ci sono persone che trascorrono anche più di vent’anni in galera, da innocenti: Giuseppe Gulotta, condannato all’ergastolo appena diciottenne: si è fatto 22 anni da innocente; Angelo Massaro, 21 anni di carcere per un delitto mai commesso, una vita distrutta…

 A trent’anni dalla morte di Tortora, questo caso ha insegnato poco o nulla; e comunque a pochi. Con questa amara, e tuttavia realistica constatazione si chiude la nota di oggi.

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