sabato, Ottobre 16

Italia, patria del Diritto. E del rovescio

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Tra una immaginifica metafora e l’altra, una volta Pierluigi Bersani disse che quella italiana era la Costituzione più bella del mondo. «Non bella, buona», prontamente lo rimbeccò Marco Pannella. «Talmente buona che ve la siete mangiata pezzo per pezzo». Intendeva dire che la Costituzione più bella del mondo in larghissima parte è disapplicata. In effetti, forse l’unico articolo veramente applicato è il 12: «La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni».

Certamente non è applicato come Costituzione, diritto e umanità vorrebbero l’articolo 27: «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte».

A ricordarci che esiste l’articolo 27, ogni tanto la collezione di condanne da parte della Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU); e casi che riescono a sfondare la cortina fumogena del gossip imperante che ormai costituisce la cifra di un po’ tutti i giornali. Ci siamo facilmente scrollati di dosso il caso del boss della Cosa Nostra Totò Riina. Sta male, le sue condizioni di salute sono precarie? Ebbene, che sconti ugualmente la sua pena sottoposto al regime speciale del 41-bis, e possibilmente che soffra, come lui ha fatto soffrire decine, centinaia di persone.

Anche per Marcello Dell’Utri non ci si scalda troppo. Sanitari, familiari, garante dei detenuti dicono che le sue condizioni di salute sono critiche, precarie. Ma anche Dell’Utri è in odore di mafia, o almeno di contiguità con la Cosa Nostra; e poi apparteneva al cerchio ‘magico’ di Silvio Berlusconi. Ricordate la bella fotografia che li ritraeva a Bermuda, tutti disciplinati e vestiti di bianco, a fare jogging dietro il ‘capo’? Berlusconi, Carlo Bernasconi, Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, e lui, Dell’Utri…Altri tempi. Paghi anche lui, in cella fino all’ultimo minuto secondo.

Peccato che non sia solo Riina, non sia solo Dell’Utri. Ecco le cifre della vergogna: il 40 per cento dei carcerati ha almeno una patologia psichica. Se i detenuti sono circa 55mila, quanto fa il 40 per cento? 22mila circa. Un esercito…Secondo una stima dell’Agenzia regionale di Sanità della Toscana (resa nota dall’associazione ‘Ristretti Orizzonti’), condotta su circa 16mila reclusi delle carceri di Toscana, Veneto, Lazio, Liguria, Umbria, 7 detenuti su 10 sono affetti da una patologia, soprattutto disturbi psichici, malattie infettive, disturbi dell’apparato digerente. Fra le malattie infettive e parassitarie, l’epatite C è quella più diffusa.

Italia patria del diritto e del rovescio. Lo ricordate, vero, il caso di Raffaele Sollecito? Trascorre quattro anni di carcerazione, accusato, insieme ad Amanda Knox, dell’omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia nel 2007. Dopo un lungo iter giudiziario, viene assolto lui, assolta lei. Però i quattro anni di carcere ci sono stati, eccome se ci sono stati. Pensate che sia stato in qualche modo risarcito, ammesso che una simile esperienza possa essere risarcita in qualche modo? Neppure per sogno.

La Corte di Cassazione respinge il reclamo di Sollecito per avere 500 mila euro di risarcimento per ‘ingiusta detenzione’. Innocente, lunga detenzione, nessun risarcimento. Come si spiega? Non si spiega. Lui dice: «Se ancora non trovo un lavoro è per quanto mi è successo. Sto ancora subendo le conseguenze degli anni passati in carcere da innocente e non capisco perché questo non venga compreso». Giulia Buongiorno, l’avvocato che lo ha difeso, aggiunge: «Coerentemente con la decisione della stessa Cassazione che, quando ha assolto Raffaele e Amanda aveva parlato di gravi contraddizioni, ci si attendeva un minimo di risarcimento; quindi è ovvio che questa decisione ci sembra un pò contraddittoria. Questo ovviamente non scalfisce l’assoluzione di Raffaele e posso affermare che non finisce qui, intendo andare avanti in sede europea perché mi sembrerebbe il riconoscimento dell’ingiustizia detenzione i sembrerebbe il giusto epilogo».

I suicidi. Come spesso si è ricordato in questa rubrica, non sono solo i detenuti a voler ‘evadere’ uccidendosi. Spesso anche gli agenti di polizia penitenziaria si suicidano. Gli ultimi casi riguardano un assistente capo di 45 anni in servizio alla casa circondariale di Opera, e impiegato al Nucleo traduzioni e piantonamenti di Milano. Si è tolto la vita con l’arma di ordinanza. Per più di vent’anni aveva prestato servizio nella polizia penitenziaria.

L’altro episodio a Montalto Uffugo, vicino Cosenza. Lui, agente di polizia penitenziaria, uccide la moglie dopo un violento litigio, poi si punta la rivoltella alla tempia e si uccide. E’ la figlia diciottenne a dare l’allarme. Quanto la ragazza entra in casa vede i corpi senza vita dei genitori riversi sul pavimento. L’uomo, a quanto pare, sospettava un tradimento della moglie; e per questo i litigi erano frequenti. «Di fronte a queste tragedie», commenta Donato Capece, segretario del SAPPE (Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria), «la domanda che ci poniamo è sempre la stessa: si poteva fare qualcosa per impedire queste morti? Si poteva intercettare il disagio che caratterizzava questi uomini e, quindi, intervenire per tempo? Allo stato non è possibile dire quali siano state le ragioni che hanno portato a questi tragici gesti, e quindi non sappiamo se possano eventualmente esseri anche ragioni professionali. Certo è che è luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle persone fragili e indifese mentre il fenomeno, colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti, ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette ‘professioni di aiuto’, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni di stress alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza».

La richiesta pressante è che l’amministrazione penitenziaria interrompa quello che viene definito un «continuo tergiversare su questa drammatica realtà. Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del personale di polizia penitenziaria. Come anche hanno evidenziato autorevoli esperti del settore, è necessario strutturare un’apposita direzione medica della polizia penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti».

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