mercoledì, Settembre 22

Italia, patria del diritto (e del rovescio) Se finalmente si introducesse il reato di tortura...

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Duecento cinquanta anni fa, tondi tondi, un nobile milanese, Cesare Bonesana Beccaria, marchese di Gualdrasco e di Villareggio, dava alle stampe, inizialmente come “Anonimo”, e solo successivamente rivendicata, una breve opera in quanto a formato, ma destinata a “segnare” nei secoli: quel ‘Dei delitti e delle pene’, contro la tortura e la pena di morte che da subito ha un enorme fortuna in tutta Europa e nel mondo: Thomas Jefferson e i padri fondatori degli Stati Uniti, che la leggono direttamente in italiano, e da quel “libretto” prendono spunto per le nuove leggi americane; e in particolare in Francia incontra l’apprezzamento entusiastico dei filosofi dell’ “Encyclopédie”, di Voltaire (che intraprende una corrispondenza con Beccaria) e dei philosophes più prestigiosi che lo traducono entusiasti (la versione francese è opera dell’abate filosofo André Morellet, con le note di Denis Diderot), considerandolo un vero e proprio capolavoro. Nel 1766 il libro di Beccaria viene messo all’Indice, a causa, vedi un po’, della distinzione tra peccato e reato.
Un libro, quello di Beccaria, che capovolge radicalmente la legislazione giudiziaria dei suoi tempi, “rivoluzionario”, si può ben dire: detta infatti il principio per cui la determinazione di pene e delitti deve basarsi esclusivamente in base a un codice ben fatto e definito di leggi, e dunque al bando l’arbitrio o l’influenza del giudice, fino ad allora dominanti, e questo per la semplice ragione che essendo un uomo anche il giudice, può lasciarsi trascinare o influenzare dai propri istinti o interessi.
I 250 anni verranno senz’altro ricordati con celebrazioni e solenni appuntamenti. La cosa migliore sarebbe se finalmente anche in Italia venisse introdotto il reato di tortura, che nei nostri codici non viene contemplato e questo nonostante il nostro paese abbia sottoscritto e firmato da anni le relative convenzioni internazionali. Anche per questo sono state possibili vicende come il caso Cucchi, recentemente riportato all’attenzione dell’opinione pubblica con la sentenza assolutoria in Appello, o la “macelleria messicana” che si consumò in occasione del vertice del G8 a Genova.
Un punto di partenza. Quello di arrivo dovrebbe/potrebbe essere l’abolizione del carcere inteso come pena centrale della punizione. Costituirebbe una misura rivoluzionaria che metterebbe l’Italia alla pari con i paesi più avanzati, ben oltre l’introduzione di penalità sostitutive, e comporterebbe una revisione radicale e complessiva dell’attuale sistema penale.
Torniamo con i piedi per terra. Scorriamo le cronache di queste ultime settimane. I sismologi del ‘Comitato grandi rischi’ , nel 2012 condannati in primo grado all’Aquila a sei anni di carcere, sono assolti in appello dall’accusa di avere causato l’omicidio colposo di 13 persone morte nell’aprile 2009 per il terremoto.
Il costruttore romano Francesco Bellavista Caltagirone, è assolto a Imperia dall’accusa di truffa ai danni dello Stato nella costruzione del porto, che nel marzo 2012 gli era costata un arresto e 9 mesi di carcere. Renato Schifani, ex presidente del Senato, per essere prosciolto su richiesta del pubblico ministero, ha dovuto attendere quattordici anni, costellati da insinuazioni e sospetti di contiguità con la mafia. Giuseppe Orsi, ex amministratore delegato di Finmeccanica, è assolto dall’accusa di corruzione internazionale sulla vendita degli elicotteri all’India (ma condannato per false fatturazioni) dopo quasi due anni di processo e 83 giorni di carcere…Fermiamoci, si potrebbe andare avanti ancora per molto.
“Una lunga serie di assoluzioni e proscioglimenti sta chiudendo in tribunale alcune tra le vicende che più a lungo e con maggiore violenza hanno dominato i media negli ultimi anni, distruggendo carriere e vite con una gogna crudele e insinuante. È decisamente un autunno caldo, per la giustizia italiana”, commenta il vice-direttore del settimanale ‘Panorama’ Maurizio Tortorella: “Chi, in questi casi prova a criticare chi alla fine delle indagini preliminari chiedeva, frettolosamente, condanne esemplari e ghigliottina viene subito aggredito con il ragionamento opposto: perche’ protestate?, rispondono i “giustizialisti”, se alla fine arrivano le assoluzioni, questo significa che la giustizia in Italia funziona”.
Un ragionamento che lascia il tempo che trova. Troppo spesso chi nelle redazioni si schiera con l’accusa, pratica un gioco perverso: legandosi mani e piedi al pubblico ministero, infatti, il cronista sa di conquistarsi una facile fonte. Poco importa che le accuse che per giorni, settimane, mesi si riversano su giornali e in tv abbiano una base logica, un contraddittorio, un fondamento. Quello che conta è colpire l’indagato, l’arrestato. Prevale sempre una presunzione di colpevolezza che è l’esatto contrario del precetto costituzionale. E il cronista diventa un megafono. Il processo vero, quello che si svolge in tribunale di fatto, non interessa a nessuno. E poco importa anche come si concluderà. Tutto ciò è sconfortante. Poi uno prova a mettersi nella testa del cittadino qualunque, se non in quella di un potenziale investitore estero che legge distrattamente qualche cronaca giudiziaria italiana. In entrambi deve prevalere una sensazione d’incertezza assoluta. E la crescente convinzione in questo Paese la giustizia sia tutt’al più una roulette. Perché di quali temi tratta, la riforma della giustizia? Delle fondamentale questione delle ferie dei magistrati. Se poi qualcuno alza la testa e prova a pronunciare le parole «responsabilità civile», subito l’Associazione Nazionale dei Magistrati parla di «attacco all’indipendenza» e minaccia scioperi. Duecentocinquanta anni dopo la pubblicazione “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria!

 

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