venerdì, dicembre 14

Italia: lo Stato sprovvisto di futuro

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E se vi dicessero che è possibile conoscere le conseguenze di un’azione prima che questa venga effettivamente compiuta? Non è utopia, né una favola illusoria, né, tantomeno, stiamo parlando di sfere di cristallo. E’ qualcosa che si può fare davvero e lo strumento per farlo ha un nome preciso: Futures Studies.

Ovvero studi di previsione e di anticipazione a lungo termine messi a punto, attraverso metodi di analisi precisi, da esperti con le più disparate specializzazioni, tutte al servizio di un imponente interesse: il nostro futuro. Non stiamo parlando di studi nati da qualche anno, ma di una materia che ha parecchi anni di vita. Il nostro Paese è stato la culla di una delle prime esperienze al mondo in questo campo, il Club di Roma, associazione di studiosi i cui propositi sono tutt’ora portati avanti. I Futures Studies hanno visto una proliferazione in numerosi Paesi del mondo. Tantissime università hanno predisposto corsi di previsione sociale e lo hanno fatto ricordando che l’istruzione è sempre alla base di tutto e considerando che gli studenti di oggi saranno la classe dirigente di domani.

Molti Governi hanno compreso le potenzialità di questi studi e, soprattutto, hanno capito che, analizzare i possibilifuturidi una decisione di qualunque natura, ha un risvolto fondamentale per landamento della politica, delleconomia e della società in generale. Questa dovrebbe essere la priorità della politica che, per definizione, dovrebbe guardare al bene comune. L’importanza della materia è evidente e di una chiarezza cristallina, eppure, il nostro Paese non si è mai dotato di un gruppo di studio che desse un occhio al futuro. Non abbiamo una Commissione apposita, come invece accade in Finlandia, ad esempio, o anche in Colombia. I nostri politici, fino ad ora, non si sono preoccupati di questo. Ne abbiamo parlato con Eleonora Barbieri Masini, professore emerito della Pontificia Università Gregoriana di Roma, dove ha insegnato per anni ‘Previsione umana e sociale’ ed ‘Ecologia umana’, membro onorario del Club di Roma e, per dieci anni, presidente della World Futures Studies Federation.

Può parlarmi del Club di Roma? Com’è nato?

Il Club di Roma è nato dall’amicizia di due personaggi: Aurelio Peccei, imprenditore italiano che lavorava alla Fiat ed Alexander King, fisico e chimico scozzese che lavorava alla OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Decisero di organizzare un incontro per parlare dei problemi del mondo, incontro che si tenne effettivamente all’Accademia dei Lincei di Roma nel 1968. Questo fu il nucleo fondatore in cui decisero di occuparsi di quella che poi chiamarono ‘la problematica mondiale’, riferendosi all’insieme di tutti i problemi integrati del mondo; ma era importante occuparsi anche della ‘qualità umana’ e non solo dei problemi economici e politici; Peccei lo sapeva bene ed, infatti, aveva intitolato così uno dei dei suoi libri. Affidarono al MIT (Massachusetts Institute of Technology) l’impegno di fare uno studio sui problemi a livello mondiale e sulla importanza della qualità umana. Peccei e King erano due uomini diversi che si trovarono insieme per cercare di capire cosa stava succedendo nel mondo. I due concetti che hanno fondato il Club di Roma sono stati: la problematica mondiale che iniziava ad essere piuttosto complessa e la necessità di evidenziare, in qualche modo, la qualità umana.

Cosa non ha attecchito in Italia in quegli anni? Cosa è successo al Club di Roma?

Il Club di Roma esiste ancora, fa studi, però non ha la risonanza dei primi lavori. Agli inizi del Club la maggiore risonanza si è avuta in giro per il mondo, in Russia, in Cina, in America Latina, non in Italia. Io ne sono membro onorario con altre persone. Si organizzano ancora vari incontri in diversi Paesi del mondo. Qualcosa, di questi incontri, inizia a sapersi anche in Italia, ora che anche i giovani italiani se ne stanno interessando, leggono e studiano perché incomincia ad esserci una certa consapevolezza della loro importanza.

Di cosa si occupa e si è occupata lei?

Io mi occupo da più di 30 anni di studi sul futuro. Ho due lauree, la prima in legge e la seconda in scienze sociali; sono incappata in questi studi incontrando Peccei con cui ho lavorato per molto tempo e leggendo il testo i ‘limiti allo sviluppo’ che è stato il testo fondamentale all’origine di questi studi, tradotto in tutte le lingue e distribuito in migliaia di copie. Tutti coloro che si occupano di previsione sociale in Italia e nel mondo lo conoscono; è stato il documento fondamentale di partenza in un certo senso e risale al 1972. Trattava e tratta, perché si legge ancora molto, del futuro. Il testo originale si chiama ‘The limits to growth’ il cui studio e stesura fu affidato e Donella H. Meadows in particolare. E’ conosciuto ovunque, molto meno in Italia, un po’ stranamente.

E’ evidente un ritardo nella seria considerazione dei Futures Studies nel nostro Paese: perché?

Certo l’Italia è stata molto indietro. Indubbiamente c’è stata una scarsa capacità di assorbire questa materia. Io l’ho insegnata per 30 anni all’Università Gregoriana e, in effetti, è stata la prima cattedra di previsione umana sociale nel nostro Paese. La cattedra corrisponde alle equivalenti sui Futures Studies in tutto il mondo, in America, in Inghilterra, in tutti i Paesi del nord Europa, in Spagna, in Ungheria. Ci sono anche corsi in Asia, Giappone, in India, tutti hanno corsi simili nelle università. All’estero ci sono università specializzate con corsi in questo campo. La Colombia, ad esempio, ha da sempre dei corsi universitari indirizzati proprio a coloro che si occuperanno di politica; il Cile, invece, li ha secondo la posizione politica del momento. Ci sono anche in Asia: Cina, Giappone, India, Pakistan. I giovani che hanno seguito il mio corso alla Gregoriana, in questi anni, lavorano in Italia ma provenendo, molti di loro, da altri Paesi, hanno fondato lì, dei centri universitari che si occupano di Futures Studies. Ci sono anche gruppi governativi specializzati sul futuro aiutano i Governi ad andare avanti. In Italia questo discorso ha avuto una presa minore. Infatti, ricordo benissimo con Peccei di essere andata per anni da politici di diverso orientamento a parlare e a spiegare che era importante guardare al futuro e cercare di avere degli strumenti per capire cosa poteva accadere in termini alternativi. Il futuro è sempre alternativo, non possiamo dire domani sarà, domani sarà, se. Questo è il concetto di base. Qui si parla di ‘futurologia’, ma questo termine inventato da Ossip Flechtheim oramai non si usa quasi più. In Francia si parla di ‘perspectives’, ci sono da decenni e decenni; il termine fu inventato da Gaston Berger negli anni ’60, mentre Bertrand de Jouvenel è stato il fondatore del Centro e della rivista ‘Futuribles’ a Parigi, il più famoso gruppo Europeo di Futures Studies in Europa; ancora lavora ed è consultato continuamente dal Governo. Ora è diretto dal figlio Hugues de Jouvenel. Tutti i Paesi del Nord Europa adesso hanno gruppi governativi esperti di Futures Studies. Non noi.

Perché la politica non ha ascoltato?

Non so dirlo, ci siamo sempre chiesti perché. Io e Peccei che era un uomo molto conosciuto per via della sua professione di dirigente Fiat, uscivamo dagli incontri con i politici sempre delusi e sconcertati da questa incapacità di guardare ad un fatto molto semplice, ovvero che le decisioni che prendiamo oggi, soprattutto a livello politico, hanno un impatto molto importante sul futuro. Sono proprio queste decisioni che prendiamo oggi che cambiano o non cambiano il futuro. Io ne ho scritto parecchio. Il Club di Roma esiste ancora e negli altri Paesi lavora e ha un’influenza sulle decisioni politiche, non c’è dubbio. L’Italia ha avuto una difficoltà. Adesso, però, sembra esserci una iniziale percezione della necessità di andare avanti. Da noi non c’è un gruppo politico che si occupa di studi di anticipazione e anche se ora alcuni politici sanno qualcosa e mi interpellano, non accade ancora niente di più. Ma confido nella nuova generazione; molti si stanno interessando e spero che possano essere a disposizione delle decisioni, sia di natura economica che politica. Non c’è mai stato un tentativo ufficiale, da parte della politica italiana, di costituire un gruppo che guardasse al futuro; c’è stato qualche politico che mi ha parlato, e che ci ha pensato un po’ su, ma iniziative vere e proprie non ne hanno mai prese. Non si rendono proprio conto, secondo me, che quello che decidiamo oggi ha un impatto sul futuro e che, quindi, dobbiamo vedere quali sono i possibili impatti di qualunque decisione prendiamo, perché è chiaro che non è solo uno il futuro, ma ci sono una serie di possibili, probabili e desiderabili futuri. E’ importante vederla in questi termini. Ad esempio, allungare gli anni della scuola elementare dei bambini, ha un impatto sul futuro del Paese che può essere di vario tipo. Dobbiamo cercare di capire come agire nei prossimi 10 o 15 anni.

Quanto incide questa mancanza sulla politica e sulla crisi dei partiti?

Ha inciso moltissimo e continua ad incidere; qualcuno comincia da qualche anno a pensare quali possono essere le conseguenze delle proprie decisioni. La Fiat ha cominciato a farlo a suo tempo e sicuramente, grazie a questi studi, sa qualcosa del futuro, ma ovviamente, non sappiamo cosa. E così anche altri studiosi tra cui i nostri gruppi di Napoli e di Trento. I partiti, invece, forse sono talmente occupati a guardare il proprio presente e a risolvere i propri problemi che non capiscono l’importanza di questa materia. Dovrebbero sapere che risolvere i problemi di oggi non basta. Occorre farlo in funzione del domani, perché, i cambiamenti del mondo sono enormi ed hanno una velocità notevole.

Quindi pensa che si stia muovendo qualcosa?

Credo che adesso siamo sulla via del cambiamento; ci si accorge che i mutamenti pervadono ormai ogni contesto: politico, sociale, economico. E’ necessario cercare di guardare avanti; la Francia già dagli anni 60 lo sta facendo e così l’Olanda, la Spagna, l’Ungheria, la Norvegia, l’Inghilterra, la Svezia, la Finlandia. Quest’ultima è molto forte in questo senso, il loro gruppo di esperti di Futures Studies è sostenuto ed utilizzati dal Governo, in cui vi è un apposito gruppo. L’Italia è ancora piuttosto indietro anche se forse su qualcosa si comincia ad intravedere qualcosa. E’ necessaria una consapevolezza maggiore. Io sono stata interpellata a mio tempo ma, ho visto che i politici non hanno la forza di utilizzare questo strumento come fanno gli altri Paesi. C’è quasi un’ostilità a guardare avanti e a guardare al presente cercando di risolvere i problemi odierni. la Commissione Europea, però, se ne occupa da qualche tempo.

Come ed in che cosa aiuterebbe la ‘futurologia’ nel quadro della società odierna?

Aiuterebbero moltissimo perché è importante vedere quali sono le possibili conseguenze di qualsiasi azione politica. Sono tanti i punti su cui concentrarsi, non c’è un unico risultato di una decisione ma vari possibili conseguenze, vari futuri alternativi da guardare nei prossimi 10 anni almeno. Bisogna capire quali sono queste conseguenze per agire in funzione di quello che può essere più utile per la nostra società.

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