domenica, Settembre 19

Italia – Libia: il fattore Minniti

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Uno degli attori principali nel piano strategico italiano è l’Eni. Infatti, nonostante la crisi che ha colpito la Libia e tutti i problemi che ne sono derivati, il petrolio è stato l’elemento che ha permesso al Paese di non sbriciolarsi, rimanendo il fulcro della loro economia. Dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, le attività di estrazione sono state, per la maggior parte, interrotte e anche dopo, la situazione così instabile del Paese rendeva problematica l’estrazione e la vendita. La minaccia dello Stato Islamico ha posto un ulteriore problema, anche perché la sede operativa dell’IS è stata posta proprio nella zona petrolifera di Sirte.

Solo nel 2014 la situazione è migliorata, l’esportazione verso l’Europa è ripresa e il petrolio è divenuto uno dei motivi di apertura del dialogo tra la Libia e gli altri Stati. Come sottolinea il report, quando si parla di Libia, si deve riflettere sul fattore del greggio, poiché è un elemento essenziale affinché possano mettersi in piedi solide politiche sociali ed economiche nel Paese. Il suo «enorme potenziale di guadagno è un fattore di stabilizzazione» e se sfruttato bene può portare ad una ritrovata unità nazionale.

Alla luce di questo si percepisce come il ruolo dell’Eni sia fondamentale. Inoltre, occorre precisare che il nostro Paese è il primo importatore di gas libico grazie al gasdotto gestito dalla stessa Eni, per noi essenziale perché l’unica fonte di gas insieme a quella russa. Con la strategia intrapresa dal Governo italiano, di cui l’Eni ne è diventata parte, sono state create opportunità lavorative e delle alternative che consentissero alle persone di fuggire dal mercato nero e dal contrabbando di petrolio. L’Eni è stabile in molte aree in Libia e rappresenta un’importante figura per la stessa popolazione.

Come si legge nel report, il 60% della produzione giornaliera (35 milioni di metri cubi di gas) alimenta il mercato locale e permette alle centrali elettriche di funzionare. Chiara è anche la speranza che il sostegno e gli investimenti della società possano dirigere le decisioni future di Serraj verso un mutuo guadagno. Intenzione dell’Italia è quella di sfruttare il suo rapporto con la Libia per rivestire il ruolo di protagonista nella ripresa economica e politica del Paese.

Ma non meno importante nella strategia è l’attenzione nel coinvolgere la popolazione; se, infatti, non si tutelassero in primis le persone, soprattutto quelle più colpite dalla crisi, la percezione nel Paese sarebbe diversa e si rischierebbe di permettere ai gruppi armati di prendere in mano la situazione. L’obiettivo della sicurezza e della stabilità sarebbe così prossimo al tragico sgretolamento. Ciò che si è verificato in Libia è stato un impegno multilaterale tra ONU, Italia e settore privato. E’ chiaro che un maggior dialogo tra Libia ed Europa porterebbe lItalia a rivestire un ruolo centrale nel quadro di una strategia di affronto delle crisi e di ricostruzione in cui a lavorare insieme sono il pubblico e il privato.

Tra il 2016 ed il 2017 l’Italia ha sviluppato un progetto di intervento, discusso con Bruxelles, in favore del Governo libico, i cui elementi sono stati portati avanti da Minniti, deciso a far comprendere le potenzialità che l’Italia ha su quel fronte, sia di carattere economico che legate all’interesse di frenare il traffico di migranti. Il fine è quello di fortificare la Libia per permetterle di controllare meglio le sue frontiere. Il focus su cui insistere sembra essere il sud del Paese, caratterizzato da confini completamente incontrollati e, perciò, il primo fattore di preoccupazione per l’Italia, sia per la questione dei migranti che per gli ulteriori traffici di armi e di stupefacenti che vanno ad alimentare il terrorismo internazionale e le organizzazioni criminali. «Fermare questi traffici attraverso un controllo capillare e possibilmente congiunto non solo gioverebbe alla stabilizzazione dell’economia libica ma anche di rimando alla sicurezza italiana ed europea», si legge nel report.

Nello scorso febbraio, Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il Premier Serraj hanno firmato un accordo volto a contrastare il traffico di migranti, nonché il contrabbando tra le sponde sud e nord del Mediterraneo; l’accordo vede la partecipazione attiva della Libia dietro l’aiuto materiale per il compimento di quanto deciso. Il piano Minniti, prevede, però, molto altro e potrebbe essere proposto ufficialmente anche al Consiglio d’Europa. Gli obiettivi da raggiungere, così come descritti dal report, sono sette: rafforzare la capacità della Libia nella sorveglianza marittima, dare loro assistenza per la definizione di un’area marittima SAR (Search and Rescue), istituire una MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre) e una centrale operativa di coordinamento di salvataggio, assistere la guardia costiera di Tripoli nelle procedure SAR, irrobustire la cooperazione tra le agenzie internazionali e le autorità libiche, intensificare gli interscambi operativi marittimi con l’Italia e gli altri stati Ue, sviluppare le capacità di intervento ai confini di terra nel controllo dei traffici di esseri umani e di soccorso ai migranti in fuga.

Riveste un punto fondamentale la centrale operativa MRCC e la formazione del personale locale; si dovrebbe arrivare a 132 membri di equipaggio in formazione entro il 2017 e che riescano ad operare già dal 2018. Partecipano al progetto la Polizia di Stato, i tecnici del ministero dell’Interno e la Guardia Costiera italiana incaricata dell’addestramento. In campo l’ipotesi di consegnare otto motovedette, programmare una manutenzione triennale della flotta libica ed un cantiere nel porto di Tripoli, nonché definire la formazione per il personale libico destinato al controllo delle coste. Si parla anche di mezzi da predisporre, tra cui circa dieci gommoni, 30 Suv e una decina di autobus e ambulanze, quattro barche di pattugliamento e dispositivi di comunicazione satellitari.

Essenziale è l’azione coordinata degli attori europei e internazionali. Tra questi il report segnala Frontex, l’operazione Eunav FormedSophia, la delegazione dell’Ue in Libia, l’Eubam (EU Border Assistance Mission in Libya), ma anche l’OIM e l’UNHCR, nonché l’alto commissariato ONU per i rifugiati. L’Italia è in prima linea sul fronte libico e non a caso ha riaperto, con tutti i rischi connessi, la sede diplomatica a Tripoli. E’ opportuno considerare che però, il supporto ad uno Stato in difficoltà, va di pari passo con la questione della corruzione e dell’opportuna creazione di un sentimento nazionale di primaria importanza. Inoltre, non è certo che dopo gli sforzi e le azioni predisposte si riesca a realizzare quanto sperato.

Certo è che bisogna considerare anche il ruolo centrale che giocano le varie tribù, i gruppi criminali, nonché i Paesi di ‘passaggio’. Nell’Aprile del 2017, i rappresentanti delle tribù del sud della Libia si sono incontrati a Roma con Minniti per parlare di sicurezza. Il lavoro italiano ed europeo sta coinvolgendo anche i Paesi di transito, specie il Niger, ma senza il supporto delle autorità libiche e degli attori principali nel Paese non si potrà ottenere un completo controllo della situazione. Le difficoltà sono immediatamente intuibili se si pensa alla lunghezza del confine di 5.000 km del sud della Libia e alla molteplicità dei soggetti coinvolti in quelle aree. Circa 60 tribù hanno firmato un accordo per la predisposizione di una guardia di frontiera libica a presidio dei confini meridionali. «Sigillare la frontiera a sud della Libia, significa sigillare la frontiera a sud dell’Europa e centellinare gli arrivi sulle coste prima di Tripoli e poi di Roma», si legge nel report.

Questi, quindi, gli obiettivi portati avanti da Minniti e dal nostro Governo in attesa che gli altri Paesi siano disposti ad una maggiore collaborazione su questa linea.

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