lunedì, Settembre 20

Italia: le principali minacce per il Paese secondo i servizi segreti Dal jihadismo all' estremismo politico, i servizi segreti, nella relazione presentata oggi, illustrano le principali criticità

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Nonostante i possibili contrasti all’ interno dell’ organizzazione, la sua impalcatura non è deflagrata, ma, anzi, vedendosi, quasi all’ angolo militarmente, ha aumentato la sua azione di propaganda, nel tentativo di convincere quanti più individui possibili nella lotta a difesa dello ‘Stato Islamico’: si pensi, ad esempio, agli attacchi che l’ Europa, e non solo, ha subito negli ultimi mesi. Quel che appare certo agli occhi degli operatori di sicurezza è la tendenza di DAESH a «sminuire la rilevanza delle perdite patite sul terreno, esaltando per contro la retorica del martirio e la resilienza dei suoi combattenti … In coerenza con questa narrazione, l’organizzazione ha progressivamente enfatizzato la rilevanza del jihad individuale, con accenti istigatori rivolti anche a donne e bambini, non mancando di fornire indicazioni e suggerimenti» per eventuali attacchi. In questo modo, dilaga la sensazione di insicurezza e aumenta il numero di coloro che si convincono di voler combattere la jihad.  

Il network qaedista non pare perdere ‘appeal’ per i «gruppi minori attivi soprattutto nell’Asia meridionale, nel Sud-Est asiatico e in Libia» e l’ Europa rimane nel mirino, come è stato confermato, dagli attacchi (18), compiuti da ‘lupi solitari’, nel 2017, all’ insegna dell’ «imprevedibilità ed economicità, facilità di esecuzione e alta probabilità di successo».

«Per l’Italia» – sostiene la relazione – « la minaccia terroristica resta attuale e concreta, non solo in ragione del ruolo di rilievo che il nostro Paese da sempre occupa nell’immaginario e nella narrativa jihadista, ma anche per la presenza sul territorio nazionale di soggetti radicalizzati o comunque esposti a processi di radicalizzazione».

Da questo punto di vista, non poca attenzione è stata riservata ai foreign fighters – 129 quelli collegati direttamente o indirettamente all’ Italia –, che, dopo aver combattuto in diversi teatri di conflitto, tornano nei Paesi d’ origine e vogliano sferrare attacchi: quello che viene definito dall’ intelligence “effetto blowback”. E’ anche vero, però, che nel 2017, le schiaccianti sconfitte militari subìte da DAESH non si sono tradotte in un aumento del fenomeno foreign fighters, bensì in un diverso ridispiegamento dei combattenti nei vari teatri di conflitto. Rimane comunque alta la guardia, soprattutto perché alcuni ex-jihadisti potrebbero rientrare nei rispettivi Paesi d’origine  arrendendosi o chiedendo assistenza per esser rimpatriati oppure in modo illegale. In quest’ ottica, la regione balcanica continua ad essere sorvegliata speciale. Se sul versante delle partenze, nell’ anno passato, per quanto concerne l’ Italia, non sono state registrate nuove partenze in direzione del teatro siro-iracheno, su quello dei ‘ritorni, c’è stato un solo caso.

Un ulteriore rischio è rappresentato dagli estremisti, cosiddetti ‘homegrown’, «mossi da motivazioni e spinte autonome o pilotati da ‘“registi del terrore”. Il nostro Paese è investito, del resto, dall’attività propagandistica ostile di DAESH, organizzazione che appare determinata ad alimentare il fenomeno della radicalizzazione on-line anche in Italia, ricorrendo in molti casi alla divulgazione di messaggi tradotti o sottotitolati nella nostra lingua. Una pressione di natura istigatoria, questa, che ha continuato a coniugarsi con l’attivismo di “islamonauti” italofoni e di italiani radicalizzati impegnati a diversi livelli: dal proselitismo di base a più significativi contatti con omologhi e militanti attivi all’estero, compresi foreign fighters e soggetti espulsi dall’Italia per motivi di sicurezza … Essa trova alimento, oltre che negli ambienti virtuali del web e nel contesto di circuiti parentali/relazionali di difficile penetrazione, anche in centri di aggregazione – grazie all’ascendente di alcuni imam di orientamento estremista, itineranti o stanziali, capaci di stimolare pulsioni anti-occidentali – e negli istituti carcerari, fertile terreno di coltura per il “virus” jihadista, diffuso da estremisti in stato di detenzione».

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