mercoledì, Aprile 14

Italia, lavoro in macerie La crisi, i suoi numeri, e le ricette del Governo Renzi da applicare in un Paese disarticolato e consumato

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Nel 1989, nel corso di un’intervista realizzata a Tempio Pausania da Vincenzo Mollica, andata in onda nella rubrica ‘TG1 Sette‘ RAI, Fabrizio De Andrè, rispondendo a una domanda sulla paura, se ne uscì con una riflessione da incorniciare: «Io ho paura di quello che non capisco». Chissà, cosa direbbe oggi il poeta, di fronte alla prateria di indeterminatezza rappresentata dal Jobs Act, la ‘grande’ riforma del lavoro, descritta dal Governo Renzi, come la soluzione per sconfiggere la disoccupazione. Stiamo ai fatti: il Jobs Act è tuttora sospeso nella fase delle ‘chiacchiere e distintivo’, non è completo, è ancora impostato su singoli provvedimenti, contiene una delega molto ampia, quasi tutta in bianco, e un pacchetto di indicazioni assai generiche. Principi e indirizzi che dovranno concretizzarsi nelle prossime settimane, 45 giorni almeno, per redigere i decreti attuativi, senza i quali, l’importante riforma strutturale del lavoro resterebbe lettera morta. Alla fine, sarà la prova dei fatti a decretare l’efficacia della legge. Solo dopo l’effettiva applicazione sarà svelata la natura del Jobs Act e si scoprirà, pur concedendo il fisiologico periodo di rodaggio, se si tratta di veleno, panacea o medicina per il disastrato mercato del lavoro italico.

I dati parlano chiaro: la disoccupazione generale è attestata al 12,6%, mentre quella giovanile, tra le più alte d’Europa, è lievitata al 42,9%. Percentuale mostruosa dalla quale, oltretutto, sono escluse due categorie: i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, ad esempio, perché impegnati negli studi, e i ‘neet’, giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale. Nel nostro Paese sono oltre due milioni: un esercito immobile di nuovi analfabeti lavorativi che rischia di non contribuire mai al sistema previdenziale.

I risvolti sociali del fenomeno sono pesanti: la disoccupazione giovanile alimenta il rischio della ‘sindrome di Peter Pan’: in Italia, Grecia e Spagna il 50% dei giovani fanno figli più tardi, 36 anni per gli uomini e 32 per le donne, a fronte di una media europea rispettivamente di 34 e 30 (dati Eurofound). E’ una generazione di giovani perduta, senza prospettive e alcuna sicurezza.

I tagli all’educazione, inoltre, non hanno aiutato. Un recente rapporto della Commissione Europea vede il nostro Paese già ultimo nel continente per percentuale di risorse pubbliche destinate alla scuola. L’insegnamento è allo sfascio, minato da un precariato enorme, disperso in liste d’attesa dove si resta parcheggiati per anni in attesa di un posto di lavoro. In Italia, i precari inseriti nelle Graduatorie ad esaurimento, le cosiddette Gae, sono 140.600. Il Governo Renzi ha promesso di assumerli tutti entro settembre 2015. Lo ha scritto nel rapporto sulla ‘Buona Scuola’, e lo ha ribadito nella legge di stabilità, nelle cui pieghe, è stato creato un fondo di 4 miliardi per le immissioni in ruolo. Tuttavia bisognerà fare i conti con un problema: secondo le stime di ‘Tuttoscuola’, almeno 30mila di quei precari, negli ultimi tre anni, non hanno mai insegnato: né supplenze annuali, né supplenze brevi. Tra pochi mesi -se la loro stabilizzazione sarà effettivamente confermata- saliranno in cattedra. Con quale grado di preparazione ?

Considerando solo le percentuali ufficiali di coloro che hanno dichiarato lo stato di disoccupazione, scopriamo che nel nostro Paese 698mila ragazzi sono fermi, senza uno straccio di impiego. Un numero enorme che tuttavia impallidisce rispetto al dato della disoccupazione totale: le ultime stime parlano di 3milioni e 286mila italiani senza lavoro. Immaginate la somma degli abitanti di Milano, Torino, Genova e Bologna, periferie comprese.

Una sciagura collettiva confermata dall’ultima rilevazione effettuata dall’istituto Swg di Trieste, secondo cui la questione del lavoro rappresenta oggi la maggior preoccupazione per il 51% degli italiani, con punte che in alcune regioni superano il 70%. Altrettanto indicativo il risultato offerto dall’indagine condotta da Coldiretti/Ixè secondo cui ben 7 italiani su 10 si sentono minacciati dal pericolo di perdere il lavoro.

In questo panorama fortemente depresso, anche chi ha un lavoro vive una condizione di sofferenza. Le buste paga sono lo specchio delle difficoltà: in Italia la retribuzione netta percepita dai lavoratori è troppo bassa, a fronte di un costo lordo sicuramente eccessivo. Ad aggravare il quadro, lo stato di salute delle aziende che si riflette nel ricorso agli ammortizzatori sociali: alla fine del 2014, il muro del miliardo di ore di cassa integrazione sarà nettamente superato. Una sventura che si accompagna alla contrazione progressiva degli investimenti.

Insicurezza, disagio, timore di perdere il posto, recessione, l’Eurozona sull’orlo della deflazione. Fattori talmente negativi che persino la notizia dell’aumento contemporaneo di disoccupati e occupati, genera ottimismo nel Governo; salvo poi scoprire che il tanto ‘twittato’ ‘L’Italia Riparte’ è dovuto essenzialmente alla diminuzione del numero di persone inattive che, da scoraggiate, si sono rimesse a cercare un impiego e lo hanno trovato, seppur precario e di infima qualità: più di 400mila attivazioni che si sono registrate nell’ultimo trimestre sono durate solo un giorno e oltre 900mila contratti meno di un mese. Ma si possono definire lavori ? E’ corretto inserirli in una statistica ? Il dubbio è lecito. I dati del Ministero del Lavoro, peraltro, confermano la crescita delle attività precarie: nel secondo trimestre del 2014 il 70% circa delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a termine, mentre solo il 15,2% attraverso contratti a tempo indeterminato.

Lavoro povero, occupazione stabile polverizzata, industria arroccata su posizioni declinanti. Le grandi aziende italiane sono pochissime e sono sempre meno quelle medie che diventano grandi. Un altro problema è il basso livello d’istruzione degli imprenditori italiani: il 70 % non è laureato, mentre in Germania accade il contrario.

La fotografia è quella di un Paese segnato dalle diseguaglianze, dove il lavoro viene continuamente mortificato, anche nelle aule dei Tribunali. Emblematico, in tutta la sua orrenda valenza, il colpo di spugna giudiziario inferto nella sentenza del Processo Eternit. E come ignorare il clima che si respira nelle piazze? -non ultime le manganellate agli operai delle Acciaierie di Terni; la moltiplicazione giornaliera delle aree depresse; il dramma feroce vissuto dalla Sardegna, travolta da una crisi economica e sociale che sta affossando tutti i distretti industriali dell’isola; i contraccolpi patiti dal commercio nelle aree stravolte dalle alluvioni. Sono solo una piccola parte delle emergenze nazionali in corso.

Di fronte alle macerie e ad un quadro sociale in decomposizione, ecco la legge sul lavoro, il Jobs Act. Secondo il Governo, l’antidoto al declino, il salto in avanti, «la riforma più di sinistra di sempre che non lascia indietro nessuno». I contenuti del provvedimento (la cui totale copertura finanziaria è ancora un nodo da sciogliere) rappresentano davvero il volano per la ripresa? Un ripasso di alcuni punti cruciali evidenziati dal Governo può essere utile. Ecco una rapida rassegna.

Nuova disciplina per i licenziamenti di natura economica con indennizzi monetari, certi e crescenti, in proporzione all’anzianità aziendale e contributiva del lavoratore. Il concetto di fondo è che una volta licenziato, il lavoratore va a casa, con in tasca qualche mensilità di stipendio. Il diritto alla reintegra – il recupero del posto di lavoro – resterà soltanto per i licenziamenti discriminatori e, solo in alcuni casi, per i licenziamenti disciplinari. Un altro concetto cardine del Jobs Act è lavorare meno e lavorare tutti attraverso l’applicazione estensiva dei contratti di solidarietà: aumentare cioè l’organico riducendo l’orario di lavoro e, di conseguenza, anche la retribuzione. E ancora: nei processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale è previsto il passaggio del lavoratore da una mansione all’altra, compresa la possibilità di arretramenti (demansionamenti) che comporteranno, ovviamente, una riduzione degli stipendi. Sarà poi impossibile autorizzare la cassa integrazione in caso di cessazione di attività aziendale.
Il Jobs Act prevede, inoltre, la riduzione delle tasse per chi assume stabilmente: l’imprenditore è esentato dal pagamento dei contributi per i primi tre anni; nessun vincolo a non licenziare dopo il terzo anno, ad agevolazioni esaurite. Un’altra misura riguarda lintroduzione, eventualmente in via sperimentale, del salario minimo, che sarà esteso ai rapporti di collaborazione Co.Co.Co. Annunciata la creazione di una nuova agenzia nazionale per l’occupazione. Nella riforma viene stabilito, inoltre, il riconoscimento delle agenzie private o no-profit, che potranno aiutare i disoccupati a trovare un impiego in cambio di una remunerazione, a condizione che l’assunzione del lavoratore sia stabile. Saranno aboliti  i contratti a progetto (Co.Co.Pro). A tutte le lavoratrici verrà garantito il congedo di maternità, a prescindere dal tipo di contratto, mentre il sussidio di disoccupazione sarà uguale per tutti. Uno dei punti forti del provvedimento, infatti, dovrebbe essere la nuova indennità di disoccupazione (chiamata ‘Aspi‘) che viene erroneamente descritta come ‘universale’. In realtà, gli ammortizzatori sociali saranno estesi solo ad altri 47mila collaboratori coordinati e continuativi (quelli con più di 3 mesi di contributi versati). Se dovesse prevalere l’indicazione che i contratti a progetto verranno trasformati dalle aziende in co.co.co., allora la platea che potrebbe accedere all’Aspi, in aggiunta a quella attuale, crescerebbe fino a 320mila unità. Rimarrebbero pertanto esclusi i lavoratori parasubordinati e a partita iva iscritti alla gestione separata, i lavoratori autonomi e i liberi professionisti. Categorie comprese nella grande maggioranza invisibile’, che conta più di 25 milioni di persone, citando dati Istat stimati al ribasso. E che nonostante questi numeri, non ha voce  -il sindacato non la rappresenta; le politiche pubbliche non la considerano.
Il Jobs Act si concentra, infatti, solo sul lavoro dipendente dimenticando che il lavoro del futuro, come affermano molti economisti, sarà sempre più autonomo.

Alla luce di quanto esposto possiamo razionalmente credere nell’efficacia di queste misure?, in un Paese dove il numero dei disoccupati  è quasi pari alla popolazione dell’Uruguay.

La riforma, sicuramente, lacera e divide. Il Premio Nobel dell’Economia Joseph Stiglitz in un articolo del 26 settembre scorso pubblicato su ‘MicroMega e intitolato ‘La crisi dell’euro: cause e rimedi‘, riferendosi alla situazione italiana, lanciò un monito: «Per quanto riguarda il mercato del lavoro, ho già detto che una maggiore flessibilità non aiuterà a risolvere i problemi attuali, anzi, li aggraverà aumentando le disuguaglianze e deprimendo ulteriormente la domanda. La situazione italiana, ad esempio, vede già presente un elevato grado di flessibilità; aumentarla ancora indebolirebbe l’economia senza portare vantaggi. Bisogna essere molto cauti». Proprio l’esatto contrario dello spirito che anima il Jobs Act.

Abbiamo chiesto una valutazione della riforma ai consulenti del lavoro, professionisti in trincea, impegnati ogni giorno nella decifrazione delle norme, nell’interpretazione delle leggi e nello studio dei contratti. Le perplessità non mancano.
La riforma dei licenziamenti“,  ci spiega Luisella Dellepiane, Presidente dell’Ordine dei consulenti del lavoro di Genova e provincia, “non avrà alcun tipo di influenza ai fini di incrementare le assunzioni; la reintegra, nei casi in cui viene ammessa, è prevista per aziende con oltre 15 dipendenti. Considerando che il nostro tessuto economico è formato, per il 90%, da aziende micro e piccole, ovvero con meno di 10 dipendenti, i benefici sul versante dell’occupazione saranno, giocoforza, debolissimi“.

Presidente, nel Jobs Act si configura un’erosione dei diritti o viene effettivamente attuata una redistribuzione delle tutele ?
Ad una prima lettura non si può parlare di erosione di diritti. Il Jobs Act contiene una qualche tutela in più di ordine economico per i soggetti discriminati, ad esempio i lavoratori atipici, ma niente di più. Diciamo che per una tutela economica ampia, auspicabile e davvero per tutti, occorrerebbero risorse che al momento non mi pare siano disponibili. Ad esempio, l’introduzione del contratto a tutele crescenti prevede, per l’imprenditore che assume, una decontribuzione per i primi tre anni. Bisognerà valutare attentamente se la misura rivestirà un carattere  universale e soprattutto occorrerà conoscere  l’entità degli stanziamenti statali che il provvedimento riuscirà ad intercettare. Il dubbio, al momento,  rimane.

Oltretutto, allo scadere dei tre anni, con la cessazione delle agevolazioni, l’imprenditore non sarà vincolato al mantenimento dell’assunzione.
Sì, in linea teorica, anziché un incentivo, la decontribuzione potrebbe ampliare la precarizzazione; sembra inoltre che con la legge di stabilità’, che va letta in binario con il Jobs Act, si vogliano eliminare le agevolazioni previste dalla legge 407 che, tra l’altro, già prevede una decontribuzione in grado di incentivare le assunzioni. Non penso sia opportuno privare le aziende di questo aiuto”.

 

 

Nel Jobs Act si mette mano alla liberalizzazione dei licenziamenti. Eppure, molti non sanno, che in Italia già esistono forme assai ‘raffinate’  per liberarsi del personale in esubero. La strategia in assoluto più utilizzata è l’affitto del ramo d’azienda, uno strumento previsto dalla legge, che in realtà, nasconde trappoloni devastanti. Le imprese che dichiarano di voler attuare processi di ristrutturazione ed esternalizzazione, e hanno l’esigenza di diminuire il personale, anziché avviare drastiche procedure di licenziamento, che comporterebbero l’esborso delle liquidazioni (Tfr), ricorrono sempre più spesso al trasferimento di un ramo d’azienda. Con questa procedura, migliaia di lavoratori italiani cadono ogni anno dalla padella alla brace. Il meccanismo è semplice: l’azienda si libera dei dipendenti (e dei loro Tfr) cedendoli ad imprenditori che nella stragrande maggioranza dei casi si incaricano di svolgere il lavoro sporco: quello di pilotare il ramo d’azienda verso il fallimento (spesso mediante il coinvolgimento di prestanome), scaricando così l’erogazione dei tfr sugli istituti di previdenza. Secondo la Corte di Giustizia europea, il dipendente può rifiutare la prosecuzione del rapporto con il cessionario e, conseguentemente, optare per il mantenimento del vincolo contrattuale con il cedente. In tal caso, però, alla luce del diritto italiano, il datore di lavoro cedente potrebbe recedere dal rapporto per giustificato motivo (ad esempio la cessazione d’attività) o, nell’ipotesi di cessione di ramo d’azienda, dimostrando di non potere utilizzare proficuamente il lavoratore nei residui rami non ceduti.
L’affitto del ramo d’ azienda“, spiega Luisella Dellepiane  “può effettivamente costituire uno strumento per la creazione di bad company destinate a morire, anche se non sempre è così. Di fronte a questa procedura, spesso anticamera della perdita definitiva dell’occupazione, i lavoratori hanno ben pochi strumenti. E’ un problema serio”.

Massimo Mucchetti nel suo saggio ‘Licenziare i Padroni ?’, pubblicato nel 2003, ponendo l’accento sulla deriva etica di certa imprenditoria mercenaria, scriveva: «L’articolo 18 non è più un dogma, nemmeno a sinistra. E allora diventa interessante chiedersi se non sarebbe utile al sistema economico estendere questo principio liberista dal lavoro al capitale, e poter così licenziare anche i padroni quando questi si rivelino impari alle nuove sfide o quando, come i dipendenti improduttivi oggetto degli strali della Confindustria, perseguano le proprie personali utilità, anziché il bene superiore dell’impresa».

Torniamo alla riforma e alla sua genesi. Jobs Act, anglicismo e richiamo alla modernità, in pieno stile renziano, ricalca l’American Jobs Act, un piano da 447 miliardi di dollari, che il Presidente degli Stati Uniti aveva presentato al Congresso nel 2011. Le soluzioni elaborate dallo staff della Casa Bianca erano di stampo economico, piuttosto che normativo; proponevano un pacchetto di sgravi fiscali, tagli, investimenti ed incentivi. Tra le misure principali: la riduzione della tassazione sul lavoro in caso di nuove assunzioni, un programma di sostegno per il reinserimento, il prolungamento dei sussidi di disoccupazione e lo sviluppo di un piano di ammodernamento infrastrutturale e di opere pubbliche. LAmerican Jobs Act, però, nella sua formulazione originale, non divenne mai legge per mancanza del numero sufficiente di voti. Sorte migliore toccò, invece, al Jumpstart Our Business Startups Act, una seconda legge dal taglio fortemente innovativo, approvata con il consenso bipartisan di democratici e repubblicani, finalizzata a sostenere l’imprenditorialità e lo sviluppo della piccola e media impresa attraverso la semplificazione nella raccolta di capitale. Le disposizioni di quel JOBS Act hanno permesso, tra le altre cose, lo sviluppo di forme di  crowdfunding  d’impresa, limitando notevolmente gli adempimenti. Ad esempio, tramite la piattaforma web, oggi le piccole imprese americane possono raccogliere sino ad un milione di dollari annui di capitale da piccoli investitori – donatori, nell’ambito di un sistema, assai regolamentato, di protezione del risparmio.

I Jobs Act made in USA  rappresentano, per il Presidente del Consiglio, i modelli sui quali incardinare  il caso italiano. Le differenze tra la riforma del lavoro americana e l’impostazione italiana, denominazione a parte, sono marcate: le tipologie di contratto, al centro del dibattito nostrano, erano escluse dall’impianto legislativo dell’American Jobs Act; inoltre, se la versione di Barack Obama poneva l’accento sul rapporto di lavoro, quella di Renzi è avvitata sulle modalità di licenziamento.

Il problema -il lavoro- rischia di sopravvivere alla riforma, anche profonda, delle norme. In Italia il processo di de-industrializzazione e de-localizzazione, unito alla spoliazione dei diversi comparti (elettrico ed elettronico ad esempio), sacrificati alla concorrenza estera, ha eroso, in questi anni, il tessuto produttivo del territorio: detta in parole povere, il lavoro è scomparso, svanito. Oggi, la battaglia tra Sindacati e Governo sull’articolo 18 si gioca su un campo che è sempre più rarefatto: il lavoro in Italia.

Quanto sono adattabili i piani di riforma americani ad una realtà come la nostra, bloccata da 20 anni, disseminata di scorie, soffocante burocrazia, ritardi storici nell’innovazione, arretratezze infrastrutturali, carenza cronica di piani industriali e fibrillazioni del mercato?

L’Italia, nonostante le riforme degli ultimi decenni, è un Paese socialmente ed economicamente calibrato su una visione keynesiana del lavoro. Un mondo imprenditoriale, diffusamente assistito e partecipato dallo Stato, dove sia l’entrata che l’uscita dal mondo del lavoro erano stabilite da riti sostanziali e formali che permeavano la società stessa: scarsa mobilità, posto fisso, stipendi medio -alti e un benessere diffuso, nella propensione al risparmio tipica degli italiani. Niente eccessi e niente rischi. Una realtà scomparsa, dove in molti, però, credono ancora di vivere. Il Governo, da parte sua, spinge per abolire o modificare normative che si rifanno ad un modello profondamente diverso. La ricetta è così sintetizzata: ‘Licenzia facile, assumi facile‘, tipicamente americano. Un cambiamento traumatico che potrebbe essere gradualmente assimilato dalle nuove generazioni; emerge tuttavia un problema: al nostro Paese manca la ricchezza imprenditoriale degli Stati Uniti, il sistema Italia si è disarticolato e consumato come un’auto con una carrozzeria malandata, ma soprattutto senza motore. Per le aziende sarà più facile licenziare, ma in assenza di competizione interna e di politiche economiche nazionali in grado di indirizzare la ripresa, il mercato del lavoro si avvierà verso un sempre più rapido indebolimento della forza contrattuale del lavoratore.
In tal modo, il solco tra la minoranza sempre più esigua di ultra-tutelati e la massa di assunti dopo la metà degli Anni ’90, che progressivamente hanno dovuto rinunciare ad ogni garanzia, diventerà più profondo. Del resto, tutte le riforme del lavoro dei governi di destra e di sinistra degli ultimi 20 anni hanno seguito la parola chiave della flessibilità. Senza però introdurre garanzie davvero universali.
Già 400 anni fa il filosofo e politico Francis Bacon ammoniva: “I soldi sono come il letame che non serve se non viene sparso”.

 

 

 

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