lunedì, Settembre 20

Italia: la prevalenza degli sbracati

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Il mio amico d’infanzia, Corrado Lanzara, oggi avvocato insigne del Foro di Napoli, ha scritto ‘Brani di vita di una famiglia dell’Agro Nocerino – Sarnese – 1845 – 1929‘ per l’editore Giannini di Napoli. Certo, non voleva trasformarsi in un epigono di Thomas Mann e dei suoi Buddenbrook (anche se l’epoca che prende in considerazione s’incastona in quella che ha ispirato lo scrittore tedesco) ma credo, semplicemente, che volesse creare un arazzo familiare, riannodandone i fili. In me ha suscitato tanti pensieri e mi scopro una disgustosa passatista, specie quando mi soffermo ad osservare questa marmellata di pessimi istinti, arroganza e maleducazione che si vuole sdoganare come democrazia e ‘cambiamento di verso’.
Se dovessi editare un libretto, intitolato ‘A che punto è la notte?’, sbatterei in copertina la foto del nostro Presidente del Consiglio dei Ministri (tutte maiuscole di istituzionalità), ripreso qualche giorno fa al seggio elettorale, con una mimica facciale e un atteggiamento da star del varietà. Un’altra delle sue interpretazioni. Avevo tanto chiosato Mr B. che parlava di sé come il presidente operaio, il Presidente imprenditore, il Presidente vattelapesca… ora, in tre giorni, ci siamo trovati il suo clone ringiovanito nei panni del Presidente Carlo Dapporto (come palcoscenico un seggio elettorale), del Presidente campioncino di Play Station e del Presidente soldato, con tanto di mimetica con l’adesivo personalizzato. Rimpiango i compunti, funerei democristiani, con l’abito buono del matrimonio, la domenica delle elezioni. Al seggio dove andavano a votare tutti osservavano un contegno consono al diritto/dovere che esercitavano, anche i ‘rossi’, giacché davano il giusto peso al voto, percependolo quale contributo individuale alla determinazione del bene comune, attraverso l’elezione di candidati ‘presentabili’.
La prima volta che votai, alle regionali del 1975, era il giorno precedente al mio diciannovesimo compleanno: l’anno prima il limite d’età era stato abbassato dai 21 ai 18 anni e mi sentivo molto emozionata e gravata di responsabilità; in quei giorni avrei anche sostenuto l’esame di maturità. Il mio fidanzato (che poi sarebbe diventato il mio primo marito), con aria di sufficienza mi comunicò di aver votato un candidato, casualmente rivelatosi ‘anche’ una brava persona, semplicemente perché era l’unico nelle liste di qualsiasi forza politica dell’intero arco costituzionale che portava il suo stesso nome di battesimo. Quarant’anni dopo, mi accorgo di aver messo maggiore cura nell’identificare la lista e il nome a cui dare il mio voto che nello scegliere l’uomo a cui affidare il mio futuro ‘finché morte non vi separi’ (e, infatti, sono una ‘sopravvissuta’).
Tornando a Corrado, da giovanissimo vincitore della ‘Toga d’onore’ dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, con questo libro zeppo di fotografie, è come se mi avesse passato il testimone di una metaforica staffetta per la mia ispirazione.
Un testimone fatto di materie solide, come comportamenti rispettosi dell’altrui individualità e di valori alti’, che rappresentano la bombola d’ossigeno per sopravvivere al senso di asfissia che, invece, provo in questa camera a gas di volgare prevaricazione da cui mi sento circondata.
Non avrei mai immaginato di poter scrivere un articolo di tal tenore: se 40 anni fa avessi letto queste frasi, scritte da un opinionista ics, su qualche giornale-bandiera del conservatorismo, sarei inorridita. Vuol dire, forse, che sono diventata una vecchietta nostalgica di un mitologico bel tempo che fu’, mai esistito, se non nella percezione con il cannocchiale rivolto verso l’età giovanile? Eppure non mi pare di essere così retriva. Né, a livello teorico, di essere diventata l’edizione moderna di Metternich.  Non ho, però, remore a confessare di sentirmi a disagio nel mondo di prepotenti che mi circonda, così prono ad esaltare l’ignoranza -del cuore e dell’anima, prima che della grammatica- da reprimere in me ogni fiduciosa apertura verso gli altri.
Lasciatemi, così, rifiatare proprio grazie al libro di Corrado, in un tuffo del passato in cui mi rivedo, piccolissima, in un palazzo ottocentesco che accomunava le famiglie materne, molto eccitata alla notizia che avrei ritrovato anche quell’estate Corrado e Maria Consiglio, i due figli dell’amica di mia madre, Erminia, più grandi di me, dunque depositari della ingenua devozione di quella frugoletta iperattiva che ero.
Mi parevano fascinosamente stranieri, visto che normalmente vivevano a Napoli, il posto mitico dove lavorava il mio Papà. Loro andavano a stare in un palazzo gentilizio poco lontano, accanto alla piazza del Municipio e nel palazzo del Corso dov’era la proprietà comune, venivano a far visita allo zio materno, Mario, che soggiornava con la nonna Maria e la prozia Elena, compagne di giochi di mio nonno, mai conosciuto: anche loro da Napoli trascorrevano l’estate a Nocera.
Di quella casa in penombra, ricordo cassapanche in stile fratino che mi davano un brivido, come se da un momento all’altro potessero spalancarsi facendone uscire uno zombie (o il fatidico ‘uomo nero’ evocato da Mammà per tenermi buona).
Lo zio Mario, poi, era magro, elegante, slanciato; a tre anni avevo deciso di volerlo sposare  -era scapolo- e lo tampinavo senza pudore: gli avrei persino perdonato, qualche anno più tardi, l’imboscata che mi tese, quale specialista in analisi cliniche, per prelevarmi dalla punta dell’indice destro una goccia di sangue, necessaria per gli esami clinici, in vista di quel macello traumatizzante di tonsillectomia a cui fui sottoposta. Fu gentile con me, il dottor Mario Fata -cognome che accresceva il suo fascino… – e mi diede persino una zolletta di zucchero; era elegante e pieno di charme nei modi e io decisi sin da allora (avevo tre anni, ripeto) che avrei voluto accanto a me solo uomini di stile. Solo che, negli anni in cui davvero avrei, poi, cercato uomini di classe, ho spesso preso nasate dolorosissime.
Torniamo a questo amarcord nocerino, in cui si rincorrono ricordi di giochi nei giardini interni dei palazzi di austera signorilità, a partire da quello dove abitavo io  -gli sfarzi dei parvenu, come ad esempio gl’industriali conservieri nouveaux riches passati in una generazione dalla vanga allo studio con la Treccani intonsa, già da allora mi disturbavano.
Si giocava spensieratamente anche su vastissime terrazze, dove, immancabilmente, mi esibivo in cadute plateali, sbucciandomi le ginocchia. Le mie foto d’infanzia non mancano mai di ritrarmi accessoriata di patacche di garze e cerotti, mentre col farmacista che affacciava sul Lungomare di Salerno i miei avevano una sorta di abbonamento, tant’erano le volte che mi soccorreva e medicava, con la polverina giallastra dello Streptosil Chemicetina.
Persino ora, ben oltre cinquant’anni dopo, so di essere stata una bambina felice, pur se, nei ricordi, torna a galla anche il risentimento verso i miei genitori per avermi ‘regalato’ una sorella di cui, allora, non sentivo assolutamente il bisogno, tanto che le diedi il mio personale benvenuto al mondo addentandole un pugnetto grassoccio, la prima volta che la vidi  -poteva avere sei ore di vita.
Ero una bambina felice, ma disciplinata, tenuta perfettamente a bada da mamma e zia, attente, in nome del rispetto verso gli altri e del decoro, a che non recassi disturbo a chicchessia. Ecco, dunque, il punto che fa da raccordo a tutto questo mio groviglio di ricordi, apparentemente frammentario e magari sconclusionato.
Ritorniamo a boccino: democrazia, rispetto per gli altri, educazione, cultura. Un ‘quadrivio’, per dirla in termini medievali, che si apprende in fasce e che viene trasmesso in famiglia. Inscindibile. Li incontro solo io, i ragazzini vandalici che imperversano sotto gli occhi imperturbabili dei genitori, in tutt’altre faccende affaccendati, tanto da parere orfani? E’ una concatenazione che ha perso gli anelli connettivi. La sua disconnessione è madre di una malitalia astensionista e arrogante, secondo la quale la colpa è sempre di qualcun altro. Una società bacata che lascia il campo aperto a questi soldatacci di ventura che occupano le poltrone di velluto o di cuoio, nelle stanze dei bottoni.

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