giovedì, Settembre 23

Italia, la crisi infinita image

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Crisi Italia

Il Centro studi politici Criticalia ha organizzato oggi una conferenza-dibattito intitolata La crisi infinita – exit strategy a confronto, nella Sala dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati. Sono state messe a confronto varie possibilità di uscita dalla crisi. Le cosiddette ‘exit strategy’ vanno dalle azioni sul sistema fiscale alla riduzione della spesa, dagli incentivi alle imprese all’efficienza della PA, riduzione della burocrazia alle azioni politiche. Molte strategie, ma per ora siamo in una crisi storica e non è ancora finita.

Mentre l’orologio scandisce le ore che ci separano dall’entrata in vigore del cosiddetto e temutissimo ‘Fiscal Compact’ non è ancora chiaro se ci siano altre soluzioni, meno dolorose, per risolvere un problema che è ormai enorme: la crisi è economica, ma anche sociale, culturale e creativa. Siamo un popolo di santi, poeti e navigatori (anche web) ma -come diceva Seneca- ‘non c’è porto sicuro per il marinaio che non sa dove deve andare’. Dove andremo? Cerchiamo intanto di capire dove siamo.
 
Abbiamo chiesto a due dei relatori presenti all’incontro di oggi, Paolo Manasse Romano Benini, di dirci la loro opinione in merito. Secondo l’economista Manasse, docente di Macroeconomia e di Politica Economica all’Università di Bologna e già consulente OCSE e autore del documento Le radici della stagnazione italiana, tali radici sono visibili se si guarda il nostro passato storico: “perché non si risolvono in seno alle Nazioni Unite i problemi di crescita e sviluppo?” Crisi politica, crisi, cioè, di scelta. Una scelta che riguarda la cittadinanza, il senso cioè dell’essere cittadini: la commistione tra politica ed economia è uno dei problemi in campo. Da dove si dovrebbe iniziare? “Ci sono tre cose da fare – dice Manasse – la prima è giungere alla progressiva riduzione delle tasse; per riuscire a conseguire un risultato stabile non c’è che un modo: arrivare progressivamente alla riduzione delle spese, anche di quelle correnti”.

 Anche ridurre le spese, però, non basta. Bisogna infatti operare un’azione di sistema e “mettere mano ai meccanismi di carattere economico che non funzionano bene nel nostro Paese. Parliamo di meccanismi legati al credito, al fatto cioè che l’Italia ha sofferto moltissimo della stretta fiscale iniziata con la crisi del 2008 e che ha messo in gravissima difficoltà le imprese medio-piccole. Poi c’è il terzo problema, il mercato del credito che non funziona, in connessione con il mercato del lavoro. C’è anche la necessità di proteggere i lavoratori, perché i salari non riflettono la loro produttività. E’ un discorso simile a quello del merito, ma che, a livello macroeconomico, significa che l’occupazione non si sposta verso i settori produttivi, ma verso quelli più protetti dalla concorrenza”. Merito e produttività non bastano però a entrare in mercati chiusi: “non funziona il sistema dei mercati completamente coperti dalla concorrenza internazionale e c’è un problema di barriere all’entrata, a cominciare dalla professioni fino ad arrivare ai monopoli privati e pubblici. Tutto questo va cambiato, ma con il tempo. Non credo esistano altre scorciatoie. Tagliare le tasse senza stimolare l’economia non sarà sufficiente a risolvere la crisi”. 

Infine servono misure di carattere strutturale accanto a quelle congiunturali. Ma svincolarci dai limiti europei (in un modo o nell’altro) ci aiuterebbe o peggiorerebbe le cose? “Il problema delle regole europee -conclude Manasse – lo sentiamo perché siamo al limite di tutti i parametri: anziché un debito del 60% abbiamo un indebitamento del 130% rispetto al PIL. Il problema però è stabilizzare il nostro debito, perché anche se ci venisse concesso di sfondare questi limiti e impiegare un maggiore disavanzo per finanziare gli investimenti o cose del genere inevitabilmente avremmo un aumento del debito. Ci ritroveremmo così ad avere debiti più alti e anche tasse maggiori. Così questa strada non sarebbe buona perché esporrebbe il nostro Paese al mondo dei mercati. Elevare i tassi anche di poco avrebbe una conseguenza disastrosa sull’economia. L’unica cosa, ce lo chieda l’Europa o meno, la sola strada è ridurre progressivamente il nostro debito”. 

L’intervento di sistema è una cura necessaria, anche secondo Romano Benini. direttore del master in Management dei servizi per il lavoro della Link Campus University di Roma e autore di Nella tela del ragno. Perché in Italia non c’è lavoro e come si può fare per crearlo. Il vero tema, quello che interessa i cittadini e del quale si discute sempre di più, è proprio il modo nel quale la nostra società si riorganizzerà in funzione di un cambiamento radicale del mondo del lavoro e delle professioni. Secondo Benini “è come quando si parla di un paziente. Se mi fa male un piede e mi curo la testa il male non passa. C’è un problema di organismo e di sistema e bisogna intervenire sull’organismo e su quello che fa funzionare il sistema. Si tratta di persone capaci e quindi l’investimento molto forte è in tutto ciò che gli economisti chiamano ‘sviluppo umano’: istruzione, formazione, mercato del lavoro. Questo è stato fatto da tutti i Paesi europei colpiti dalla crisi finanziaria nel 2008-2009 mentre noi abbiamo diminuito questo investimento tra il 30 e il 40%“. Cosa dobbiamo fare per riprendere a migliorare, dunque? Ovviamente dobbiamo recuperare un ruolo e un riconoscimento alla formazione.

Ma non solo: “Parallelamente, poiché il sistema è tenuto insieme dalla responsabilità di chi governa, il modello di governance dell’economia e dello sviluppo -dopo la riforma del Titolo V- piaccia o non piaccia ha diviso l’Italia anziché unirla, abbiamo territori nel complesso più deboli perché competere con un Paese diviso è più difficile. Abbiamo per esempio la Calabria che è arretrata ma anche la Lombardia che non è competitiva perché compete con l’insieme della Germania, non con la Baviera. Bisogna rimettere in discussione il sistema dei poteri e delle responsabilità facendo anche uno sforzo per avere un sistema di verifica e impatto di tutti gli interventi. Rendicontazione e verifica delle politiche significa infine che quando una politica non funziona va cambiata”.

Ieri ci siamo occupati di politiche di genere e di donne in agricoltura per aprire spunti di sviluppo. Le politiche antidiscriminatorie sono un elemento importante della ripresa: “Tutti i sistemi più forti in questi anni hanno saputo dare più valore -tramite le politiche di genere- alla presenza delle donne nell’economia. Il fatto che in Italia ci siano queste difficoltà è la prova dell’arretratezza del nostro sistema. Abbiamo un sistema debole e un intervento espansivo sul capitale umano aiuta le donne anche a farsi valere“.

Questo incide nel mondo del welfare, nell’ambito previdenziale (più donne che lavorano, più versamenti nelle casse degli enti previdenziali), nel miglioramento complessivo: “Basti vedere cosa è successo nel Nord Europa, che deve la maggiore qualità del welfare alla maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro. Parallelamente l’Italia ha bacini come l’agroalimentare o altri che sono eccellenze da tenersi strette. Oggi c’è la moda dei cuochi, tutti vogliono fare la chianina al massimo livello ma nessuno pensa a come si alleva e macella la carne bovina. Questo si chiama ‘filiera’. Non dobbiamo ragionare pezzo a pezzo, ma tenere insieme tutto. La filiera dell’agroalimentare significa anche avere un sistema educativo e formativo che aiuta a formare cuochi, allevatori, aziende, coloro che lavorano per mantenere il territorio. E’ difficile avere un grande agroalimentare se non rispettiamo paesaggio e territorio”.

 

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