domenica, Maggio 16

Italia, la classe digerente field_506ffb1d3dbe2

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  ARCHEOLOGIA: RIAPRE A ROMA GRANDE AULA TERME DI DIOCLEZIANO

 

«(L’) Han giurato, li ho visti al Quirinale, convenuti dal monte e dal piano, (l’) han giurato e non si strinser la mano, i due premier di prima e di poi».
Liberamente tratto da Giovanni Berchet, ho tradotto in questi versi la sintesi politica del weekend che ha preceduto la settimana di battaglia che si apre oggi. La metrica è un po’ zoppicante, lo so, e di ciò mi scuserà la neo Ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, glottologa e linguista insigne.

Quando si tratta di giuramenti, però, non posso fare a meno di pensare alla poesia risorgimentale, didascalica e roboante, che ebbe in Berchet uno dei suoi campioni, oltre a dargli il vanto di essere l’autore del più famoso manifesto del Romanticismo italiano, ovvero ‘La lettera semiseria di Giovanni Grisostomo al suo figliolo’ che scrisse, trentatreenne, nel 1816.

Fosse nato ai giorni nostri, si sarebbe ritrovato Ministro per meriti, se non altro, d’età. Invece, essendo nato ai tempi suoi, s’infilò nel tunnel della persecuzione politica e morì prima che l’Italia fosse fatta (se avesse voluto aspettare che fossero stati fatti gl’italiani, campa cavallo, non gli sarebbe bastata la vita di Matusalemme).

L’ultimo giuramento che ci ritroviamo a trattare, quello del 63.mo Governo nei 68 anni trascorsi dalla proclamazione della Repubblica, come al solito, ha avuto la sua venatura di folklore, accentuata dalla novità della composizione fifty fifty dell’Esecutivo.

Naturalmente, il fattore D‘ è stato accolto come un elemento rivoluzionario ed innovativo, senza soffermarsi a riflettere che, salvo che per gli Esteri  -occorreva un’altra donna per far digerire l’ingiustificata esclusione di Emma Bonino -; per l’Istruzione  -ma quella è una trincea femminile da lunga pezza-; per la Sanità  -ma lì c’entra Angelino Alfano e le questioni di fidelizzazione- e lo Sviluppo Economico  -ma anche là, Federica Guidi, oltre al fatto di essere figlia di cotanto padre (Guidalberto), dimentichiamo tutti che è di Modena: leggasi Luca Cordero di Montezemolo. Sembra che sia stato lui ad indicarla, non volendo esporsi in proprio. Un’ipotesi suggestiva, che non va sottovalutata.
Il resto della pattuglia femminile ha avuto la funzione di spartirsi i cosiddetti ‘Ministeri senza portafoglio’, gestori di risorse ridotte, dunque meno appetibili.

Se l’esordio giuramentale del Governo Letta fu drammatico (il più drammatico della storia repubblicana), a causa del ferimento del carabiniere Giuseppe Giangrande, vittima di un ‘folle’(?), Luigi Preiti, che fece fuoco contro le Forze dell’Ordine a Piazza Colonna  -ed in un tweet di saluto, l’ex Premier ha ricordato il ferito per cause di servizio ed ha affermato che non l’abbandonerà-  quello del Governo Renzi è stato caratterizzato da un episodio che, fortunatamente, non ha fatto vittime, ma, sotto il profilo politico, un po’ cruento lo è stato.

Naturalmente, avrà colpito anche voi il gelo stile Plutone che ha connotato lo scambio di consegne fra Enrico Letta e Matteo Renzi.
Con un fare da schiacciasassi, il neo-Presidente del Consiglio, in due mesi, ha triturato l’intero PD e l’Esecutivo per riplasmarlo ‘ad usum Delphini‘.
Ovvero ad uso suo, pur facendo l’amicone con il mite Enrico. Certo, l’arte politica è spregiudicatezza allo stato puro: ma se noi che stavamo fuori dall’agone avevamo capito da settimane che brutto tiro gli stava cucinando a puntino Renzi, la fiduciosità con cui l’ex Premier si è affidato a Matteo double face non è certo una virtù.

Chi è causa del suo mal … pianga sé stesso: non metta in scena una pantomima di virtù oltraggiata. Roba da ragazzini: tu mi rompi il modellino della Ferrari ed io non ti guardo più in faccia.

Anche questa piccola sfumatura sta ad indicare il degrado della classe dirigente: le capacità dissimulatorie ineguagliate di Giulio Andreotti buon’anima sarebbero state un’ottima scuola.

A proposito di classe dirigente, cambio completamente cornice e vi trascino con me in un luogo straordinario, per ricchezza di vestigia e di reperti conservati: il Museo Nazionale d’Arte Antica alle Terme di Diocleziano a Roma.
Sono rimasta incantata dalla collezione permanente, oltre che dalla mostra temporanea, su François-Auguste-René Rodin, ‘Il marmo, la vita’: chi può la vada a vedere, facendosi catturare della fantasmagoria di emozioni che il grande scultore francese sapeva plasmare in una materia così… rigida.
Ma è nella collezione permanente che ho raggiunto picchi di beatitudine: nel corredo museale di una ricchezza da provocare le vertigini –ho sempre la sindrome di Stendhal in tasca… – mi sono imbattuta in quattro statue al primo piano che mi hanno dato molto da pensare.
Erano le rappresentazioni a grandezza naturale di quattro optimates (aristocratici, senatori) in posa autorevole.
A caratterizzarli, in un format comune all’epoca fra la tarda Repubblica e il primo Impero, la posizione del piede sinistro, appoggiato su una cassetta, detta ‘capsa’, in cui venivano conservati i libri. Alcuni di loro sembra che fossero stati ritratti con una pergamena (anch’essa resa nel marmo), parte poi andata perduta, o con uno stilo.
Il tutto stava ad indicare quali erano gli elementi che contraddistinguevano i componenti della classe dirigente dei tempi: lo studio, la superiorità della cultura, il carisma dato dal sapere.

‘O tempora, o mores‘, dico da novella Catone. In un’epoca in cui l’alfabetizzazione dovrebbe essere totale ma si vendono sempre meno libri; in cui la cultura viene considerata quasi un basto che si deve far finta di non possedere, pena il dileggio di chi sfoga così il proprio complesso di inferiorità, rovesciando la tavola dei valori; nella quale anche la cosa più seria e più sacra è ridotta ad un tweet, quelle statue così trasudanti dignità e prestigio mi sono parse molto consolanti.

Un ideale da vagheggiare. Un canovaccio su cui ricamare un programma di Governo. Visti i presupposti, un’utopia. Ma «Una carta del mondo che non comprenda il Paese dell’Utopia», disse quel genio di Oscar Wilde  «non merita neanche uno sguardo».

 

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