sabato, Settembre 25

Italia: inflazione e ISTAT field_506ffb1d3dbe2

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Ogni anno l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) misura gli indici dei prezzi al consumo in Italia, per rilevare l’andamento dell’inflazione. Siamo così abituati a sentirne parlare che forse non ci chiediamo più che cosa è e a cosa serve conoscere questo indice.

L’inflazione è un processo di aumento dei prezzi di beni e servizi. La media di tali aumenti si misura con un indice statistico, che si basa su dati annualmente raccolti in un certo numero di comuni (circa ottanta) dove vengono misurati i prezzi di un cosiddetto ‘paniere’. Comprende 1447 prodotti, rappresentativi degli acquisti delle famiglie italiane. Con i dati raccolti si elaborano tre indici che servono a illuminare il rapporto tra l’aumento dei prezzi e il sistema economico nel suo complesso. Il primo indice si chiama NIC. È riferito a tutte le famiglie in generale e alle loro scelte di acquisto e si utilizza a livello di governo per orientare le politiche economiche. Il secondo indice, il FOI, si calcola sugli acquisti di famiglie che fanno riferimento a un lavoratore dipendente ed è utilizzato per fissare degli standard per gli affitti o per gli assegni di mantenimento di chi si separa. Esiste infine un indice standard per confrontare la nostra economia a quella europea. Si chiama IPCA e si utilizza per misurare e coordinare lo stato di avanzamento delle economie del vecchio continente. L’IPCA è diverso dagli altri due: esclude le spese per lotterie, lotto e concorsi pronostici e misura il prezzo effettivamente sostenuto. Si considera, per i farmaci, il ticket. IPCA tiene anche conto di sconti e saldi.

Il cosiddetto ‘paniere’ è dunque capace di rilevare il benessere complessivo degli italiani? Sembra di no. La questione ha iniziato ad essere discussa poco tempo dopo l’invenzione del PIL. Simon Kuznets, lo stesso studioso che indicò la relazione tra crescita economica e distribuzione del reddito, contestò subito l’idea di misurare il benessere sociale basandosi sul reddito pro capite. Accadeva 80 anni fa, davanti al Congresso degli Stati Uniti: era il 4 febbraio 1934 e Kuznets presentò in una relazione le sue riflessioni sulla ripresa dell’economia americana dopo la grande crisi del 1929. Tra quelle righe si trovano considerazioni sulla difficoltà di legare il benessere di un popolo alla semplice somma del benessere economico dei singoli cittadini. Non è la somma che fa il totale.

Sono passati 80 anni e anche se non volessimo considerare tutte le voci che sfuggono alla misurazione del PIL, è ovvio che molti elementi del nostro benessere individuale e sociale non si possono ‘pesare’. Per esempio uno studio del Bureau of Economic Analyis stima che «il valore della produzione domestica negli Stati uniti ha rappresentato oltre il 30 % dell’output economico ogni anno dal 1965 and 2010» (da Sbilanciamoci). Un impegno significativo, che però non ha prodotto reddito.

Il lavoro di cura svolto all’interno delle famiglie, il volontariato, il rispetto dell’ambiente, innumerevoli altri fattori non compaiono dunque nella misurazione del PIL, oggi contestato da molte parti e con molte motivazioni diverse che includono la questione politica, lo sviluppo sostenibile e il parere di chi pensa che non si tratti di uno strumento adeguato alle nuove economie digitali o a quelle innovative ed emergenti. Ma il PIL è oggi il solo standard internazionale capace di mettere a confronto le economie del mondo e, anche se rappresenta un modello forse al tramonto, ancora non c’è chi lo possa sostituire.

Nel 1968 Robert Kennedy disse che il prodotto interno lordo «Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta… ». Nel PIL non rientrano nemmeno gli aspetti del benessere personale, della felicità, dell tempo libero.

Le misurazione ISTAT più classiche confermano questa parte di ragionamento. A gennaio 2014 «l’indice del clima di fiducia dei consumatori aumenta a 98,0 da 96,4». Che cosa ha fatto crescere questa fiducia, dato che la componente economica è calata (92,0 < 92,9)? Sappiamo che è salita la percezione del benessere ‘personale’, da 97,3 a 100,3. Gli italiani sembrano guardare al presente e non al futuro. Si segnala il deterioramento delle nostre aspettative e la convinzione che la disoccupazione non diminuirà. In parole povere, il benessere degli italiani è legato al fattore economico e alle relative attese di miglioramento meno di quanto si possa immaginare.

Da queste e altre considerazioni, nel 2011 ISTAT e CNEL hanno proposto un nuovo indice, il BES (Benessere Equo Sostenibile), che prevede 12 indicatori e ha l’obiettivo di ‘fotografare’ l’umore del popolo italiano. Il BES misura le dimensioni della salute, dell’istruzione e della formazione, del lavoro e della conciliazione con i tempi di vita, del benessere economico, delle relazioni sociali, della politica e delle istituzioni, della sicurezza, del benessere soggettivo, del paesaggio e del patrimonio culturale, dell’ambiente, della ricerca e dell’innovazione, della qualità dei servizi.

Detto ciò, che il PIL -misurazione comunque imprescindibile, allo stato attuale- non includa svariati fattori immateriali e umani e che in molti modi si cerca di capire se si possa misurare gli elementi del benessere di un popolo, il passaggio successivo sarebbe quello di misurare tale benessere nel suo complesso. La domanda è complessa: ‘quanto pesa la felicità? Ha provato a rispondere il celebre GNH, Gross National Happiness index. Si traduce al femminile, FIL (Felicità Interna Lorda). L’indice è stato battezzato e reso famoso dal quarto re del Bhutan (1792-2006), ma ha origine nel 1729. Una norma del piccolo stato, che oggi è una monarchia costituzionale, dichiarava che «se non è capace di creare felicità per il suo popolo, un Governo non ha motivo di esistere». Su queste basi e nel 1972 il Bhutan sceglie il GNH al posto del GDP (Gross Domestic Product, o PIL). Nel 2008 la Costituzione del Bhutan iscrive la FIL tra i principi dello Stato, all’articolo 9.

La FIL è, in sintesi, la misurazione «della qualità di un paese nel modo più olistico possibile» nella convinzione che lo sviluppo positivo delle società umane si realizzi solo se sviluppo materiale e sviluppo spirituale si accompagnano, compenetrandosi e sostenendosi a vicenda.

Il BES intende superare le metodologie classiche della misurazione, come annunciato dal presidente CNEL Antonio Marzano nella presentazione del primo rapporto 2013. Marzano ha parlato dell’esigenza di superare le metodologie classiche di misurazione del benessere, per rispondere a uno «stato di insoddisfazione verso i risultati raggiunti dalle analisi economiche e dalle relative indicazioni di politica economica. L’insoddisfazione rende i risultati raggiunti solo apparentemente definitivi». L’adozione del PIL e della logica della misurazione materiale del benessere lasciava in dubbio lo stesso Luigi Einaudi, nel 1943, esprimeva dubbi in merito a «Ipotesi astratte e giudizi di valore nelle scienze economiche».

Sono passati molti anni e in Italia la principale fonte di misurazione del nostro benessere resta il PIL, accompagnato dalla misura dell’inflazione e dal relativo ‘paniere’. A gennaio 2014 è stato presentato l’aggiornamento annuale, che come ogni anno si è basato sulle novità intervenute nelle abitudini di spesa delle famiglie e dell’integrazione nella rilevazione delle voci già consolidate. I nuovi ingressi di ogni anno -pure misure materiali basate su prezzi e spese- parlano anche delle nostre abitudini di vita: più prodotti conservati o preconfezionati (formaggio grattugiato o spalmabile in confezione), caffè? Grazie, ma in cialde e con la relativa macchina. I sacchetti ecologici per i rifiuti organici -testimoniano la crescente diffusione della raccolta differenziata- e lo yogurt probiotico che soppianta quello biologico. I quotidiani sono diventati online. 1447 prodotti, in 80 comuni e 41.000 punti vendita per disegnare il ritratto di un Paese che cambia e che aspetta un modello nuovo. Anche verificare i sistemi di misurazione del benessere ci può far capire se le cose stanno cambiando davvero.

 

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