lunedì, ottobre 15

Italia-India: la quiete dopo la tempesta marò I rapporti bilaterali da strategizzare, non ultimo in vista della Brexit. Intervista a Stefania Benaglia, ricercatore associato dello IAI

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Il 15 febbraio 2012 due fucilieri della Marina Militare italiana, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, si trovavano a bordo della petroliera italiana Enrica Lexie, ad oltre 20 miglia a largo dalle coste del Kerala (India), con il compito di difendere il mercantile da agguati esterni. Vedendosi avvicinati da un’imbarcazione (il peschereccio S. Anthony), i due marò, credendo di essere minacciati dai pirati, spararono contro la nave uccidendo due membri dell’equipaggio. Fatti sbarcare a Kochi, i due militari furono arrestati e trattenuti dalle autorità indiane.

Nacque da allora un contenzioso -con risvolti diplomatici, giuridici, economici e politici- tra il Governo italiano e quello indiano, che ha visto la vicenda procrastinarsi anno dopo anno.

Il 26 giugno 2015, l’Italia, rivolgendosi all’ITLOS (International Tribunal for the Law of the Sea Tribunale Internazionale del Diritto del Mare) di Amburgo, ha di fatto attivato l’arbitrato internazionale.

Attualmente Girone e Latorre si trovano in Italia, mentre le due parti in causa stanno aspettando il verdetto del Tribunale arbitrale internazionale che dovrà pronunciarsi su chi abbia, tra i due Paesi, la giurisdizione del caso.

 

Dallo scoppio del caso, le relazioni diplomatiche bilaterali tra i due Paesi sono andate complicandosi sempre di più, di fatto deteriorandosi. Se prima della ‘contesa giudiziaria’ l’Italia era il primo partner europeo dell’India, adesso è il quinto.

A circa sei anni e mezzo dall’incidente diplomatico, il caso sembra essere mediaticamente archiviato e, rispetto al 2012, i Governi in carica dei due Paesi sono cambiati (in Italia più volte).

Le elezioni parlamentari indiane del 2014 hanno portato ad una svolta nella politica nazionale del subcontinente, decretando il BPJ (Bharatiya Janata Party – Partito del Popolo Indiano) come partito di maggioranza a discapito dell’INC (Indian National Congress – Congresso Nazionale Indiano) che, fino ad allora, aveva guidato il Paese. Il Primo Ministro Nerandra Modi ha fatto della crescita economica il punto cruciale del suo programma e sta provando ad attrarre investimenti attraverso molte iniziative imprenditoriali.

La politicaapertadi Modi ha fatto sì che tra Italia e India riprendessero i contatti.  La ricucitura dei rapporti è stata sancita definitivamente quando, ad ottobre 2017, l’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, accolto presso il Rashtrapati Bhavan, il palazzo presidenziale indiano, ha siglato sei accordi riguardanti collaborazioni tra i due Paesi che spaziano dal campo diplomatico, economico a quello culturale.

La visita dell’ex premier a New Delhi, lo scorso autunno -ad oltre 10 anni dall’ultima di un rappresentante dello Stato italiano in India (Romano Prodi nel febbraio 2007)- è servita, appunto, a riallacciare le relazioni con un Paese, quale l’India, che gioca un ruolo fondamentale nella geopolitica asiatica e la cui economia sta crescendo a ritmi forsennati.

L’interessamento alle dinamiche politico-economiche indiane si evince anche da un recente rapporto della Farnesina, che comincia così la sua analisi: «in termini di volume ed una crescita del 8,5%, si prevede che il Paese raggiungerà la terza posizione entro il 2030 e contribuirà al 15% del PIL. Sempre nel 2030 India, Cina e Stati Uniti rappresenteranno il 57% sul totale del settore infrastrutture a livello mondiale».

Stefania Benaglia, ricercatore associato presso l’IAI (Istituto Affari Internazionali), dove collabora a progetti di ricerca su India, Asia meridionale e relazioni Ue-India, ci ha aiutato a fare il punto in merito alla situazione attuale e all’evoluzione dei rapporti bilaterali tra India ed Italia.

 

A che punto sono attualmente le relazioni diplomatiche tra Italia e India?

Decisamente si stanno normalizzando, in realtà il caso dei due marò è stato più un’eccezione che una regola. Nel senso che c’è voluto tempo. Infatti, l’ultima visita di un Primo Ministro, prima di quella di Gentiloni dello scorso autunno, è stata quella di Prodi nel 2007. C’è stato un gap di 10 anni dove, ovviamente, si sono congelate le relazioni e questo ha fatto male, per una serie di motivi, sia all’economia sia al rapporto politico. Ovviamente, la visita di Gentiloni è stata preparata da una serie di visite di altro livello, che hanno preso più o meno sei mesi. Il 21 aprile del 2017 c’è stata la prima visita di un rappresentante italiano, anche se italiana era solo la nazionalità, non quello che rappresentava, poiché si tratta di Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. È stata la prima visita europea dopo 4-5 anni. Questo, ovviamente, non è stata una cosa casuale ed ha messo in moto tutta una serie di riaperture diplomatiche. Infatti, la settimana seguente, l’allora Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico, Ivan Scalfarotto, insieme ad una delegazione di 500 industrie, ha fatto una visita in India per riaprire il dialogo dal punto di vista economico. Da lì sono seguite tutta una serie di visite ministeriali, culminate, appunto, con la visita di Gentiloni, a sua volta seguita da una serie di altre visite. L’ultima è stata quella del Ministero degli Affari Esteri indiano in visita in Italia lo scorso giugno. Tutto questo per dire che i due, sono due Paesi rilevanti l’un per l’altro e si sta tornando alla normalità dei rapporti diplomatici.

Due anni fa ci furono delle dichiarazioni da parte dell’ambasciatore indiano a Roma, Anil Wadhwa, il quale affermava che fino al 2012 l’Itala era il primo partner europeo dell’India, adesso è il quinto, perché c’è stata un’interruzione dei rapporti. È sostanzialmente vera questa situazione? È corretta l’analisi dell’ambasciatore?

Sì, è vero che l’Italia adesso non è il partner cruciale dell’India, nel senso che, questi anni di congelamento hanno fatto perdere terreno. Questo è stato l’impatto più sentito del caso marò. La gravità dell’evento ha comportato il congelamento delle relazioni politiche e, di conseguenza, di quelle economiche e di far perdere terreno alle imprese italiane in India ed anche agli investimenti indiani in Italia.

Come ha inciso il caso marò nel rapporto bilaterale tra i due Paesi? Come al momento il caso è vissuto in India? È ancora effettivamente vivo nell’opinione pubblica e tra i decisori politici?

La gravità sostanzialmente è stata sentita più in Italia che in India. Nel senso che l’India è una fotografia molto complessa e ci sono tante variabili. L’Italia è una variabile delle tante ed il caso marò è una variabile all’interno della variabile Italia. Quindi, se si parla a livello nazionale, si è sentita molto di più in Italia la gravità; magari in Kerala, lo Stato di provenienza dei due pescatori, c’è stata un po’ più di enfasi, ma a livello nazionale ce n’era sicuramente meno. Sicuramente l’India ha colto l’occasione per strumentalizzare la cosa ed elevare il proprio profilo internazionale, quindi per confrontarsi con un Paese del G7, ma l’impatto più grosso è stato creare questo congelamento durato diversi anni. Il caso nell’opinione pubblica è stato superato, ma è un caso insieme ad altri, nel senso che l’India ha altre questioni aperte con altri Paesi, sicuramente meno rilevanti, perché ogni caso è diverso. Ci sono stati casi simili, casi in cui privati cittadini hanno avuto dei problemi con la giustizia indiana riguardo delle navi, ma la diversità sta nel fatto che i due marò sono degli ufficiali della Marina italiana. Il caso è stato superato anche perché l’India riconosce l’importanza di avere dei buoni rapporti politici per avere, quindi, accesso agli investimenti italiani e, a sua volta, accedere al mercato italiano. Questa è sicuramente la priorità per entrambi i paesi.

Quali sono le priorità adesso?

Adesso l’Italia ha bisogno di capire le proprie priorità, che sono quelle di chiarire la propria strategia per aiutare le proprie imprese ad entrare nel mercato indiano. Su questo l’Italia sta facendo un lodevole lavoro, che va a prescindere dal colore politico del Governo. Si è capita la grande potenzialità del mercato indiano e si stanno aiutando le imprese ad entrarci. L’India adesso è stimata essere la sesta economia mondiale, ha superato la Francia quest’anno, ed è dietro a Stati Uniti, Cina,  Giappone, Germania e UK. Quindi si sta parlando di un’economia in espansione, con tassi di crescita vicini a quelli cinesi, ed entro il 2050 ci sia aspetta diventi la seconda economia a livello mondiale. Quindi, l’aspetto economico è quello più rilevante rispetto al rapporto Italia-India. Il punto cruciale per l’India adesso è: come posizionare i propri investimenti in vista della Brexit? Il Regno Unito, al momento, assorbe il 50% degli investimenti indiani. Molti investimenti indiani entrano in UK  e poi vengono ridistribuiti dentro l’UE. Adesso gli indiani si stanno chiedendo dove riposizionare i propri investimenti all’interno dell’Unione Europea. Questa è un’ottima opportunità per l’Italia per innalzare il proprio profilo. Compito dell’Italia è riuscire ad attrarre gli investimenti indiani e strategizzare la sua posizione. Per quando riguarda gli interscambi, sono cresciute le importazioni indiane in Italia a discapito delle esportazioni.

Dopo il ‘caso Marò’ come si sono evoluti i rapporti diplomatici e le relazioni economiche?

Dal 2012 al 2017 c’è stato ben poco movimento, ma è una cosa che deve essere messa in comparazione. Se in senso assoluto i rapporti si sono congelati, la cosa forse più grave è che gli altri non sono stati fermi. È una questione di opportunità. C’è molta competizione per entrare in India. Al netto dei Paesi dell’UE,  i maggiori partner commerciali dell’India sono: Stati Uniti, Cina, gli Emirati, l’Arabia Saudita e Hong Kong. Questi Paesi hanno interscambi commerciali più alti rispetto a quelli che ha l’Italia. Mentre l’Italia è stata ferma, il resto del mondo è andato avanti. Adesso c’è un gap da colmare e non è una cosa facile. Sicuramente l’Italia si sta muovendo bene, perché ha capito le potenzialità dell’India e, come dicevo, sta facendo un lavoro strategico, perché solo muovendosi in maniera strategica può avere chances. Ricordiamoci, però, che i nostri competitor sono USA, Russia, Cina e, in qualche modo, Israele, non i nostri fratelli europei.

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